Borgo Rossini love #1

«Spettrale» è un aggettivo di cui si fa un largo uso, ma a me personalmente non piace, diciamo che non mi sembra mai adatto a descrivere una situazione. Eppure è una parola con la quale mi confronto ogni volta che devo uscire di casa. Dico «devo» uscire di casa, non dico «esco di casa». Anche questo cambiamento linguistico è rilevante, perché sembra quasi di doverti giustificare ogni volta che esci. Attraversi la strada sospettoso, con una fretta innaturale che fa a pugni con la desolazione che ti si staglia di fronte. Corso Palermo, corso Regio Parco, via Catania, tutto vuoto come un tempo era Torino a Ferragosto. La mente corre così ai ricordi da bambino, quando una volta, con mio padre, inforcammo la bicicletta per esplorare la città e fu strano percorrere i grandi viali senza temere per la propria vita. Dalla periferia arrivammo in centro con una semplicità che raramente ho provato.

Scacciata la sensazione di fretta resta il quartiere. È un buon momento per osservarlo e scovare qualche dettaglio che fino a qualche settimana fa sarebbe stato sommerso dalla routine. Ora gli spostamenti non servono più per andare da un posto all’altro, ma sono il motivo stesso dell’uscita. Questo risvolto potrebbe piacere moltissimo a Giacomo Leopardi, ma restiamo in Borgo Rossini. Il tragitto dalla casa alla farmacia non è mai stato così interessante, anche perché, a pensarci, non sono mai andato così spesso in farmacia. Ci ho ragionato, non mi sono inventato nulla, nel senso che per una strana combinazione di eventi ho «dovuto» andare in farmacia, già due volte per gli antistaminici. Perché sì, il mondo umano si ferma, ma la natura no, e così la primavera arriva lo stesso. Gli alberi che costeggiano la Dora, di fronte al relitto dell’ex ospedale Maria Adelaide, sono carichi di polline. Così come sono carichi quelli lungo corso Regio Parco e lungo via Catania, te ne accorgi quando dai una pulita al balcone. Per poter respirare come si deve e non indurre i passanti a pensare male di me ho bisogno degli antistaminici, per combattere l’allergia al polline. Altrimenti passerei il tempo a starnutire e tossire, che di questi tempi non è proprio il massimo.

Però l’aria è pulita. Mentre attraverso corso Regio Parco per costeggiare il benzinaio e affacciarmi su Lungo Dora Firenze, nei pressi della casa in cui abitavano i miei genitori quando sono nato, sento nei polmoni un’aria diversa. Mi accorgo che è sparita la tosse. Quella fastidiosa tosse secca di cui soffrivo da mesi e della quale ignoravo la ragione. Forse il polline, forse il fumo, forse un’allergia ad altre cose. Invece vuoi vedere che era l’inquinamento? A dire il vero avevo già avuto questo sospetto, perché ogni volta che lasciavo Torino, specialmente quando l’auto si muoveva in maniera così delicata e deliziosa verso la Torino-Savona in direzione mare, la tosse regolarmente scompariva, per poi ritornare puntualmente una volta rientrati su corso Unità d’Italia.

La farmacia di Borgo Rossini si affaccia sull’esedra che normalmente riporta, di giorno, i residui bellici della serata precedente. Bicchieri di plastica, sostanze non meglio identificate che chiazzano alcune parti del selciato, cannucce (anche quelle sono di plastica) e bidoni stracolmi. Segnali di una vita notturna che la sera, qui, è pressoché l’unica padrona degli spazi. Ma sono discorsi da bigotti, da «gente che vuole dormire» solo se abiti da un’altra parte. Osservo le finestre che si affacciano sulla piazzetta e noto i doppi vetri, gli infissi nuovi anche dove, qualche anno fa, c’era stato un incendio. L’occhio, però, riconosce ancora qualche segno lasciato dal fumo sulla parete esterna del palazzo. Un edificio che pulsa vita, che trasmette respiro ed emozioni racchiuse negli appartamenti, che nell’assurdità generale di tutto questo riescono almeno a godere di un po’ di pace alla sera. Magra consolazione, ma tant’è.

La farmacia è deserta. Ora, prima di entrare in ogni posto ho come un riflesso: mi affaccio all’interno per capire se ci sia già qualcuno, se non c’è nessuno entro, altrimenti aspetto fuori in maniera diligente. Nuove abitudini che entrano nella quotidianità, anche questo è un aspetto interessante. Sono comparsi dei pannelli di plexiglass in corrispondenza del bancone, il farmacista è tutto imbardato, impacchettato dentro guanti, camice e mascherine. Acquisto il mio antistaminico, saluto e sotto la sua mascherina spunta un sorriso, che ricambio volentieri. Io non ho la mascherina, non ho fatto in tempo ad acquistarne una prima della razzia, onestamente non ci ho nemmeno provato. Però ho i guanti, degli scomodissimi guanti di lattice che contengono una specie di talco, una cosa che non ho ben capito a cosa serva ma che lascia aloni di bianco su pantaloni e giacca in corrispondenza delle tasche. Mentre esco si attiva la bilancia elettronica della farmacia che mi dice «Vuoi sapere il tuo peso ideale?». Quasi quasi lo faccio, anzi no, meglio un’altra volta, grazie comunque per il pensiero.

Torno a casa pensando quanto sia bello, almeno adesso, respirare l’aria di Borgo Rossini. Pare quasi di sentire il profumo del quartiere, c’è quell’aria frizzante che si respira durante le gite in montagna o le passeggiate in campagna. C’è quell’aria che sa di aria e non di tubi di scappamento. Potrebbe essere questa, in effetti, l’unica cosa che mi mancherà quando riprenderemo a invadere le strade.