Il teatro come sostegno alle energie

Il teatro è un volano di iniziative ed energie. Il territorio piemontese, e Torino in particolare, ha al suo interno una miriade di compagnie e realtà teatrali, spesso impegnate su più fronti (non c’è solo il palcoscenico come lo intendiamo), che tengono insieme un tessuto culturale piuttosto ricco. Ciò che manca, in un Paese nel quale è ancora il consumo a dominare ogni finalità produttiva, è un sostegno strutturato al settore. Difficile immaginare che qualcuno paghi delle persone per pensare, per creare, per proporre idee e soluzioni.

Ci ha pensato il Teatro Stabile di Torino. Verso la fine del 2020, l’ente diretto da Filippo Fonsatti aveva lanciato il progetto Argo coinvolgendo decine di artisti del territorio per la produzione, letteralmente, di idee. Scritturati e pagati per un mese. Ora ci riprova e «occupa» il palcoscenico dei teatri Gobetti e Carignano, in centro a Torino, per concederli per circa un mese a sei compagnie selezionate sul territorio: Lab Perm, Piccola Compagnia della Magnolia, Mulino ad Arte, Accademia dei Folli, Asterlizze Teatro, Giacopini-Vacis.

Potranno completare le prove di sei spettacoli che saranno poi programmati nel cartellone estivo dello Stabile: Dall’altra parte di Ariel Dorfman, L’Arte del Vivere e del Morire – Tragodia Project di Domenico Castaldo, Aldiquà di tutto di Christian di Filippo, Un pianeta ci vuole di Ugo Dighero, Daniele Ronco e Marco Melloni, Signorina, lei è un maschio o una femmina di Gloria Giacopini e Giulietta Vacis, Una cosa che so di certo di Giulia Ottaviano e Alba Maria Porto.

E poi la formazione. Per dieci giorni, il direttore artistico, Valerio Binasco, terrà un workshop per otto allievi (e 12 uditori) a Teatro Carignano. C’è un bando per partecipare sul sito ufficiale dell’ente teatrale nazionale.

È un modo per sostenere il pensiero, le energie culturali di un territorio. Gli enti pubblici, di solito, fanno così. Lo Stabile è sempre più un punto di riferimento in questo campo, un nodo di raccordo fra il tessuto culturale e le istituzioni.

Il dettaglio è qui.

La Torino dei poeti

La foto in copertina è di Michele Guaraldo ed è stata pubblicata sulla pagina Facebook del Mercato dei Poeti.

Di poesia si parla sempre troppo poco. O meglio, se ne parla in canali dedicati e quando ne esce viene spesso trattata come una chimera. Eppure nella poesia ci sono le chiavi per capire il mondo, per interpretarlo e per alleggerire la pressione della quotidianità. No, c’è molto di più. Tuttavia non parlerò di poesia perché non è il mio campo, ne riconosco l’importanza e la meraviglia, ma non fingerò di esserne esperto. Mi piacerebbe ricordare, piuttosto, il legame fra la poesia e la città di Torino.

Poesia non è soltanto la paginetta scritta in versi che racconta una storia. Poesia è soprattutto il poetry slam, le letture, gli eventi. Un mondo che è stato praticamente spento e che anche i poeti torinesi hanno ricordato, con un flashmob, lo scorso 5 novembre. A guidare l’evento sono stati Max Ponte e Valerio Vigliaturo, che hanno poi lanciato un concorso a gennaio. Fra gli esponenti della poesia torinese più noti al grande pubblico c’è sicuramente Guido Catalano, che ha all’attivo diversi libri e alcune apparizioni in televisione. La poesia, tuttavia, non è fatta solo di volti noti e meno noti, alla base ci sono i progetti.

Perché parlo di questo argomento? Perché domenica 21 marzo ricorre la Giornata mondiale della poesia. Per l’occasione, la Fondazione Cirko Vertigo propone uno spettacolo su Nice Platform sabato 20 marzo alle ore 21. Si tratta di Magnificat di Arianna Scommegna, opera dedicata ad Alda Merini, per i 90 anni dalla nascita della poetessa. In scena anche Giulia Bertasi alla filarmonica per la regia di Paolo Bignamini.

Il legame di Alda Merini con il Piemonte è piuttosto tenue. Durante la Seconda guerra mondiale, lei con la sua famiglia fu costretta a scappare da Milano per sfuggire alle bombe. Si rifugiarono a Vercelli, dove viveva una zia della futura poetessa (all’epoca dodicenne). Restò lì fino alla fine della guerra, lavorando come mondina. A raccontare la sua vita c’è un bellissimo sito web curato da una delle sue figlie, Flavia Carniti.

Torino in più occasioni ha ricordato Alda Merini con spettacoli e letture, pur non avendo con la poetessa particolari legami storici a parte alcune pubblicazioni con Einaudi. Ad esempio l’antologia Fiore di poesia curata da Maria Corti. Nel periodo in cui Alda Merini si preparava a diventare la grandissima poetessa che tutti conosciamo, peraltro, a Torino nacquero interessanti progetti letterari che è bene ricordare per capire quanto la dimensione poetica faccia parte di questa città senza per forza risalire a Giovanni Arpino o Guido Gozzano.

Nel 1968, Adriano e Maurizio Spatola fondarono le celebri Edizioni Geiger, che pubblicarono esperimenti poetici di rilievo fino al 1979. Per tornare ai giorni nostri, o quasi, è degna di nota l’esperienza di Torino Poesia, che fra il 2006 e il 2010 portò alla nascita di un festival omonimo e anche della casa editrice Manifattura Torino Poesia. Ne parla sul suo sito web uno dei fondatori, Tiziano Fratus, elencando anche i nomi di tutti i principali esponenti di quell’avventura. Infine arriviamo al Mercato dei Poeti. La sera del 12 maggio 2019, Piazza della Repubblica, dove di giorno si tiene abitualmente il mercato di Porta Palazzo, ospitò questa iniziativa. I banchi furono allestiti da poeti e artisti di strada, che distribuivano poesie, performance, attività creative e piccoli reading. Un’esperienza stimolante, intensa, che rendeva palpabile quanto fosse fertile il terreno culturale torinese. Un’esperienza che forse si sarebbe ripetuta, se non fosse accaduto quello con cui ancora oggi ci confrontiamo.

Questo piccolo excursus, senza pretesa di storicità, vuole solo ricordare che il mondo culturale a Torino esiste e produce. Le forze per trovare idee nuove, a ben vedere, ci sono. Tocca esprimerle e declinarle in base al momento che viviamo.

Da Mozart all’Unità d’Italia, pitòst che nient…

Foto in copertina: Wikimedia Commons

Fra il 1771 e il 1861, Torino passò da semplice spettatrice di un fatto di media rilevanza a storica ad assoluta protagonista per le sorti di quella che, un giorno, si sarebbe chiamata Italia. Due ricorrenze differenti che trovano una sintesi in questi giorni grazie ad alcuni eventi per celebrarle.

La prima è l’arrivo di Leopold e Wolfgang Amadeus Mozart in città, rispettivamente padre e figlio, giunti nell’allora capitale del Regno di Sardegna per incontrare Carlo Emanuele III e sperare di ottenere una commissione importante: un’opera da rappresentare a Carnevale. Non andò in porto, ma è oramai certo che fra il 15 e il 31 gennaio 1771, un giovanissimo Mozart visitò una città ricoperta di neve bianchissima (e chi se la ricorda, oggi, la neve?). Della ricostruzione di quegli eventi si è occupato, facendo un lavoro egregio, Marco Testa sul Corriere Musicale. I Mozart alloggiarono all’hotel Dogana Nova e assistettero a L’Annibale in Torino di Giovanni Paisiello al Teatro Regio, visitarono probabilmente il Teatro Carignano e Palazzo Barolo e, negli ultimi giorni di permanenza in città, il giovane Wolfgang ebbe modo di festeggiare anche il suo compleanno. Non si sa nient’altro.

A distanza di 250 anni da quel momento, il Teatro Stabile, con l’Unione Musicale e il Conservatorio di Torino, ha costruito una produzione originale a partire dal libro Amadé di Laura Mancinelli. Tre puntate in cui l’attrice e regista Olivia Manescalchi interpreta altrettanti brani insieme a 12 musicisti del Conservatorio. La prima andrà online il 17 marzo alle 21 sul sito dell’Unione Musicale. Le successive saranno disponibili il 24 e il 31 marzo, sempre alle 21. Una produzione nuova per un anniversario come il 250°, pressoché l’unica iniziativa di rilevanza cittadina dedicata al grande compositore. E meno male. Altrimenti ce ne saremmo dimenticati.

Un anno fa ho scritto un racconto ispirato alla vicenda di Mozart a Torino. Un racconto molto fantasioso, in cui mi sono preso qualche libertà, ma se lo volete leggere si trova qui.

Novant’anni dopo l’arrivo dei Mozart, Torino era radicalmente cambiata. Nel mezzo c’era stato il dominio francese di Napoleone, la Restaurazione, i moti del 1820-21, lo Statuto Albertino del 1848 e addirittura una sorta di cambio di dinastia fra i Savoia, dove il ramo di governo divenne quello “cadetto” dei Carignano. Tutto intorno un grande fervore politico. Il 17 marzo fu proclamata, nel primo Parlamento italiano allestito a Palazzo Carignano, la nascita del Regno d’Italia.

Ecco che il 17 marzo 2021 si incrociano in città gli eventi per celebrare due ricorrenze di importanza differente. Per il 160° dell’Unità d’Italia c’è una conferenza degli storici Andrea Merlotti e Pierangelo Gentile, promossa dalla Direzione regionale dei Musei del Piemonte (nella sede di Palazzo Carignano) per parlare proprio del ramo dei Savoia-Carignano. Il Museo del Risorgimento invece si illumina di tricolore (insieme alla Mole Antonelliana) e presenta un nuovo logo, realizzato dagli studenti dello Ied, mentre a Santena si inaugura, virtualmente, il Memoriale Cavour. Fra le novità grafiche, l’ente ospiterà una conferenza dedicata al terzo settore, alla quale dovrebbe intervenire anche Dario Franceschini, Ministro della Cultura. Forse sarebbe potuta nascere un’iniziativa comune, dato che i due enti sono praticamente coinquilini nello stesso edificio. Pazienza.

La città dove sostanzialmente il Risorgimento italiano è nato, a ben vedere, avrebbe potuto fare qualcosa di più, magari attivando un coordinamento a livello istituzionale. Nessuno, visti i tempi, ha voglia di infierire, ma certo è curioso notare come per una ricorrenza tutto sommato secondaria per la storia di Torino (la breve visita dei Mozart) si crei una produzione nuova – e ciò rende onore ai tre enti che l’hanno fatto – mentre per una ricorrenza pressoché centrale si riduca tutto a due conferenze, pur lodevoli, e ai tricolori.

A Torino si dice pitòst che nient, l’è mej pitòst (piuttosto che niente è meglio piuttosto). Forse ci siamo abituati così.

Se vuoi segnalare qualche iniziativa scrivi a press(at)paolomorelli.net

8 marzo 2020 – 8 marzo 2021: storia di un anno

Quel giorno avevo deciso di portare la mia metà in un delizioso ristorante a pochi chilometri da Genova, che dalle vetrate sui monti in salita serviva pesce e riflessi del mare. Fu la consapevolezza dell’ultima occasione a indurci a correre, seguendo il profumo delle mimose in fiore e il richiamo dell’asfalto che supera i confini. Una corsa anacronistica, col senno di poi, che ci portò a sfrecciare lungo un’autostrada già preda di cornacchie e rondini, dove la natura iniziava a occupare gli spazi lasciati vuoti dagli uomini. Un’auto, la nostra, e un camion. Così per 120 km fino alle montagne. E poi il blu che avvolge, il caos cittadino, l’asfalto che abbraccia il cemento e sullo sfondo il sole che luccica sull’acqua.

Ricordo i momenti rubati, le mascherine che destavano stupore e le email di lavoro che mettevano in guardia dall’attraversare le «zone rosse». Ricordo le passeggiate in spiaggia e le deliziose stradine che si arrampicano sulla montagna mentre sotto c’è il mare, l’ultimo saluto alla Liguria (che avremmo rivisto solo ad agosto per una settimana, ma ancora non lo sapevamo) e il rientro, incolonnati nel traffico. Ricordo anche la paura di restar bloccati, la cena fugace da mia madre, quando ancora si parlava di politica spiccia e faccenduole di vita privata, e poi il ritorno a casa. Stanchi e preoccupati, ma felici.

Ricordo le passeggiate in spiaggia e le deliziose stradine che si arrampicano sulla montagna mentre sotto c’è il mare, l’ultimo saluto alla Liguria

La data è precisa: 8 marzo 2020. Quando ci rendemmo conto che le «zone rosse», le chiusure e il virus erano qui, che lo stravolgimento della vita era sulla porta di casa, anzi, era già dentro. Lo ricordo perché era la Festa della donna e la gita in Liguria era il mio regalo per lei. Ed era, in realtà, anche un regalo per me, perché amo vederla sorridere di spensieratezza, un risultato che tendenzialmente si ottiene davanti a una spiaggia (e del resto il mare piace anche a me).

Quello che è accaduto dopo si confonde, tutto si mescola. So che le prime volte a far la spesa ci si andava con una mascherina da bricolage, l’unica posseduta. Oggi le mascherine abbondano, ma all’epoca non si trovavano e ogni giorno si facevano telefonate alle farmacie. Stesso discorso per il gel disinfettante, che semplicemente non avevamo mai acquistato. La paura di avvicinarsi a qualcuno, le code al supermercato dove si entrava contati, il tempo passato a disinfettare tutto una volta a casa. Tutte cose che, a un certo punto e senza capire come, sono svanite.

Poi la santificazione dello smartworking come futuro del mondo. In realtà è una soluzione comoda per risparmiare sui costi di gestione di una sede aziendale e un modo per estendere a dismisura l’orario di lavoro. La trasformazione dell’abitazione privata nell’ufficio, i panni da stendere tra un impegno e l’altro, la spesa da mettere in frigo guardando le email, le pulizie con un occhio al telefono. La quiete, la fine degli adempimenti lavorativi, che arriva solo a tarda sera, quando sei troppo stanco per leggere un libro («leggerò tantissimi libri!», sì, come no). Il rovescio della medaglia è rappresentato da quei dipendenti che hanno imparato a utilizzare lo smartworking per restare a casa – in tempi più quieti – a oziare o occuparsi di altro. Chiamatelo «telelavoro», perché di «smart» non ha proprio nulla.

Oggi le mascherine abbondano, ma all’epoca non si trovavano e ogni giorno si facevano telefonate alle farmacie

Il complottismo, i post su Facebook partoriti dalla sicumera di chi ha capito tutto. Quelli che «dittatura sanitaria», quelli che «la mascherina non serve a niente e anzi è dannosa perché respiri la tua anidride carbonica». E mentre ogni giorno muoiono centinaia di persone ti dicono che è tutto pilotato, non si sa come né da chi, ma è pilotato. Ah ok. Quelli che sapevano come gestire una pandemia, quelli che «bisogna aprire tutto» e poi «bisogna chiudere tutto», quelli che dicono «perdiamo un fatturato di 4 miliardi l’anno» e poi si scopre che i numeri sono leggermente diversi al punto che si sospetta una qualche evasione fiscale.

Poi l’estate dove sembrava tutto finito, nella quale decine e decine di Cassandre ci mettevano in guardia, ma ce ne siamo fregati. Gli appelli alla responsabilità mentre tutto è aperto, tutto funziona, tutto è concesso. La colpa delle persone che si assembrano mentre l’unica soluzione proposta dai governanti è «chiudiamo di nuovo tutto». Un po’ come adesso, dove è ancora colpa del singolo cittadino – un po’ a ragione, un po’ no – e ora che finalmente il vaccino c’è (con buona pace dei complottisti di cui sopra), va talmente lento che di questo passo riceverò la prima dose forse fra un altro anno. E mentre osservo i dati che minacciano una nuova risalita capisco che non è cambiato granché, a parte i vaccini (per fortuna, direi, anche se dentro c’è un microchip che ti collega al 5G).

«Ne usciremo migliori» manco per niente. A un anno da quel momento, mi sento di dire che sia avvenuta una frattura insanabile tra due modalità di approccio alla vita. C’è chi lotta, anche in buona fede, per continuare a vivere come prima e c’è chi si sta adattando a farlo in maniera diversa. Nessuno ha ragione e nessuno ha torto. È un fatto, però, che il nostro habitat sia cambiato e noi, se vogliamo sopravvivere, dobbiamo modificarci in sua funzione.

A volte mi rendo conto, oggi, di ripetere alcuni comportamenti del passato, dell’era «pre-Covid». È inutile e troppo complesso andare a vedere il dettaglio di ogni azione, ma per quanto mi riguarda la pandemia ha rimosso alcuni freni inibitori. Alcune cose «vecchie» ci sono ancora ma sono passate in minoranza rispetto ad altri comportamenti «nuovi» o «riadattati». È stato un anno in cui ho centrato alcuni obiettivi per il semplice fatto di averci creduto di più rispetto al passato. Quindi ho capito che per sopravvivere bisogna sforzarsi di appartenere alla seconda categoria di persone, quelle che si adattano e sono strettamente collegate con l’ambiente.

C’è chi lotta, anche in buona fede, per continuare a vivere come prima e c’è chi si sta adattando a farlo in maniera diversa

Ricordo e vedo tuttora i negazionisti, quelli che «io non mi prendo il Covid», quelli che «ma mica devo tenere sempre la mascherina», quelli che cercano di aggirare le norme e se ne vantano pure. Mi chiedo, spesso, dove fossero tutti questi negazionisti, pronti a dubitare di qualunque cosa, quando in passato ci siamo sorbiti riforme dannose e tasse vessatorie. O con che faccia vengano a pretendere servizi efficienti se non fanno nulla per sostenerli. Dov’era tutta questa gente quando le nostre città venivano strangolate dall’inquinamento? Passata la pandemia verranno a dirci che non è mai esistito nulla e che i veri furbi erano loro, che mentre tutti indossavamo «la museruola» andavano in giro senza mascherina a controllare i pronto soccorso. Non ha importanza, perché si estingueranno. Come si estingueranno anche quelli che governano territori letteralmente devastati dal virus e che oggi, con i loro territori ancora devastati, vengono a raccontarci di quanto abbiano gestito bene la pandemia. Pensa se l’avessero gestita male.

Ci sono cose che mancano ma fanno parte della sfera del desiderio, dello svago, dell’intrattenimento e della leggerezza. In questo anno, da quel pranzo rischiarato dalle vibrazioni argentee del Mar Ligure, ho capito che il lavoro è solo una parte della vita, che l’ambizione è giusta e sacrosanta ma deve avere un limite. Quel limite è la famiglia, intesa come nucleo (da soli o in coppia), è la ricerca di piccoli traguardi personali che costellano un anno, una vita, e che talvolta si intrecciano con i risultati professionali, talvolta no. Lo smartworking, o sedicente tale, non può e non deve soffocare ciò che ci rende umani. La ricerca da fare è quella del punto di equilibrio. Ora ho capito che non si può aspettare il momento in cui non ci sono problemi per cercare di fare qualcosa di bello. Si valuta, certo, ma poi si fa, anche se ci sono altri problemi. Magari si fa diversamente da come si vorrebbe, ma si fa. Perché non tutto si risolve e con i problemi irrisolti si convive. E poi, a un certo punto, si scopre che qualcosa (non tutto, ovvio) è svanito.

Anche io non ce la faccio più, sono stanco, voglio tornare a vedere il mare quando mi va. Voglio viaggiare, scoprire, arricchire i miei occhi e i miei ricordi, assaggiare cibi differenti, sentir parlare lingue straniere e imparare parole nuove. Cenare in compagnia senza aver paura del coprifuoco. Anche io voglio tutto questo e adesso non si può, ma se penso a quell’8 marzo 2020 capisco che, al netto della situazione nazionale che meriterebbe un approfondimento a parte, se di base non è cambiato granché – come ha detto l’infermiera a Sanremo, gelando tutti quelli che hanno ascoltato e capito – almeno sono cambiato io. Questo è già un risultato, in fin dei conti. Di sicuro, quando sarà possibile, penserò alla facoltà di muovermi liberamente come una ricchezza, anzi un privilegio.

Fare comunità, fare un libro: è uscito Borgo Rossini stories

In copertina: la vetrina della libreria Il Ponte sulla Dora realizzata da Pane e tulipani

Né io né l’amico libraio Rocco Pinto avremmo immaginato di riuscire, in un anno così complicato, a realizzare un piccolo progetto di quartiere con una così ampia eco. Eppure, da una serie di racconti pubblicati online, con l’innesto dell’editore Graphot siamo arrivati a Borgo Rossini stories. Durante il primo lockdown, su questo blog ho talvolta pubblicato qualche post dal titolo Borgo Rossini love: scritti dedicati a questa piccola zona di Torino, affacciata sulla Dora e a pochi passi dal centro. Ho scoperto che quest’area, pur essendo circoscritta a livello geografico, è in realtà conosciuta e frequentata da parecchi torinesi – o anche non torinesi – per i motivi più svariati. Così quella piccola rassegna che io e Rocco abbiamo creato grazie alla sua libreria Il Ponte sulla Dora è cresciuta. Avremmo dovuto curarla per un mese, dal 1° aprile al 1° maggio. Abbiamo chiuso «di forza» a metà maggio perché continuavamo a ricevere racconti, ma anche le cose belle devono avere una fine. L’idea del libro, poi, è arrivata dopo e, neanche a farlo apposta, Graphot non è così distante dal borgo.

In questi giorni trovate Borgo Rossini stories alla libreria Il Ponte sulla Dora e in due edicole di questo delizioso quartiere torinese, ma si può anche ordinare. Oppure potete approfittare del riconoscimento delle librerie come «beni essenziali» e arrivare fino qui. Gli autori, grazie a un buon numero di inediti, sono cresciuti ancora e sono diventati 53. Ma più di ogni altra cosa, al di là dell’enorme soddisfazione nel tenere in mano questo oggetto rilegato e costellato di immagini d’epoca (grazie a Piero Bianchi e a Simone Schiavi per ATTS-Archivio Gtt), è incredibile vedere l’entusiasmo che smuove questo piccolo lavoro. Amici mi segnalano post su Facebook di loro amici – a me sconosciuti – che hanno acquistato il libro. Durante un’intervista, un paio di giorni fa, la persona con cui parlavo (che nulla aveva a che vedere con questo argomento) mi ha rivelato di abitare nel borgo e di aver preso il libro.

Il progetto è importante non solo per il quartiere, ma per la comunità del quartiere stesso. È nato nel primo lockdown, per una strana combinazione è uscito durante il secondo lockdown (per così dire, dato che non ha nulla a che vedere con la situazione di marzo-aprile). Si è risvegliato un entusiasmo per il territorio che raramente ricordo di aver visto. È il motivo per cui questo progetto sarà riproposto su altri quartieri, a partire da Barriera di Milano, con Barriera stories in partenza l’8 dicembre. I racconti e le voci delle persone, all’interno di un percorso curato e strutturato, ci terranno compagnia almeno fino alle feste natalizie.

Può essere, questo, uno strumento di marketing del territorio? Troppo presto per dirlo, ma sicuramente abbiamo prodotto – tutti insieme, oltre 50 persone – un documento che fissa un pezzetto di memoria collettiva. Un documento variegato che, in questo caso, riesce ad andare indietro fino all’inizio del secolo scorso. L’idea è produrre tanti piccoli pezzetti di memoria perché è proprio nella memoria, se condivisa (in tutte le accezioni di questo termine), che la comunità si rafforza e cresce. È una banalità ricordarlo, ma mai come in questo momento è ciò di cui abbiamo bisogno. E poi che emozione uscire a far commissioni in quartiere e vedere le vetrine di alcune attività – le poche aperte – che espongono Borgo Rossini stories.

Quanto durerà

Si fa risalire al 25 aprile 1945 il momento in cui l’Italia, ufficialmente, uscì dalla Seconda guerra mondiale. Mi sono sempre chiesto come avessero vissuto le persone in quel periodo. Svegliarsi il 25 mattina in guerra, andare a dormire il 25 sera in pace? Oppure, peggio ancora, sparare a qualcuno il 24 aprile, mettere in cantina il fucile il 26 aprile. È ovvio che non sia stato così, ma l’inevitabile semplificazione storica ci porta a pensarlo. Basta leggere qualche libro ben fatto, o qualche cronaca dell’epoca, per capire immediatamente che già nei giorni precedenti al 25 aprile si sapeva che le ostilità sarebbero cessate di lì a poco, mentre nei giorni successivi a quella data si continuarono a tenere le armi in mano, qualche proiettile fu ancora sparato e ancora qualche anima se ne andò all’altro mondo.

È così con tutti gli avvenimenti storicizzati. Abbiamo una data di inizio e una data di fine, ma sono ovviamente delle convenzioni. Chi non si è distratto alle lezioni di storia a scuola saprà benissimo che lo scoppio della Seconda guerra mondiale, ad esempio, non è avvenuto da un momento all’altro – al netto delle dichiarazioni di guerra ufficiali –, ma è stato un’escalation di fatti sempre più gravi che affondavano le loro radici socio-politiche nella Prima guerra mondiale, nella Grande Guerra. Tranquilli, questo post non è una lezione di storia.

Lungi da me paragonare il periodo che stiamo vivendo a una guerra, per quanto in molti stiano continuando a utilizzare questo metro di valutazione. Lungi da me perché per mia fortuna non ho mai vissuto una guerra. Inoltre non ho paura che qualcuno mi spari addosso o mi bombardi la casa, quindi cercherei di rivedere un po’ i criteri di paragone. Come scrivevo all’inizio, però, mi sono sempre chiesto come le persone vivessero i momenti di una guerra prima di sapere che sarebbe finita. L’attesa di un periodo di pace e libertà che non si sapeva quando sarebbe arrivato, ma si immaginava – si sperava – che sarebbe arrivato «molto presto». La domanda che oggi ci poniamo tutti è: quanto durerà?

Il punto è che non lo sappiamo con certezza, di certo non può essere un Dpcm a stabilire la durata di una pandemia. Non lo sappiamo e questo ci fa letteralmente impazzire: siamo abituati a ragionare per periodi netti. Si lavora dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18 (si fa per dire, è solo un esempio). Si va a scuola da settembre a giugno. Le vacanze di solito si fanno tra luglio e agosto e generalmente per due o tre settimane. Oppure una sola settimana. Partiamo domani e torniamo domenica prossima. I giornali escono domani mattina, il telegiornale è alle 19.30 oppure alle 20. Puoi venire a ritirare l’auto giovedì, al mercato ci vado sabato, ci vediamo domani mattina alle 9 (anzi, domani no, ma era un altro esempio).

Ogni cosa ha una collocazione precisa sulla linea del tempo e sapere quando finirà ci rassicura. Anche quando guardiamo un film controlliamo prima la durata (c’è chi non lo fa, io ad esempio lo faccio), forse per un riflesso incondizionato. Se sappiamo quanto durerà qualcosa ci illudiamo di averne il controllo. Tutto ciò che non rientra in una collocazione precisa genera ansia, incertezza. Le cose devono avere una fine, devono dannatamente finire prima o poi. Una pandemia quanto può durare? Sei mesi? Un anno? La Spagnola – fra i paragoni più in voga ultimamente – durò circa tre anni. Quindi ci aspettano tre anni di Covid? Ma no, erano altri tempi, oggi abbiamo una medicina più potente, la scienza è più avanti, non durerà tre anni.

Credo che lo stress più grande di questo momento sia dovuto al fatto che non sappiamo con certezza quanto durerà. Il motivo, penso, è ancora più profondo. Perché dobbiamo sapere esattamente quanto durerà? Forse vogliamo conoscere il momento in cui potremo tornare a vivere come facevamo prima. L’altra domanda che ci facciamo, o forse che non vogliamo farci, è: ma tornerà davvero tutto come prima? C’è chi ci spera, chi invece spera l’opposto. La verità è che nessuno di noi ha voglia di cambiare di una virgola il proprio modo di vivere, per questo ci auguriamo – al di là della questione prettamente sanitaria – che la pandemia finisca il prima possibile. Non sappiamo ancora, nonostante speculazioni e interviste varie, come vivremo dopo, ma sicuramente, al di là del mondo che troveremo, ci sarà sicuramente qualcosa di diverso: noi. Probabilmente la conclusione di questo momento svelerà se saremo migliori o peggiori e anche questo, in effetti, spaventa un po’.

Foto in copertina: pxhere

Il nastro rosa

Il mio nastro! Ce l’avevo in mano fino a un secondo fa ma è sparito tra la gente che corre.
Devo trovarlo, non posso andarmene da qui senza trovarlo. Sono venuta apposta, volevo danzare con le mie colleghe, e avevo deciso di portare quel nastro rosa che mi aveva regalato mia mamma. Era della nonna, faceva parte del suo completo da danza classica, mamma aveva deciso di regalarmelo quando mi sono iscritta alla scuola.

Vedo facce spaventate. Un botto, due, tre. Sento lo spostamento d’aria e le mie compagne sono già distanti, sento Lorena che mi chiama, mi dice di togliermi da lì. Ma io devo prima ritrovare il maledetto nastro.
Un ragazzo incappucciato mi dà una spallata, quasi cado. Non se n’è nemmeno accorto, sta correndo con qualcosa in mano verso la Polizia. Un altro botto, urla, insulti, c’è uno che continua a urlare «Libertà!». Ma non ne capisco il senso, perché tutto questo caos, perché?

E pensare che mentre danzavo, dalla mia posizione, vedevo il Teatro Regio. Il mio sogno, il nostro sogno, era quello di danzare, sì, ma su quel palco. Tutto chiuso, per adesso non se ne parla, dicono che ci vorrà ancora tanto tempo. Ma il sogno resta, prima o poi il teatro dovrà riaprire e prima o poi dovrò salire su quel palco.

Mi muovo al contrario, la gente corre verso via Roma, io mi sposto verso Palazzo Reale. Fino a poco fa eravamo qui, poi la folla ci ha spinte a cinquanta metri di distanza. Devo tornarci, a costo di fare a spallate con tutta questa gente incappucciata, che un po’ mi ignora, un po’ mi guarda stranita. Che avete da guardare? Criminali, siete dei criminali. Criminali, criminali, criminali!

Lo dico ad alta voce, non mi sente nessuno. Urlo «criminali!» mentre corro al contrario, mentre guardo per terra e cerco di capire dove fossi prima. Oramai è buio, non vedo niente, o forse sì, vedo delle forme, qualche carta per terra, oggetti che non riconosco e cianfrusaglie. Il nastro sarà lì in mezzo.

Vedo una striscia chiara, forse è il nastro. Corro, è il nastro! Il nastro!
Un’altra spallata mi scaraventa per terra, ho dei graffi, sento la faccia umida. Qualcuno mi ha buttato per terra ma non so chi. Urlo «criminali!», urlo «delinquenti!» e cerco di rialzarmi. Sento una mano sotto il braccio, mi tira su. È un ragazzo incappucciato, mi guarda senza vedermi.

«Sei stato tu! Criminale!», gli dico. «No – risponde – ti ho vista per terra e ti ho tirata su. Vattene». Ma vattene tu! Così vorrei dirgli, ma corre via. «Fascista!», urlo ancora. Mentre sento bruciore agli occhi, altri botti, insulti. Una nebbia di fumogeni e lacrimogeni che mi avvolge come se fossi dentro gli scontri da stadio che si vedono in televisione. «Macché fascista» urla lui. E corre.

Il nastro!
Mi volto nella direzione in cui l’avevo visto, corro, vedo del ciarpame che non so nemmeno cosa sia. Mi metto a rovistare mentre intorno a me sento il vuoto, si sono spostati tutti verso via Roma. Lacrime, lacrime a fiotti, ma vedo qualcosa che sembra il mio nastro. Lo prendo tra le mani, lo porto a due centimetri dal viso, per vederlo. È lui!

Lo ficco bene in tasca e scappo verso la piazzetta reale. Oltre i dioscuri mi fermo, sono sola. Guardo verso la piazza e vedo il fumo che sale. Sembra acqua che evapora dalle pietre calde, come se avesse piovuto dopo una giornata di sole in estate. Sullo sfondo, verso via Roma, vedo oggetti che volano, persone incappucciate, uomini con caschi e manganelli.

Squilla il telefono, è Lorena.
«Simona dove cazzo sei finita?».
«Dovevo cercare il nastro!».
«Ma quale nastro! Dove sei?».
«In piazzetta reale».
«Stai ferma lì e non ti muovere, accidenti a te».

Passano pochi minuti, Simona arriva, vuole prendermi a ceffoni ma mi abbraccia. Piange. Anche io piango, ma per i lacrimogeni, sono felice di aver ritrovato il mio nastro.
«Simona», mi dice, «ma i tuoi occhiali?».
Mi tocco la faccia, non ce li ho più. Forse era per quello che non trovavo il nastro, non ci vedevo. Tutto spiegato.
«Li andiamo a cercare?», dico. «Non ci penso nemmeno – risponde Lorena –, tuo papà te ne compra un altro paio e piuttosto li pago io. Ora leviamoci da qui, ho chiamato Gigi, ci viene a prendere con il furgoncino davanti al Duomo».

Lì ci sono le altre, tutte si preoccupano per me, nessuna può abbracciarmi e ora che ci penso nemmeno Lorena avrebbe potuto. Pazienza. Alcune mi chiedono scusa per avermi lasciato da sola. Altre piangono, ma non credo sia per i lacrimogeni. Io sorrido, ho ritrovato il mio nastro.

Chissà quando potrò danzare al Teatro Regio, chissà perché affumicare la città, chissà perché quel fascista mi ha tirata su, chissà che volevano tutti. Forse non volevano proprio niente. Ci penso e ho paura, ma poi mi passa, io sto meglio di quel ragazzo incappucciato perché voglio qualcosa? Forse sì, anche se ho bisogno di mamma e papà per fare tutto, anche se Lorena deve starmi sempre attaccata altrimenti chissà che mi succede. Però, alla fine, mi hanno insegnato tutti a volere qualcosa, un obiettivo, come lo chiamano loro.

E comunque ho ritrovato il nastro. Lo tengo tra le mani, mentre mi sistemo la mascherina e salgo sul furgoncino con Lorena. Saluto le altre dal finestrino. Il nastro è un po’ sporco e sgualcito, tornerà rosa come prima.

Far vedere che rinunciamo a qualcosa

La gestione della pandemia nel nostro piccolo ha imposto la convivenza con una serie di restrizioni che poi, fra luglio e settembre, si sono gradualmente allentate. Era rimasta, in fondo, quella paura del contagio che ci ha tenuti spesso a distanza dagli abbracci dei nostri amici o dei nostri famigliari, e ognuno di noi ha rinunciato a qualcosa. Inutile stabilire chi e quanto non abbia preso le dovute precauzioni, il problema a monte è che la responsabilità di questioni collettive è sempre lasciata al singolo individuo, che si sente esentato da determinate norme, perché «no, ma io no…», si concede delle deroghe e si autoassolve. Lo slittamento graduale della responsabilità dallo Stato al cittadino – passando per Regioni, Comuni e tutti gli altri enti amministrativi – fa sì che i provvedimenti restrittivi, impopolari per definizione ma talvolta necessari, lascino sempre spazio all’interpretazione.

Poi c’è il rapporto con la coscienza. Durante una pandemia non è possibile che resti tutto come prima, ma le rinunce alle quali siamo chiamati si spostano in un campo fumoso come quello dell’applicazione delle norme. Dobbiamo tuttavia dimostrare, soprattutto a noi stessi, che le rinunce si fanno. Di conseguenza possiamo accettare senza grossi problemi – salvo qualche caso – di entrare in un ristorante indossando la mascherina, mentre non protestiamo granché se il tavolo di fianco al nostro è troppo vicino. Possiamo accettare di doverci disinfettare le mani in continuazione, di salutarci con il gomito – sebbene questo ci faccia sentire stupidi, quindi spesso lo facciamo scherzando – ma a volte abbracciamo le persone non conviventi. Non possiamo rinunciare agli abbracci. Abbracciare un amico o un’amica, un parente o nostra madre, è una dimostrazione di affetto che serve a noi per dimostrare il bene che vogliamo, ma anche per rassicurarci del bene che riceviamo. Credo sia il motivo per cui, nelle ultime settimane, dal mio punto di vista penso di essere diventato più affettuoso, forse inconsapevolmente e anche un po’ troppo.

La risposta non è far saltare tutto e tornare ad abbracciarci, non adesso. Dobbiamo rinunciare a qualcosa, perciò niente baci né abbracci. Anche se poi, dopo aver incontrato dei cari amici ed essere rimasti distanti, fa incazzare sbirciare nelle vetrine di un ristorante (quando erano ancora aperti dopo le 18) per vedere tavolate da dieci persone. Magari sono persone che nella vita quotidiana indossano la mascherina, perché è il loro modo di rinunciare a qualcosa, ma che alla tavolata no, non possono rinunciare. Il punto è che la rinuncia individuale si scontra con la rinuncia collettiva. Il ristoratore che ha acconsentito alla tavolata da dieci persone non poteva rinunciare all’incasso, quindi ha chiuso un occhio. Hanno tutti ragione, ma hanno anche tutti torto. Le scelte individuali si muovono nel fumoso ambiente dell’applicazione della norma. E così facciamo vedere che mettiamo la mascherina, ci disinfettiamo le mani e al supermercato siamo distanti dagli altri, a questo possiamo rinunciare. All’amico che ci viene a trovare per cena no, cosa vuoi che sia?

Eppure, se tenessimo un distanziamento sufficiente non avremmo bisogno della mascherina all’aperto, ma non ne siamo capaci, quindi su le mascherine. In realtà facciamo vedere che rinunciamo a qualcosa (così la coscienza è salva), ma non rinunciamo a ciò che consideriamo più importante, anche se più rischioso.

Nell’ultimo Dpcm il Governo ha messo nero su bianco questa mentalità. Solo generiche raccomandazioni sul sistema di distribuzione delle merci e sul trasporto pubblico, poi una nuova chiusura di palestre, piscine, teatri e cinema. Per quanto, soprattutto per teatri e cinema, si sia riscontrato un solo contagio dalla fine del lockdown a oggi. Ma si tratta di cose alle quali si può rinunciare, per la nostra economia – a torto – sono poco importanti. Si può andare a lavorare ben schiacciati sui mezzi pubblici – non sia mai che vengano potenziati – ma niente cinema. Si può andare al supermercato, dove è impossibile stare a un metro di distanza dagli altri quando le corsie sono affollate o si è in coda al banco del pesce, e dove le merci vengono toccate da tutti, ma non è consentito entrare a teatro, dove invece si è obbligati a stare fermi e lontani dagli altri da quando si entra a quando si esce, senza nemmeno la necessità di parlare e così diffondere droplet in un ambiente chiuso. Però la situazione epidemiologica imponeva misure più restrittive, perché di questo passo si rischia il tracollo del sistema sanitario.

L’attacco all’abitudine più rischiosa richiede tuttavia pesanti investimenti, richiede controlli (quindi altri investimenti). In questo caso possiamo chiamare «abitudine» avere mezzi pubblici inefficienti e forse non è un caso che crescano le vendite degli autoveicoli a uso privato. Possiamo chiamare «abitudine» avere una sanità mai adeguata, che vive di sprechi, promesse di investimenti che arrivano a rilento: le terapie intensive sono aumentate, sì, ma non di quanto ritenuto necessario e sono passati sette mesi dalle prime chiusure. La sanità vive soprattutto di personale che fa turni massacranti, infermieri e medici chiamati «eroi» che poi vengono assunti con contratti di tre mesi. Possiamo chiamare «abitudine» quella di stremare i lavoratori della grande distribuzione e i fattorini, perché non è possibile che le merci si fermino, soprattutto ora, e pazienza se sono scoppiati focolai in alcune catene di distribuzione tempo fa (dopo il lockdown, peraltro), tutto a posto. Per non parlare della didattica a distanza che favorisce la dispersione scolastica, ma qui il problema è sempre legato all’inefficienza dei mezzi pubblici (e non è colpa degli autisti).

Invece a teatro, cinema, palestra o piscina si può rinunciare. Sono realtà che attengono alla dimensione spirituale dell’individuo in senso lato (tranquilli, le chiese sono aperte), quindi alla sua salute mentale. È pur vero che con il bombardamento che subiamo, che disincentiva a uscire se non per estrema necessità, andare al cinema sarebbe l’ultimo dei pensieri. Ma basterebbe dire che «il biglietto del cinema o del teatro vale come autocertificazione per muoversi durante il coprifuoco, per tornare a casa dopo lo spettacolo», restituendo dignità a un settore. Insomma, cinema, teatro, palestra o piscina, siano motivi di «necessità» come andare dal medico. Questo, però, richiederebbe un cambio di paradigma culturale. Chi se ne importa dei cinema? Tanto c’è Netflix. E pazienza se il comparto culturale – ma anche quello sportivo non scherza – fattura più del 6% del Pil nazionale. A quello si può rinunciare, perché serve uno sforzo. Chiudiamo palestre, piscine, teatri e cinema, anche se sono luoghi sicuri, dobbiamo far vedere che rinunciamo a qualcosa, non a tutto, ma a qualcosa sì.

Forse sarebbe bastato uno sforzo minimo di tutti per evitare un sacrificio di pochi, ma questo deve essere normato dallo Stato, anche imposto se necessario, non si può lasciare al libero arbitrio la cura del bene collettivo. Non in questo Paese. Servono leader, persone che prendano decisioni in ruoli di vertice, e noi – anche per colpa del nostro voto – al momento non ne abbiamo. Si sente spesso dire che il virus abbia modificato le nostre abitudini e che di fronte a noi si prospetti la cosiddetta «nuova normalità». Che cos’è, però, questa «nuova normalità»? Che qualcuno ce la indichi, provi a immaginarla e dia a questo Paese una visione, perché noi non ne abbiamo la minima idea.

Torino, 3 luglio 1969

«Arturo, Arturo!».
«Ehi».
«Non ti stai dimenticando niente?».
Arturo si fermò sulla soglia della porta, interdetto. Quando sua moglie faceva quella domanda era spesso un trabocchetto, che ogni volta finiva con il dimostrare quanto lui fosse inaffidabile anche per le più piccole commissioni ordinarie. Ma niente, con le chiavi nella mano sinistra, la sporta nella mano destra, proprio non gli venne in mente. Eleonora, sua moglie, abbozzò un ghigno. «Pensaci bene», disse, con tono di sfida.
Allora, il portafogli c’era, le chiavi ce le aveva in mano, la borsa della spesa sì, la ricevuta della tintoria per ritirare la giacca c’era. Le chiavi della macchina no, non servivano perché le botteghe erano tutte lungo corso Traiano, quindi si sarebbe spostato a piedi.
«La lista». Disse Eleonora, allungando sotto il naso del marito un biglietto fittamente scritto. Arturo sorrise, lei non ebbe voglia di arrabbiarsi, lo salutò e tornò alle proprie faccende.

L’uomo scese in strada e capì subito che c’era qualcosa di diverso dal solito, che dal balcone di casa sua, orientato in tutt’altra direzione, sarebbe stato impossibile cogliere. Non era il caldo, che, all’età di 80 anni, Arturo pativa particolarmente, non era nemmeno il sole che già alle 9 del mattino era piuttosto insistente. Erano i poliziotti. Mai visti così tanti, e tutti insieme, in corso Traiano. In effetti, da casa, non si vedeva nulla.
Arturo andò in tintoria, ma era chiusa, questo lo mandò in confusione. Non c’erano avvisi né cartelli, che avesse sbagliato orario?
«Ah, ma certo!» disse l’uomo, dandosi una manata sulla fronte. «Oggi apre al pomeriggio». E se ne andò sereno all’emporio dietro l’angolo, convinto di avere una scusa pronta per Eleonora, per non aver svolto quel semplicissimo compito.

C’era pochissima gente e Giulio, il gestore, accolse Arturo quasi incredulo. «Che ci fai qui?», gli disse. «Eh niente, la spesa».
«Ma lo sai che sto chiudendo?».
Arturo sgranò gli occhi. «Oddio – disse – e dove andiamo adesso a fare la spesa?». Giulio restò a bocca aperta.
«Arturo – riprese –, intendevo dire che sto per chiudere oggi, ma domani riapro. Torna domani, non vedi che succede lì fuori?». Le camionette della Polizia facevano avanti e indietro su corso Traiano, si formavano assembramenti di agenti in divisa, con scudi e caschi, le persone cercavano percorsi alternativi per attraversare la strada e, dal fondo del viale, si sentivano urla indefinite, forse slogan. Arturo guardò sconsolato fuori dalla vetrina.
«Ma se torno a casa senza spesa Eleonora si arrabbia», obiettò l’uomo.
Giulio sospirò, quasi intenerito da quell’obiezione. «Va bene, dammi il biglietto». Arturo sorrise. Il gestore dell’emporio gli riempì la borsa, mettendo tutto quello che era segnato sul biglietto, poi fece il conto. Arturo pagò soddisfatto. «Adesso, però – ammonì il negoziante – vai subito a casa e non uscire». L’uomo annuì, ma sapeva che sarebbe dovuto andare in tintoria.

Con lo sguardo fiero, una volta rientrato, Arturo posizionò la spesa sul tavolo della cucina, poi disse alla moglie, prima che lei potesse obiettare nulla, che la tintoria avrebbe aperto al pomeriggio. «Strano – disse lei – ma non importa, ci puoi andare anche domani, oggi fa caldo».
«Eh no – aggiunse lui, sempre più tronfio – un impegno è un impegno! Oggi intendo chiudere la faccenda, domani porterò il televisore da Giustino a riparare».

Il piccolo schermo che troneggiava su un mobile nella piccola cucina, in effetti, era rotto da tempo. Per seguire i notiziari, Eleonora andava dalla vicina, ma da due settimane non lo poteva più fare perché l’amica era andata in vacanza, sarebbe rientrata quel giorno stesso e in serata, finalmente, avrebbero potuto guardare di nuovo il notiziario insieme. Arturo era così, aveva i suoi tempi.

Dopo pranzo, l’uomo uscì di nuovo, fatto il suo consueto sonnellino, diretto in tintoria. Il clima, però, era cambiato. L’aria era secca, quasi irrespirabile, gli animi caldissimi. Si affacciò su corso Traiano e fu quasi travolto dalla folla. Urla, strattoni, pietre e bottiglie volavano. Arturo si buttò contro un muro, cercando di appiattirsi il più possibile. Riuscì a togliersi dalla folla ma oramai si era spostato già di diversi metri. Quel caos era una scusa più che sufficiente per non aver portato a termine il compito della tintoria, perciò poteva «tranquillamente» rientrare a casa. Tutto stava nel ritornare al cancelletto che dava l’accesso al cortile, che era già distante.

Prese coraggio e fece a spintoni tra giovani e meno giovani, che urlavano insulti alla Polizia.
Arturo non capì niente, ma a un certo punto la folla arretrò e si ritrovò libero. Li guardò correre e sorrise, finalmente sarebbe potuto rientrare. Si voltò, più sereno, ma si trovò di fronte una massa di poliziotti armati di scudi e manganelli, che inseguivano i manifestanti.
L’uomo fu scaraventato per terra, prese anche una manganellata, ma in quel disastro non riuscì a capire bene cosa fosse accaduto. Calpestato, strattonato, riuscì a strisciare verso il cancelletto, mentre alle sue spalle scoppiava la guerra.
A fatica, tornò in piedi, dolorante e sanguinante. Si pulì i pantaloni, aprì il cancelletto tenendo le chiavi con estrema difficoltà, perché le mani tremavano. Tornò a casa, guardò Eleonora e sorrise. Lei si portò le mani sul viso. «Che ti è successo?» urlò, cercando con affanno il proprio dispositivo acustico, che infilò alle orecchie per poter sentire la voce del marito.
«Eh niente – disse lui, appoggiandosi a una antica credenza che dominava l’ingresso –, sono uscito dal cancelletto e sono caduto, uno è passato correndo e mi ha buttato per terra. Ma sto bene, magari mi faccio una doccia».

Eleonora corse a prendere medicamenti e garze, lo fece sedere e gli disse di non preoccuparsi di niente. «Posso andare domani in tintoria?» disse lui. La donna lo guardò con tenerezza. «Ma certo, anzi, domani ci vado io, tu riposati. Vuoi che andiamo all’ospedale?».
«Magari domani se sto ancora male, ma adesso mi passa» rispose Arturo.
«Che cafone quello che ti ha buttato per terra!».
«Eh già».
«Hai visto chi era?».
«Non lo conosco».

La sera, dalla vicina, Eleonora guardò il notiziario e vide la guerra. Le botte, i manganelli, le pietre, le urla, gli arresti di corso Traiano. Chinò la testa e pianse.
«Eh lo so – disse la vicina commentando le immagini – è veramente una cosa triste».
«Triste, già», aggiunse Eleonora, asciugando le lacrime.

Borgo Rossini love | Via Catania

L’auto sfila silenziosa fra le siepi, è l’ultimo tratto di via Catania, quello che, al centro, mantiene una piccola lingua d’asfalto che anziché condurre all’incrocio con corso Novara porta alla fine del mondo.

La fine del mondo è il Cimitero Monumentale dove, per la prima volta, la gloriosa utilitaria di produzione torinese varca l’ingresso del piazzale dopo essere passata fra quelle siepi, al seguito di un carro funebre sempre troppo grigio e troppo lussuoso. L’ultimo saluto alla zia è stato dato fra le mascherine, l’odore di gel disinfettante e il distanziamento sociale. Parenti che si incontrano, vorrebbero salutarsi con una stretta di mano e un abbraccio, ma non possono, così le conversazioni non nascono, non ci si racconta qualcosa in attesa di entrare, perché senza quel saluto iniziale si resta come sospesi.
Sono arrivati divisi in due per auto, uno davanti e uno dietro, come in un taxi e, prima di partire alla volta del camposanto, si erano messi in fila dietro al feretro, guardandosi un po’ per controllare i rispettivi stati d’animo, un po’ per verificare le distanze.

La scomparsa della zia, portata via in un soffio dal Covid19, accomuna questa a migliaia di altre famiglie del mondo, così come il funerale al disinfettante. La sofferenza per la dipartita si diluisce nella sofferenza di non potersi accarezzare, di un figlio che non può asciugare le lacrime di sua madre sul proprio petto, una sofferenza appannata dalla paura di togliere la mascherina, di togliere i guanti, di starnutire.
Sullo sfondo via Catania vista dall’altro lato, dal piazzale di fronte al cimitero dove l’aria resta sospesa, non c’è un filo di vento, il tempo si ferma, resta cristallizzato in un momento eterno. È come osservare la vita dall’esterno, vedere le fronde degli alberi mosse da un vento sottile come fossero immagini registrate, trasmesse da un maxischermo.

Via Catania è metafora della vita e della morte. Dalle acque impetuose o placide della Dora spuntano bagliori di vitalità, dove nasce l’esistenza. L’acqua è da sempre metafora di vita, di nascita. Quel nome, «Dora», ha origine greca, da «doron», e vuol dire «dono», e la vita, almeno nella concezione cristiana del termine, è di fatto un dono. Questo, però, riguarda il nome proprio di persona, tendenzialmente la contrazione del nome «Dorotea».
In realtà il nome del fiume ha un’etimologia differente, in dialetto piemontese indica un qualunque corso d’acqua. Ma è bello pensare che la Dora, così come l’acqua può rappresentare, sia un dono.

Via Catania nasce dal fiume, poi prosegue e incrocia via Reggio, ne prende possesso, le scippa il ruolo di asse portante del borgo e si incunea fra gli alberi, cresce, porta con sé case, locali, negozi – tutti, ovviamente, chiusi – e si dirige decisa verso il termine di tutto.
L’ultimo tratto è surreale, fatto per i carri funebri e il loro codazzo. Dalla nascita, dall’acqua, si chiude al camposanto. Si attraversa in auto, velocemente, con le case che scorrono, sfilano una dopo l’altra come gli anni, chiuse, impolverate, con le serrande abbassate.

L’automobile, oggi, appare l’ultimo guscio protettivo rimasto per muoversi in una terra martoriata, abitata eppure desertificata, una protezione attende sorniona di essere messa in moto, indolente e inerme. Ha un rombo rassicurante, che indica un motore in salute, le cui vibrazioni coprono i singhiozzi e danno costanza al movimento.
Un guscio rassicurante dove, al riparo dalle delazioni, il figlio e la madre si stringono. Con mascherine e guanti, entrambi consapevoli della violazione, si dicono che almeno, per via di quella brutta occasione, sono riusciti ad abbracciarsi.