8 marzo 2020 – 8 marzo 2021: storia di un anno

Quel giorno avevo deciso di portare la mia metà in un delizioso ristorante a pochi chilometri da Genova, che dalle vetrate sui monti in salita serviva pesce e riflessi del mare. Fu la consapevolezza dell’ultima occasione a indurci a correre, seguendo il profumo delle mimose in fiore e il richiamo dell’asfalto che supera i confini. Una corsa anacronistica, col senno di poi, che ci portò a sfrecciare lungo un’autostrada già preda di cornacchie e rondini, dove la natura iniziava a occupare gli spazi lasciati vuoti dagli uomini. Un’auto, la nostra, e un camion. Così per 120 km fino alle montagne. E poi il blu che avvolge, il caos cittadino, l’asfalto che abbraccia il cemento e sullo sfondo il sole che luccica sull’acqua.

Ricordo i momenti rubati, le mascherine che destavano stupore e le email di lavoro che mettevano in guardia dall’attraversare le «zone rosse». Ricordo le passeggiate in spiaggia e le deliziose stradine che si arrampicano sulla montagna mentre sotto c’è il mare, l’ultimo saluto alla Liguria (che avremmo rivisto solo ad agosto per una settimana, ma ancora non lo sapevamo) e il rientro, incolonnati nel traffico. Ricordo anche la paura di restar bloccati, la cena fugace da mia madre, quando ancora si parlava di politica spiccia e faccenduole di vita privata, e poi il ritorno a casa. Stanchi e preoccupati, ma felici.

Ricordo le passeggiate in spiaggia e le deliziose stradine che si arrampicano sulla montagna mentre sotto c’è il mare, l’ultimo saluto alla Liguria

La data è precisa: 8 marzo 2020. Quando ci rendemmo conto che le «zone rosse», le chiusure e il virus erano qui, che lo stravolgimento della vita era sulla porta di casa, anzi, era già dentro. Lo ricordo perché era la Festa della donna e la gita in Liguria era il mio regalo per lei. Ed era, in realtà, anche un regalo per me, perché amo vederla sorridere di spensieratezza, un risultato che tendenzialmente si ottiene davanti a una spiaggia (e del resto il mare piace anche a me).

Quello che è accaduto dopo si confonde, tutto si mescola. So che le prime volte a far la spesa ci si andava con una mascherina da bricolage, l’unica posseduta. Oggi le mascherine abbondano, ma all’epoca non si trovavano e ogni giorno si facevano telefonate alle farmacie. Stesso discorso per il gel disinfettante, che semplicemente non avevamo mai acquistato. La paura di avvicinarsi a qualcuno, le code al supermercato dove si entrava contati, il tempo passato a disinfettare tutto una volta a casa. Tutte cose che, a un certo punto e senza capire come, sono svanite.

Poi la santificazione dello smartworking come futuro del mondo. In realtà è una soluzione comoda per risparmiare sui costi di gestione di una sede aziendale e un modo per estendere a dismisura l’orario di lavoro. La trasformazione dell’abitazione privata nell’ufficio, i panni da stendere tra un impegno e l’altro, la spesa da mettere in frigo guardando le email, le pulizie con un occhio al telefono. La quiete, la fine degli adempimenti lavorativi, che arriva solo a tarda sera, quando sei troppo stanco per leggere un libro («leggerò tantissimi libri!», sì, come no). Il rovescio della medaglia è rappresentato da quei dipendenti che hanno imparato a utilizzare lo smartworking per restare a casa – in tempi più quieti – a oziare o occuparsi di altro. Chiamatelo «telelavoro», perché di «smart» non ha proprio nulla.

Oggi le mascherine abbondano, ma all’epoca non si trovavano e ogni giorno si facevano telefonate alle farmacie

Il complottismo, i post su Facebook partoriti dalla sicumera di chi ha capito tutto. Quelli che «dittatura sanitaria», quelli che «la mascherina non serve a niente e anzi è dannosa perché respiri la tua anidride carbonica». E mentre ogni giorno muoiono centinaia di persone ti dicono che è tutto pilotato, non si sa come né da chi, ma è pilotato. Ah ok. Quelli che sapevano come gestire una pandemia, quelli che «bisogna aprire tutto» e poi «bisogna chiudere tutto», quelli che dicono «perdiamo un fatturato di 4 miliardi l’anno» e poi si scopre che i numeri sono leggermente diversi al punto che si sospetta una qualche evasione fiscale.

Poi l’estate dove sembrava tutto finito, nella quale decine e decine di Cassandre ci mettevano in guardia, ma ce ne siamo fregati. Gli appelli alla responsabilità mentre tutto è aperto, tutto funziona, tutto è concesso. La colpa delle persone che si assembrano mentre l’unica soluzione proposta dai governanti è «chiudiamo di nuovo tutto». Un po’ come adesso, dove è ancora colpa del singolo cittadino – un po’ a ragione, un po’ no – e ora che finalmente il vaccino c’è (con buona pace dei complottisti di cui sopra), va talmente lento che di questo passo riceverò la prima dose forse fra un altro anno. E mentre osservo i dati che minacciano una nuova risalita capisco che non è cambiato granché, a parte i vaccini (per fortuna, direi, anche se dentro c’è un microchip che ti collega al 5G).

«Ne usciremo migliori» manco per niente. A un anno da quel momento, mi sento di dire che sia avvenuta una frattura insanabile tra due modalità di approccio alla vita. C’è chi lotta, anche in buona fede, per continuare a vivere come prima e c’è chi si sta adattando a farlo in maniera diversa. Nessuno ha ragione e nessuno ha torto. È un fatto, però, che il nostro habitat sia cambiato e noi, se vogliamo sopravvivere, dobbiamo modificarci in sua funzione.

A volte mi rendo conto, oggi, di ripetere alcuni comportamenti del passato, dell’era «pre-Covid». È inutile e troppo complesso andare a vedere il dettaglio di ogni azione, ma per quanto mi riguarda la pandemia ha rimosso alcuni freni inibitori. Alcune cose «vecchie» ci sono ancora ma sono passate in minoranza rispetto ad altri comportamenti «nuovi» o «riadattati». È stato un anno in cui ho centrato alcuni obiettivi per il semplice fatto di averci creduto di più rispetto al passato. Quindi ho capito che per sopravvivere bisogna sforzarsi di appartenere alla seconda categoria di persone, quelle che si adattano e sono strettamente collegate con l’ambiente.

C’è chi lotta, anche in buona fede, per continuare a vivere come prima e c’è chi si sta adattando a farlo in maniera diversa

Ricordo e vedo tuttora i negazionisti, quelli che «io non mi prendo il Covid», quelli che «ma mica devo tenere sempre la mascherina», quelli che cercano di aggirare le norme e se ne vantano pure. Mi chiedo, spesso, dove fossero tutti questi negazionisti, pronti a dubitare di qualunque cosa, quando in passato ci siamo sorbiti riforme dannose e tasse vessatorie. O con che faccia vengano a pretendere servizi efficienti se non fanno nulla per sostenerli. Dov’era tutta questa gente quando le nostre città venivano strangolate dall’inquinamento? Passata la pandemia verranno a dirci che non è mai esistito nulla e che i veri furbi erano loro, che mentre tutti indossavamo «la museruola» andavano in giro senza mascherina a controllare i pronto soccorso. Non ha importanza, perché si estingueranno. Come si estingueranno anche quelli che governano territori letteralmente devastati dal virus e che oggi, con i loro territori ancora devastati, vengono a raccontarci di quanto abbiano gestito bene la pandemia. Pensa se l’avessero gestita male.

Ci sono cose che mancano ma fanno parte della sfera del desiderio, dello svago, dell’intrattenimento e della leggerezza. In questo anno, da quel pranzo rischiarato dalle vibrazioni argentee del Mar Ligure, ho capito che il lavoro è solo una parte della vita, che l’ambizione è giusta e sacrosanta ma deve avere un limite. Quel limite è la famiglia, intesa come nucleo (da soli o in coppia), è la ricerca di piccoli traguardi personali che costellano un anno, una vita, e che talvolta si intrecciano con i risultati professionali, talvolta no. Lo smartworking, o sedicente tale, non può e non deve soffocare ciò che ci rende umani. La ricerca da fare è quella del punto di equilibrio. Ora ho capito che non si può aspettare il momento in cui non ci sono problemi per cercare di fare qualcosa di bello. Si valuta, certo, ma poi si fa, anche se ci sono altri problemi. Magari si fa diversamente da come si vorrebbe, ma si fa. Perché non tutto si risolve e con i problemi irrisolti si convive. E poi, a un certo punto, si scopre che qualcosa (non tutto, ovvio) è svanito.

Anche io non ce la faccio più, sono stanco, voglio tornare a vedere il mare quando mi va. Voglio viaggiare, scoprire, arricchire i miei occhi e i miei ricordi, assaggiare cibi differenti, sentir parlare lingue straniere e imparare parole nuove. Cenare in compagnia senza aver paura del coprifuoco. Anche io voglio tutto questo e adesso non si può, ma se penso a quell’8 marzo 2020 capisco che, al netto della situazione nazionale che meriterebbe un approfondimento a parte, se di base non è cambiato granché – come ha detto l’infermiera a Sanremo, gelando tutti quelli che hanno ascoltato e capito – almeno sono cambiato io. Questo è già un risultato, in fin dei conti. Di sicuro, quando sarà possibile, penserò alla facoltà di muovermi liberamente come una ricchezza, anzi un privilegio.

Il nastro rosa

Il mio nastro! Ce l’avevo in mano fino a un secondo fa ma è sparito tra la gente che corre.
Devo trovarlo, non posso andarmene da qui senza trovarlo. Sono venuta apposta, volevo danzare con le mie colleghe, e avevo deciso di portare quel nastro rosa che mi aveva regalato mia mamma. Era della nonna, faceva parte del suo completo da danza classica, mamma aveva deciso di regalarmelo quando mi sono iscritta alla scuola.

Vedo facce spaventate. Un botto, due, tre. Sento lo spostamento d’aria e le mie compagne sono già distanti, sento Lorena che mi chiama, mi dice di togliermi da lì. Ma io devo prima ritrovare il maledetto nastro.
Un ragazzo incappucciato mi dà una spallata, quasi cado. Non se n’è nemmeno accorto, sta correndo con qualcosa in mano verso la Polizia. Un altro botto, urla, insulti, c’è uno che continua a urlare «Libertà!». Ma non ne capisco il senso, perché tutto questo caos, perché?

E pensare che mentre danzavo, dalla mia posizione, vedevo il Teatro Regio. Il mio sogno, il nostro sogno, era quello di danzare, sì, ma su quel palco. Tutto chiuso, per adesso non se ne parla, dicono che ci vorrà ancora tanto tempo. Ma il sogno resta, prima o poi il teatro dovrà riaprire e prima o poi dovrò salire su quel palco.

Mi muovo al contrario, la gente corre verso via Roma, io mi sposto verso Palazzo Reale. Fino a poco fa eravamo qui, poi la folla ci ha spinte a cinquanta metri di distanza. Devo tornarci, a costo di fare a spallate con tutta questa gente incappucciata, che un po’ mi ignora, un po’ mi guarda stranita. Che avete da guardare? Criminali, siete dei criminali. Criminali, criminali, criminali!

Lo dico ad alta voce, non mi sente nessuno. Urlo «criminali!» mentre corro al contrario, mentre guardo per terra e cerco di capire dove fossi prima. Oramai è buio, non vedo niente, o forse sì, vedo delle forme, qualche carta per terra, oggetti che non riconosco e cianfrusaglie. Il nastro sarà lì in mezzo.

Vedo una striscia chiara, forse è il nastro. Corro, è il nastro! Il nastro!
Un’altra spallata mi scaraventa per terra, ho dei graffi, sento la faccia umida. Qualcuno mi ha buttato per terra ma non so chi. Urlo «criminali!», urlo «delinquenti!» e cerco di rialzarmi. Sento una mano sotto il braccio, mi tira su. È un ragazzo incappucciato, mi guarda senza vedermi.

«Sei stato tu! Criminale!», gli dico. «No – risponde – ti ho vista per terra e ti ho tirata su. Vattene». Ma vattene tu! Così vorrei dirgli, ma corre via. «Fascista!», urlo ancora. Mentre sento bruciore agli occhi, altri botti, insulti. Una nebbia di fumogeni e lacrimogeni che mi avvolge come se fossi dentro gli scontri da stadio che si vedono in televisione. «Macché fascista» urla lui. E corre.

Il nastro!
Mi volto nella direzione in cui l’avevo visto, corro, vedo del ciarpame che non so nemmeno cosa sia. Mi metto a rovistare mentre intorno a me sento il vuoto, si sono spostati tutti verso via Roma. Lacrime, lacrime a fiotti, ma vedo qualcosa che sembra il mio nastro. Lo prendo tra le mani, lo porto a due centimetri dal viso, per vederlo. È lui!

Lo ficco bene in tasca e scappo verso la piazzetta reale. Oltre i dioscuri mi fermo, sono sola. Guardo verso la piazza e vedo il fumo che sale. Sembra acqua che evapora dalle pietre calde, come se avesse piovuto dopo una giornata di sole in estate. Sullo sfondo, verso via Roma, vedo oggetti che volano, persone incappucciate, uomini con caschi e manganelli.

Squilla il telefono, è Lorena.
«Simona dove cazzo sei finita?».
«Dovevo cercare il nastro!».
«Ma quale nastro! Dove sei?».
«In piazzetta reale».
«Stai ferma lì e non ti muovere, accidenti a te».

Passano pochi minuti, Simona arriva, vuole prendermi a ceffoni ma mi abbraccia. Piange. Anche io piango, ma per i lacrimogeni, sono felice di aver ritrovato il mio nastro.
«Simona», mi dice, «ma i tuoi occhiali?».
Mi tocco la faccia, non ce li ho più. Forse era per quello che non trovavo il nastro, non ci vedevo. Tutto spiegato.
«Li andiamo a cercare?», dico. «Non ci penso nemmeno – risponde Lorena –, tuo papà te ne compra un altro paio e piuttosto li pago io. Ora leviamoci da qui, ho chiamato Gigi, ci viene a prendere con il furgoncino davanti al Duomo».

Lì ci sono le altre, tutte si preoccupano per me, nessuna può abbracciarmi e ora che ci penso nemmeno Lorena avrebbe potuto. Pazienza. Alcune mi chiedono scusa per avermi lasciato da sola. Altre piangono, ma non credo sia per i lacrimogeni. Io sorrido, ho ritrovato il mio nastro.

Chissà quando potrò danzare al Teatro Regio, chissà perché affumicare la città, chissà perché quel fascista mi ha tirata su, chissà che volevano tutti. Forse non volevano proprio niente. Ci penso e ho paura, ma poi mi passa, io sto meglio di quel ragazzo incappucciato perché voglio qualcosa? Forse sì, anche se ho bisogno di mamma e papà per fare tutto, anche se Lorena deve starmi sempre attaccata altrimenti chissà che mi succede. Però, alla fine, mi hanno insegnato tutti a volere qualcosa, un obiettivo, come lo chiamano loro.

E comunque ho ritrovato il nastro. Lo tengo tra le mani, mentre mi sistemo la mascherina e salgo sul furgoncino con Lorena. Saluto le altre dal finestrino. Il nastro è un po’ sporco e sgualcito, tornerà rosa come prima.

Torino, 3 luglio 1969

«Arturo, Arturo!».
«Ehi».
«Non ti stai dimenticando niente?».
Arturo si fermò sulla soglia della porta, interdetto. Quando sua moglie faceva quella domanda era spesso un trabocchetto, che ogni volta finiva con il dimostrare quanto lui fosse inaffidabile anche per le più piccole commissioni ordinarie. Ma niente, con le chiavi nella mano sinistra, la sporta nella mano destra, proprio non gli venne in mente. Eleonora, sua moglie, abbozzò un ghigno. «Pensaci bene», disse, con tono di sfida.
Allora, il portafogli c’era, le chiavi ce le aveva in mano, la borsa della spesa sì, la ricevuta della tintoria per ritirare la giacca c’era. Le chiavi della macchina no, non servivano perché le botteghe erano tutte lungo corso Traiano, quindi si sarebbe spostato a piedi.
«La lista». Disse Eleonora, allungando sotto il naso del marito un biglietto fittamente scritto. Arturo sorrise, lei non ebbe voglia di arrabbiarsi, lo salutò e tornò alle proprie faccende.

L’uomo scese in strada e capì subito che c’era qualcosa di diverso dal solito, che dal balcone di casa sua, orientato in tutt’altra direzione, sarebbe stato impossibile cogliere. Non era il caldo, che, all’età di 80 anni, Arturo pativa particolarmente, non era nemmeno il sole che già alle 9 del mattino era piuttosto insistente. Erano i poliziotti. Mai visti così tanti, e tutti insieme, in corso Traiano. In effetti, da casa, non si vedeva nulla.
Arturo andò in tintoria, ma era chiusa, questo lo mandò in confusione. Non c’erano avvisi né cartelli, che avesse sbagliato orario?
«Ah, ma certo!» disse l’uomo, dandosi una manata sulla fronte. «Oggi apre al pomeriggio». E se ne andò sereno all’emporio dietro l’angolo, convinto di avere una scusa pronta per Eleonora, per non aver svolto quel semplicissimo compito.

C’era pochissima gente e Giulio, il gestore, accolse Arturo quasi incredulo. «Che ci fai qui?», gli disse. «Eh niente, la spesa».
«Ma lo sai che sto chiudendo?».
Arturo sgranò gli occhi. «Oddio – disse – e dove andiamo adesso a fare la spesa?». Giulio restò a bocca aperta.
«Arturo – riprese –, intendevo dire che sto per chiudere oggi, ma domani riapro. Torna domani, non vedi che succede lì fuori?». Le camionette della Polizia facevano avanti e indietro su corso Traiano, si formavano assembramenti di agenti in divisa, con scudi e caschi, le persone cercavano percorsi alternativi per attraversare la strada e, dal fondo del viale, si sentivano urla indefinite, forse slogan. Arturo guardò sconsolato fuori dalla vetrina.
«Ma se torno a casa senza spesa Eleonora si arrabbia», obiettò l’uomo.
Giulio sospirò, quasi intenerito da quell’obiezione. «Va bene, dammi il biglietto». Arturo sorrise. Il gestore dell’emporio gli riempì la borsa, mettendo tutto quello che era segnato sul biglietto, poi fece il conto. Arturo pagò soddisfatto. «Adesso, però – ammonì il negoziante – vai subito a casa e non uscire». L’uomo annuì, ma sapeva che sarebbe dovuto andare in tintoria.

Con lo sguardo fiero, una volta rientrato, Arturo posizionò la spesa sul tavolo della cucina, poi disse alla moglie, prima che lei potesse obiettare nulla, che la tintoria avrebbe aperto al pomeriggio. «Strano – disse lei – ma non importa, ci puoi andare anche domani, oggi fa caldo».
«Eh no – aggiunse lui, sempre più tronfio – un impegno è un impegno! Oggi intendo chiudere la faccenda, domani porterò il televisore da Giustino a riparare».

Il piccolo schermo che troneggiava su un mobile nella piccola cucina, in effetti, era rotto da tempo. Per seguire i notiziari, Eleonora andava dalla vicina, ma da due settimane non lo poteva più fare perché l’amica era andata in vacanza, sarebbe rientrata quel giorno stesso e in serata, finalmente, avrebbero potuto guardare di nuovo il notiziario insieme. Arturo era così, aveva i suoi tempi.

Dopo pranzo, l’uomo uscì di nuovo, fatto il suo consueto sonnellino, diretto in tintoria. Il clima, però, era cambiato. L’aria era secca, quasi irrespirabile, gli animi caldissimi. Si affacciò su corso Traiano e fu quasi travolto dalla folla. Urla, strattoni, pietre e bottiglie volavano. Arturo si buttò contro un muro, cercando di appiattirsi il più possibile. Riuscì a togliersi dalla folla ma oramai si era spostato già di diversi metri. Quel caos era una scusa più che sufficiente per non aver portato a termine il compito della tintoria, perciò poteva «tranquillamente» rientrare a casa. Tutto stava nel ritornare al cancelletto che dava l’accesso al cortile, che era già distante.

Prese coraggio e fece a spintoni tra giovani e meno giovani, che urlavano insulti alla Polizia.
Arturo non capì niente, ma a un certo punto la folla arretrò e si ritrovò libero. Li guardò correre e sorrise, finalmente sarebbe potuto rientrare. Si voltò, più sereno, ma si trovò di fronte una massa di poliziotti armati di scudi e manganelli, che inseguivano i manifestanti.
L’uomo fu scaraventato per terra, prese anche una manganellata, ma in quel disastro non riuscì a capire bene cosa fosse accaduto. Calpestato, strattonato, riuscì a strisciare verso il cancelletto, mentre alle sue spalle scoppiava la guerra.
A fatica, tornò in piedi, dolorante e sanguinante. Si pulì i pantaloni, aprì il cancelletto tenendo le chiavi con estrema difficoltà, perché le mani tremavano. Tornò a casa, guardò Eleonora e sorrise. Lei si portò le mani sul viso. «Che ti è successo?» urlò, cercando con affanno il proprio dispositivo acustico, che infilò alle orecchie per poter sentire la voce del marito.
«Eh niente – disse lui, appoggiandosi a una antica credenza che dominava l’ingresso –, sono uscito dal cancelletto e sono caduto, uno è passato correndo e mi ha buttato per terra. Ma sto bene, magari mi faccio una doccia».

Eleonora corse a prendere medicamenti e garze, lo fece sedere e gli disse di non preoccuparsi di niente. «Posso andare domani in tintoria?» disse lui. La donna lo guardò con tenerezza. «Ma certo, anzi, domani ci vado io, tu riposati. Vuoi che andiamo all’ospedale?».
«Magari domani se sto ancora male, ma adesso mi passa» rispose Arturo.
«Che cafone quello che ti ha buttato per terra!».
«Eh già».
«Hai visto chi era?».
«Non lo conosco».

La sera, dalla vicina, Eleonora guardò il notiziario e vide la guerra. Le botte, i manganelli, le pietre, le urla, gli arresti di corso Traiano. Chinò la testa e pianse.
«Eh lo so – disse la vicina commentando le immagini – è veramente una cosa triste».
«Triste, già», aggiunse Eleonora, asciugando le lacrime.

Borgo Rossini love | Via Catania

L’auto sfila silenziosa fra le siepi, è l’ultimo tratto di via Catania, quello che, al centro, mantiene una piccola lingua d’asfalto che anziché condurre all’incrocio con corso Novara porta alla fine del mondo.

La fine del mondo è il Cimitero Monumentale dove, per la prima volta, la gloriosa utilitaria di produzione torinese varca l’ingresso del piazzale dopo essere passata fra quelle siepi, al seguito di un carro funebre sempre troppo grigio e troppo lussuoso. L’ultimo saluto alla zia è stato dato fra le mascherine, l’odore di gel disinfettante e il distanziamento sociale. Parenti che si incontrano, vorrebbero salutarsi con una stretta di mano e un abbraccio, ma non possono, così le conversazioni non nascono, non ci si racconta qualcosa in attesa di entrare, perché senza quel saluto iniziale si resta come sospesi.
Sono arrivati divisi in due per auto, uno davanti e uno dietro, come in un taxi e, prima di partire alla volta del camposanto, si erano messi in fila dietro al feretro, guardandosi un po’ per controllare i rispettivi stati d’animo, un po’ per verificare le distanze.

La scomparsa della zia, portata via in un soffio dal Covid19, accomuna questa a migliaia di altre famiglie del mondo, così come il funerale al disinfettante. La sofferenza per la dipartita si diluisce nella sofferenza di non potersi accarezzare, di un figlio che non può asciugare le lacrime di sua madre sul proprio petto, una sofferenza appannata dalla paura di togliere la mascherina, di togliere i guanti, di starnutire.
Sullo sfondo via Catania vista dall’altro lato, dal piazzale di fronte al cimitero dove l’aria resta sospesa, non c’è un filo di vento, il tempo si ferma, resta cristallizzato in un momento eterno. È come osservare la vita dall’esterno, vedere le fronde degli alberi mosse da un vento sottile come fossero immagini registrate, trasmesse da un maxischermo.

Via Catania è metafora della vita e della morte. Dalle acque impetuose o placide della Dora spuntano bagliori di vitalità, dove nasce l’esistenza. L’acqua è da sempre metafora di vita, di nascita. Quel nome, «Dora», ha origine greca, da «doron», e vuol dire «dono», e la vita, almeno nella concezione cristiana del termine, è di fatto un dono. Questo, però, riguarda il nome proprio di persona, tendenzialmente la contrazione del nome «Dorotea».
In realtà il nome del fiume ha un’etimologia differente, in dialetto piemontese indica un qualunque corso d’acqua. Ma è bello pensare che la Dora, così come l’acqua può rappresentare, sia un dono.

Via Catania nasce dal fiume, poi prosegue e incrocia via Reggio, ne prende possesso, le scippa il ruolo di asse portante del borgo e si incunea fra gli alberi, cresce, porta con sé case, locali, negozi – tutti, ovviamente, chiusi – e si dirige decisa verso il termine di tutto.
L’ultimo tratto è surreale, fatto per i carri funebri e il loro codazzo. Dalla nascita, dall’acqua, si chiude al camposanto. Si attraversa in auto, velocemente, con le case che scorrono, sfilano una dopo l’altra come gli anni, chiuse, impolverate, con le serrande abbassate.

L’automobile, oggi, appare l’ultimo guscio protettivo rimasto per muoversi in una terra martoriata, abitata eppure desertificata, una protezione attende sorniona di essere messa in moto, indolente e inerme. Ha un rombo rassicurante, che indica un motore in salute, le cui vibrazioni coprono i singhiozzi e danno costanza al movimento.
Un guscio rassicurante dove, al riparo dalle delazioni, il figlio e la madre si stringono. Con mascherine e guanti, entrambi consapevoli della violazione, si dicono che almeno, per via di quella brutta occasione, sono riusciti ad abbracciarsi.

Agadez – Quinto capitolo

Afya corse a prendere un mestolo, era la prima cosa che le saltò in testa di fare quando sulla soglia di casa si presentò, ancora una volta, Momo. «Maledettissimo figlio d’un cane!», gli urlò, cercando di colpirlo con il mestolo mentre i bambini restavano impietriti, avvolti nelle lenzuola del loro letto. Mohammed cercò di fermare il braccio della donna, senza convinzione. Sapeva, in qualche modo, di meritare quei colpi. «Tu! Miscredente – urlava ancora Afya –, è tutta colpa tua! Bastardo maledetto!». Lo colpiva, lo colpiva ancora mentre lui, a fatica, entrava dalla porta e la richiudeva alle sue spalle incassando i colpi. Afya era stanca, il suo volto era distrutto dalle lacrime, che oramai non sgorgavano più. Momo era alto e possente, segnato dalle ferite e dalle percosse ricevute dai militari, ma era appena scalfito dalle mestolate di Afya. Non tanto per il dolore in sé, quanto per il motivo di quella reazione. Karim e Mahe non uscirono a salutare lo zio, la donna si lasciò cadere sulla sedia di bambù intrecciato che, un tempo, era il posto prediletto da Oumar. Provò a piangere ancora, non ci riuscì, poté soltanto singhiozzare.

Momo restò in piedi e la guardò, sentendosi in colpa. «Ora vuoi fare arrestare anche noi?», disse Afya. «Ti sbagli – ribatté Mohammed –, sono venuto a salvarvi». La donna scoppiò a ridere nervosamente, cercò di alzarsi ma era troppo debole, così desisté e riprese ad agitare in aria quel dannato mestolo. «Tu lo sai cosa stiamo passando? Hai la benché minima idea?» disse ancora, con tono rabbioso, mentre Momo diede uno sguardo alla camera per osservare i bambini. Lo fissavano terrorizzati. «Dovete venire con me – aggiunse lui – perché sono partiti i rastrellamenti. Il Comitato può occuparsi di voi, ma adesso dovete fare le valigie velocemente, abbiamo poco tempo».

Afya gli lanciò il mestolo in faccia, colpendolo in pieno sul naso. Momo non disse nulla, ma si inginocchiò e la guardò negli occhi. «Ti prometto – sussurrò – che troverò Oumar, fosse anche l’ultima cosa che faccio». «Non promettere – rispose Afya – perché non è roba per te». L’uomo tornò in piedi, osservò il disordine in quella che una volta era la sala da pranzo, guardò l’angolo cottura e notò dei residui di cibo che macchiavano la superficie del piano cottura. «Moussa Traoré è in città», disse, voltandosi verso i bambini. Afya non si mosse. «Il tuo schifosissimo presidente» commentò, con lo sguardo perso nel vuoto. «Sì, il mio schifosissimo presidente – rispose Momo –. Proprio lo schifosissimo presidente che vi accoglierà nel suo comitato e che libererà il Mali». «Lo schifosissimo presidente che ha fatto sparire Oumar» ribatté Afya. «Ti sbagli – obiettò l’uomo –. Chi ha fatto sparire Oumar è stato Modibo Keita, e noi siamo qui per cacciarlo per sempre e riprenderci il nostro Paese, per salvare il nostro popolo».

Afya trovò le forze di tirarsi su. Tolse il grembiule e lo gettò per terra, poi si sistemò il vestito a fiori, raggiunse i bambini e li abbracciò forte, li convinse, delicatamente, a uscire dalle lenzuola per cambiare i vestiti. Li lavò, diede loro abiti puliti e riempì un borsone. «Seguite lo zio – disse Afya –, siamo intesi?». Karim e Mahe annuirono, spaventati. «E tu?» disse Momo. «Prima devo fare una cosa, iniziate a scendere, vi raggiungerò fra poco. E sia chiaro, lo facciamo solo perché non abbiamo alternative, oramai siamo tutti morti come te». Un po’ interdetto, l’uomo decise di fidarsi, prese con sé i bambini e insieme scesero le scale di cemento che collegavano i diversi piani del palazzo. Sotto, un’auto guidata da un ragazzo di nome Sahel, sorridente e armato, li attendeva.

Afya si lavò velocemente, buttò via i vestiti sporchi e ne prese di puliti. Accese l’incenso, profumò l’ambiente e poi spostò il letto sul quale, fino a un paio di settimane prima, aveva dormito con Oumar. Tolse una mattonella già smossa, dopo averla alzata con un coltello. Recuperò così una scatola di latta bordeaux, un po’ impolverata e leggermente ammaccata. La donna si guardò intorno, come per assicurarsi di non essere osservata, sebbene fosse un gesto stupido, quindi l’aprì. All’interno c’era una foto di lei e Oumar da giovani, poche settimane dopo il matrimonio, quando Bamako era ancora sotto i francesi e, tutto sommato, vivevano in maniera tranquilla. Poi c’erano molti franchi, soldi messi da parte per i bambini che ora, viste le riforme e la situazione del Mali, non valevano più nulla. Fu sul punto di buttare via tutto, ma decise di tenerli, erano il simbolo degli sforzi fatti da lei e Oumar per costruire quella piccola vita insieme, ora a un passo dalla scomparsa.

Quella casa, quel piccolo appartamento considerato da benestanti secondo i suoi parenti di Kambila, il villaggio da cui Afya proveniva, andava abbandonato, lasciato indifeso alla furia distruttrice dei militari di Keita, che si erano già portati via l’amato Oumar – e insieme a lui anche le speranze di rivederlo – e ora la costringevano a fuggire per entrare, suo malgrado, nel Comitato di liberazione, senza sapere che cosa sarebbe stato di lei e dei bambini. Avrebbe dovuto scegliere fra i militari del governo e i militari dell’anti-governo. Si sarebbe dovuta mettere nelle mani di Momo, perché una donna sola, in quella capitale disastrata e segnata dalle botte e dagli spari, era una preda veramente troppo facile.

Afya riposizionò la mattonella e il letto, riempì un secondo borsone con i suoi vestiti e con una camicia di Oumar, che lei gli aveva regalato per il compleanno del 1961, il primo «nell’era della libertà». Quanto si sentiva stupida ad aver chiamato in quel modo, con speranza, il momento in cui i francesi avevano lasciato il Mali, ma ebbe la consapevolezza di non essere stata l’unica. In tanti, come lei, davvero avevano sperato di stare meglio. Senza i colonizzatori, avrebbero tutti potuto, finalmente, essere artefici del proprio destino. E invece, in quel momento, Afya era costretta a scappare con i suoi figli, senza suo marito per il quale aveva pianto tutte le lacrime che aveva da piangere, al seguito del cognato, un ribelle maledetto, senza Dio, senza morale, accecato dal desiderio di vendetta contro lo Stato e nulla più.

Si preparò, volse un ultimo sguardo all’amata casa, poi uscì, chiuse la porta alle proprie spalle e raggiunse Momo e i bambini. Salì in auto dopo aver rivolto uno sguardo diffidente a Sahel, che si era presentato senza togliere gli occhi dalla strada, e guardando velocemente Momo, che si era seduto davanti. Afya, Karim e Mahe occupavano il sedile posteriore, abbracciati ai loro borsoni e tenendosi tutti per mano. L’auto, una berlina europea che aveva visto tempi migliori e con una targa contraffatta, si allontanò velocemente da lì.

Mentre scorrevano le vie di Bamako, davanti agli occhi di Afya, la donna immaginò il percorso del pullman guidato da Oumar. Evitò di singhiozzare ancora per non turbare i bambini, ma fu davvero difficile. Tutto intorno si lottava, i ribelli assaltavano i posti di blocco dei soldati e c’erano anche dei militari che passavano al Comitato di liberazione. Almeno, questo le diceva Momo, che era ossessionato dallo stabilire un confine, un limite che distingueva i buoni dai cattivi. Modibo Keita era il male assoluto, il cancro del Paese che andava rimosso. Moussa Traoré era la cura, la libertà, la pace. Niente sfumature, solo di qua o di là. «Con lui – disse Mohammed – potremo finalmente vivere in un Paese democratico». «Sai che cosa diceva sempre tuo fratello?» intervenne Afya. Momo si voltò verso di lei. «No – disse –, che cosa diceva?». Afya guardò fuori dal finestrino, fece una piccola pausa e poi aggiunse. «Diceva che in Africa bisogna sempre diffidare della parola “democratico”, soprattutto se associata a un governo».

Ci fu silenzio, l’auto scivolò indolente fra le strade infiammate di Bamako.

Agadez – Quarto capitolo

Di fronte al palazzo c’era una casa molto strana. Alta, stretta e gialla, stranamente non stonava con gli altri edifici della zona, eppure manteneva il proprio aspetto bizzarro. Salvatore la osservava, si chiedeva per quale ragione avessero dovuto costruire una abitazione così stretta, e poi per chi? Quelle congetture furono interrotte dall’arrivo di Maria Grazia. Indossava un cappotto leggero, marrone chiaro, era di qualche taglia in più, probabilmente imprestatole da sua madre, con un foulard azzurro e grigio che portava come sciarpa. Non sorrideva, da qualche giorno era sempre inquieta, aveva avuto qualche problema in famiglia che non aveva voglia di raccontare.
Quell’inquietudine che le segnava il respiro l’aveva però portata ad accettare la proposta di Salvatore, dopo l’iniziale rifiuto. Avrebbero entrambi frequentato il corso di tedesco, pagato da lui per entrambi. «Poi però – gli aveva detto – ti ridò tutti i soldi». Ma sapeva che il suo fidanzato non li avrebbe mai accettati.

Fu così che si trovarono in corso San Maurizio, a novembre inoltrato, per incontrare il professor Luigi Fossati. Docente di tedesco all’Università, appariva come un uomo severo, aspro, che li accolse senza emozione sulla soglia di casa, uno spazioso appartamento pieno di libri in Vanchiglia. I suoi occhialini tondi e la sua barba bianca, corta e curata, costruivano un muro di diffidenza fra il professore e i due giovani studenti. La sua figura da nobiluomo piemontese in decadenza rispettava l’immagine che Salvatore si era costruito nella mente dopo aver parlato con lui al telefono.
«Voi vorreste imparare il tedesco?» disse Fossati, dubbioso, prima di farli entrare. Nell’imbarazzo fu Maria Grazia a pronunciare un «sì» convinto e fiero. Il professore abbozzò un sorriso ironico, poi li fece entrare e chiese il pagamento in anticipo della prima settimana di corso.

L’ampia sala da pranzo fungeva anche da studio, sul tavolo di mogano che dominava lo spazio crescevano pile di volumi, manuali, dizionari e scartoffie. A un estremo sedeva Fossati, all’altro estremo c’erano due sedie. Con un gesto, il professore invitò i due studenti ad accomodarsi. «Vi ho chiesto i soldi in anticipo – esordì lui – perché non è la prima volta che mi trovo di fronte persone come voi. Di solito dopo la prima lezione abbandonano e io non posso permettermi di perdere tempo». I due fidanzati si guardarono negli occhi. «Immagino che voi siate diversi – proseguì, ironico, il professore – e che le vostre motivazioni siano molto forti».
«Ecco, professore, noi vogliamo andare in Germania», disse Salvatore dopo qualche secondo di silenzio. Fossati scoppiò a ridere. «E ci mancherebbe! Altrimenti perché sareste qui?» commentò, alzandosi in piedi. Poi guardò Maria Grazia. «Signorina – disse – vada a in cucina, la porta dietro di lei, sul tavolo c’è un vassoio con del caffè appena fatto. Lo porti qui per cortesia». Lei fu sorpresa, era entrata da pochi minuti e già veniva trattata come una serva. Si voltò verso Salvatore, aspettò una reazione da parte sua, ma non arrivò. Anzi, lui la guardò come per dire «dai, non lo fare arrabbiare». Si alzò furibonda per andare a prendere il maledetto vassoio.

La cucina era piccola, di dimensioni sproporzionate rispetto all’enorme salone. Era chiaramente un angolo cottura di servizio, molto pulito e poco vissuto. Probabilmente il professore mangiava poco a casa. Sul tavolo rotondo che stonava con il resto del mobilio, Maria Grazia vide il vassoio d’argento con tre tazzine e relativi piattini. Erano di ceramica di pregio, ben decorata a mano. C’era anche una zuccheriera dello stesso servizio. Fondo bianco e disegni floreali tra l’azzurro e il rosa, forse un servizio antico che Fossati aveva ereditato, o magari l’aveva ritrovato in qualche mercatino di antiquariato. La ragazza si soffermò sui mobili. Erano in stile moderno, laccati e di un colore che ricordava il ciliegio, con bordature metalliche.
Sul piano c’erano pochissimi oggetti. Un mestolo dimenticato in un poggiacucchiaio, un tostapane argenteo, una bottiglia di vetro che conteneva liquore. Mancava, in quell’ambiente ridotto, il «tocco femminile» di cui le parlava sempre sua madre. La bottiglia vicino ai fuochi era chiaramente inutile, oltre che pericolosa. Segno che, evidentemente, quei fuochi non venivano mai accesi. Per non parlare dell’inspiegabile mestolo lasciato lì.
Di certo un uomo, pensò Maria Grazia, non vi avrebbe mai fatto caso, ma lei notò subito queste incongruenze, che rendevano l’ambiente finto, artefatto. Oltretutto – e si meravigliò di averlo notato solo dopo un po’ – mancava la caffettiera. Come avrebbe potuto preparare il caffè senza la caffetteria? Forse l’aveva già lavata, ma avrebbe dovuto farlo alla velocità della luce dato che il caffè nelle tazzine era ancora caldo. Maria Grazia aprì delicatamente il mobile scolapiatti e trovò soltanto due bicchieri e un piatto. Nulla. L’acquaio era vuoto. Mentre si girava intorno, incuriosita, notò la portafinestra, che dalla cucina dava accesso al balcone con affaccio sul cortile interno del palazzo. Era socchiusa. Da lì poté intravedere, sul balconcino, un fornelletto da campeggio posizionato su una grande piastrella da pavimenti, che era sormontato dalla caffettiera. Il caffè, quindi, arrivava da lì. Chissà per quale assurdo motivo.

Maria Grazia tornò nel salone con il vassoio tra le mani, lo poggiò sul tavolo, tra i libri, e si accorse che la lezione era già iniziata. Salvatore, impegnato a prendere appunti con mano tremolante, l’aveva appena degnata di uno sguardo. Fossati, invece, era di spalle, che scriveva lettere incomprensibili su una lavagna di carta, spuntata da chissà dove, che aveva dispiegato all’estremità del tavolo.
La ragazza tossì per farsi notare. Il professore si voltò, lievemente infastidito. «Quanto ci ha messo, signorina? Il caffè si sarà raffreddato» disse. «Mi scusi» riuscì a dire lei. «Perché avete iniziato senza di me?» aggiunse. Il professore si voltò completamente verso di lei, Salvatore interruppe la difficoltosa scrittura. Fossati spostò gli occhialini sulla punta del naso e la fissò. «Questo tono – ribatté – non è consono a una studentessa alla prima lezione. Le consiglio di guardare l’ora, suppongo la sappia leggere. Una volta osservate le lancette dell’orologio ottocentesco che si trova su quella credenza – e indicò un mobile a lato della stanza – avrà la sua risposta». Poi riprese la sua lezione. Maria Grazia guardò l’ora, erano le tre e venti del pomeriggio, quindi la lezione era già iniziata da venti minuti. Salvatore rivolse alla fidanzata uno sguardo colpevole. «Scusa – sussurrò – ho provato a ritardare l’inizio ma non ha voluto sentire ragioni, ho preso appunti anche per te». Si fece andar bene quella frase, abbozzò un sorriso e servì il caffè per tutti, poi la ragazza si sedette e prese appunti in maniera forsennata. A causa di quel caffè avrebbe dovuto impegnarsi al doppio della velocità per tornare al passo del suo fidanzato.

Risate e prospettive

Strade, lampioni, controviali che si intuivano dalle chiome degli alberi. Seduto sul sedile posteriore dell’auto guidata da suo padre, anzi, oramai sdraiato, Alberto osservava la città che scorreva sopra di lui. Stava iniziando la sera, le luci urbane assumevano riflessi insoliti, persino irreali a causa della rifrazione dei riflessi fra i vetri scuri dell’auto. Abbandonato in quella posizione, mentre l’auto sfilava nel traffico torinese, il ragazzo cambiò la prospettiva del viaggio ed esplorò con curiosità quella nuova percezione. Perché le svolte, le accelerazioni, le frenate, ogni movimento della vettura erano diversi, si sentivano in maniera diversa.

Il momento più emozionante era stato però l’uscita dall’autostrada. Alberto se ne accorse perché riconobbe dai finestrini le ciminiere della centrale termoelettrica, che presidiava l’ingresso della città all’inizio di corso Regina Margherita, quando ancora l’enorme viale non si distingueva, nelle fattezze, dalla tangenziale. Sentì l’auto che rallentava, mentre il peso del suo corpo lo fece lentamente scivolare dal seggiolino al sedile di fronte a lui, dove era seduta sua madre che, probabilmente, si era assopita per via del lungo viaggio. Le forze vettoriali prendevano controllo del suo corpo, Alberto si lasciava piacevolmente dominare mentre le caviglie si infilavano malamente sotto il sedile del passeggero. Poi la svolta, l’auto imboccò lo svincolo per via Pianezza e il cambiamento di direzione diede un’ulteriore spinta al corpo del ragazzo, che lentamente si sdraiava del tutto sul sedile posteriore. Quindi arrivò il culmine di quel viaggio emozionale. Il padre di Alberto, impegnato in una difficoltosa svolta fra la rampa che usciva da corso Regina Margherita e la trafficata via Pianezza, diede un’accelerata vigorosa per consentire all’auto di immettersi nel traffico. Alberto fu riportato con forza sullo schienale del sedile, ma era oramai sdraiato su un fianco e non poteva più tornare seduto composto.

Mentre il cielo che si intravedeva dai finestrini era cambiato, lasciando intravedere i lampioni e gli alberi, Alberto capì che non gli restava molto tempo. A breve sarebbero arrivati a casa e, a vederlo in quella posizione, i genitori lo avrebbero sicuramente rimproverato. Ma era troppo dolce la sensazione dell’auto che rallentava all’altezza dei semafori, così come era divertente scivolare con delicatezza da una parte all’altra del sedile mentre la vettura cambiava corsia o svoltava in una via secondaria. Per non parlare della rotatoria! Oh, quella sì che fu emozionante. Alberto sentiva il viso che si strofinava sul coprisedile, mentre senza troppa convinzione si divincolava in silenzio, per cercare di tornare seduto come prima. L’auto che correva – questa era la sensazione, in realtà non andava granché veloce – faceva credere al ragazzo di trovarsi su una giostra. Una bellissima giostra totalmente sicura.

Gli alberi si fecero più folti, i lampioni più radi, la luce più delicata e il cielo più scuro. Era oramai troppo tardi, Alberto non avrebbe più fatto in tempo a rimettersi composto. Decise, così, di rinunciare e scoppiò a ridere. La risata, però, svegliò sua madre e risvegliò suo padre dalla totale concentrazione che stava dedicando alla guida. «Alberto!», disse il padre. «Alberto!», disse la madre. L’auto si fermò a poche centinaia di metri da casa. I genitori, allarmati, scesero entrambi e si gettarono sul ragazzo per tirarlo su, rimetterlo a sedere composto, poi battibeccarono. «Dovevi allacciarlo meglio!», disse lei. «Mi avevi detto di averlo fatto tu!», disse lei. Si sentivano in colpa, erano smarriti, preoccupati perché quella posizione avrebbe potuto creare danni al già martoriato corpo del loro figlio, che faticava a star dritto, faticava a coordinare i movimenti e a parlare. Ma i genitori si calmarono in poco tempo, perché Alberto riusciva a far bene una cosa più di tutte. Ridere. E Alberto rise, rise tantissimo perché era contento. Almeno per una volta, per poco più di un quarto d’ora, era riuscito a osservare il mondo da una posizione diversa rispetto a quella imposta dal suo seggiolino, una posizione con la quale era obbligato a convivere ogni giorno, in auto o in casa, e che nella sua intraprendenza era riuscito a infrangere. Alberto continuò a ridere.

Agadez – Terzo capitolo

Il fervore si percepiva a ogni passo, la gente si muoveva fra le strade anche scalza, agitando bastoni e fucili. Urlando, cantando, litigando. C’erano allo stesso tempo la paura e l’insostenibile voglia di uscire di casa per prendere parte a quello che appariva, a prima vista, un momento storico. Oumar viveva la condizione opposta. Era terrorizzato all’idea di restare in quella bolgia, ma era obbligato a restare fuori casa. Guidava un pullman che attraversava il centro di Bamako e si rendeva conto, ogni giorno, di quanto il clima stesse peggiorando. Percorsi deviati, strade chiuse per via delle manifestazioni, per non parlare di quando era direttamente l’esercito a bloccare il traffico.

Quel giorno Oumar tornò a casa scosso. I militari avevano fermato il suo pullman e l’avevano circondato, perché sospettavano la presenza a bordo di alcuni oppositori al governo «democratico» di Modibo Keita. In Africa, pensava Oumar, bisogna sempre diffidare della parola «democratico», soprattutto se associata a un governo. Dopo aver circondato il mezzo, i soldati avevano intimato a Oumar di aprire le porte, mentre i passeggeri impauriti gli imploravano di non farlo, ma lui non ebbe scelta. Gli uomini dell’esercito salirono a bordo a fucili spianati, picchiarono alcuni ragazzi, scaraventarono per terra una donna e afferrarono malamente tre giovani. I sospettati erano loro, e in quella situazione un sospetto equivaleva a una condanna. Li avevano fatti inginocchiare in strada, una volta scesi dal pullman, e li avevano ammanettati. E poi altre botte, calci, schiaffi, sputi. A quel punto avevano ordinato a Oumar di ripartire alla svelta, come nulla fosse. Per le successive tre ore di turno non aveva più staccato gli occhi dalla strada, chiedendosi che fine avessero fatto quei tre.

Afya aveva accolto Oumar con un abbraccio. Gli aveva detto di riposare, perché a casa non sarebbe potuto succedere nulla e presto sarebbe finito tutto. I figli, Karim e Mahe, avevano 6 e 3 anni e stavano crescendo bene, loro non avevano conosciuto il dominio francese e Afya sapeva che la loro famiglia avrebbe superato anche un altro momento difficile. Quella prova che Dio metteva di nuovo davanti al proprio popolo.
Ma la tensione che si respirava fuori lasciava pensare al peggio. La crisi economica in cui il Mali era sprofondato a causa delle scellerate decisioni del presidente aveva fatto crescere la rabbia e la frustrazione, oltre che il controllo che lo Stato cercava di esercitare sul dissenso.

Mohammed, il fratello più grande di Oumar, aveva preso parte ai gruppi ribelli allo scopo di rovesciare Keita. Questo era avvenuto due mesi prima, poi, da quel momento, non si erano più sentiti. Probabilmente Momo, così lo chiamavano tutti, era ancora arrabbiato con suo fratello, che accusava di non volersi schierare nemmeno in quel momento, fondamentale per le sorti del loro Paese. «Lui ci sta portando alla rovina – gli aveva detto l’ultima volta – e tu non vuoi fare niente. Devi venire con me». «Ho Afya e i bambini, devo pensare a loro», aveva obiettato Oumar. Erano le ultime parole che si erano detti.
Per questo furono tutti molto sorpresi quando, una sera di inizio novembre del 1968, Momo si presentò alla loro porta per chiedere aiuto. Era ferito, sanguinava dalla testa e i suoi occhi erano pieni di terrore. Lo accolsero, provarono a medicarlo e gli fecero domande. Momo non rispose, era troppo sconvolto per riuscire ad articolare delle frasi. Disse soltanto: «Mi cercano».
Fu una nottata complessa, indecisi se andare all’ospedale, che era pieno di spie, o chiedere aiuto ai vicini, con il rischio che anche loro chiamassero la Polizia. Certo, avere Momo in casa era un problema, perché questo avrebbe condannato l’intera famiglia a perquisizioni, arresti, botte e chissà che altro. L’unica cosa certa era che Momo sarebbe dovuto sparire il prima possibile. «Noi ti sistemiamo – gli disse Oumar – ma tu domani te ne vai. A questo punto non mi interessa che hai fatto, non mi interessa niente, anzi è meglio se non lo sappiamo». «Va bene» disse il fratello. Lo disinfettarono, lo bendarono, gli diedero dei vestiti puliti, cibo e un giaciglio, sotto gli occhi di Karim e Mahe.

La mattina del 5 novembre Oumar si recò al lavoro pieno di ansia. Si era assicurato che suo fratello lasciasse la casa molto presto, per evitare di essere visto, ma non era comunque tranquillo. Si erano a mala pena salutati, con Momo che, prima di svanire tra i palazzoni di Bamako, gli aveva rivolto un ultimo sguardo speranzoso. C’era ancora dell’odio fra loro due, ma l’amore fraterno riaffiorava e, forse, Mohammed auspicava ancora che il fratello minore si unisse alla sua causa.
Per strada, Oumar continuava a vedere arresti e manifestazioni, mentre il presidente sembrava sicuro di sé. Maledetto Keita, accidenti a te, pensava mentre raggiungeva il deposito, per quale assurdo motivo non hai ascoltato il tuo popolo? Perché ci hai trascinati in questa crisi senza uscita proprio adesso che, finalmente, eravamo liberi dal giogo francese? O forse avevano ragione quelli che, fra noi, dicevano che l’indipendenza sarebbe stata un errore, perché una colonia non può diventare uno Stato.

I suoi pensieri furono interrotti dal suo capo, un grosso uomo alto e paffuto, sempre sudato e stropicciato, che gli posò la sua pesantissima mano sulla spalla, mentre varcava la soglia del deposito. «Che mi combini, Koré? Che mi combini?» gli disse, con tono ironico, mentre fumava una sigaretta europea. «Scusa?» ribatté Oumar. «Ci sono i poliziotti che ti cercano, che cazzo hai fatto?». Il tono era cambiato, era diventato minaccioso, o più semplicemente infastidito da quello stupido dipendente che aveva deciso di creargli problemi proprio mentre per le strade stava per scoppiare la rivoluzione.
In quel momento si materializzò un uomo in divisa, senza qualificarsi, che si rivolse all’autista. «Oumar Koré», chiese, falsamente gentile. «Sono io», rispose lui. «Ci risulta che suo fratello Mohammed Koré sia in città». Oumar tacque. «Deve venire con noi», proseguì il militare, che rivolse uno sguardo al responsabile del deposito. Il grande omone arrogante divenne piccolo piccolo e, con grandi sorrisi, acconsentì immediatamente a privarsi del suo dipendente. «Non preoccupatevi – disse – lo sostituiamo per tutto il tempo necessario». Poi si rivolse a Oumar. «Non temere – gli disse, strizzando l’occhio – ti pagherò comunque la giornata». L’autista non rispose, non protestò, non riuscì a dure nulla. Altri due militari lo afferrarono per le spalle e lo portarono in strada, dove una camionetta li attendeva.

La destinazione era casa sua, dove i soldati sospettavano si trovasse ancora Momo. Non fecero irruzione, fu Oumar stesso ad aprire la porta. Cosa che lui stesso implorò di fare per tranquillizzare Afya e i bambini. Il militare che sembrava il comandante, sotto i suoi occhiali da sole scuri, acconsentì dopo un lungo silenzio, con un cenno impercettibile del capo. Oumar poté così evitare almeno un po’ di violenza, mentre i soldati lo scortavano tra la curiosità ipocrita dei vicini di casa. L’autista, mentre si avvicinava all’ingresso di casa sua, li osservava con risentimento, cercando di immaginare, tra quelle facce che comparivano da balconi e finestre, chi fosse stato il delatore.
Afya e i bambini avevano gli occhi sgranati, quando videro Oumar entrare, in quell’orario in cui avrebbe dovuto essere alla guida di un pullman, capirono. Una volta in casa, i militari fecero molte domande, ottenendo risposte negative. Dov’è Mohammed? Quando è arrivato? Dove è andato? Cosa ci faceva qui? Perquisirono le due stanze con irruenza, buttando per aria cassetti e cuscini, svuotando armadi e scaffali, stracciando teli, rovesciando tazze e bicchieri. Sembrava una spedizione punitiva, altro che perquisizione. Afya stringeva a sé i bambini e Oumar restava immobile, minacciato da un soldato armato. Per fortuna le tracce del passaggio di Momo erano già state cancellate, ma i militari non furono soddisfatti, probabilmente erano stati indirizzati da una soffiata molto dettagliata. Diedero una bastonata a Oumar, che cadde per terra ma non disse una parola, poi lo ammanettarono e lo trascinarono via. E quella fu l’ultima volta che Karim vide suo padre.

Agadez – Secondo capitolo

Maria Grazia si pettinava con attenzione, cercando di mettere a fuoco la sua figura nel piccolo specchio che impreziosiva il bagno. Era pressoché l’unico oggetto di valore nel piccolissimo gabinetto posizionato sul ballatoio, tant’è che veniva costantemente riportato in casa. La giovane era obbligata a recuperarlo dal cassetto personale di sua madre, Adele, nell’unico comodino di fianco al lettone, per poi conservarlo gelosamente fino al bagno. Dopo averlo utilizzato, doveva essere pulito bene nel caso in si fosse appannato per via della condensa, per poi riportarlo al sicuro in casa e restituirlo al cassetto. Era un regalo di nonna Ida, che l’aveva infilato nella valigia di Adele alla partenza da Gravina. «Così ogni volta che ti guardi – le aveva detto – vedrai a me». E non solo per l’incredibile somiglianza tra Adele e sua madre.
Per questo Maria Grazia, 17 anni appena compiuti, era consapevole del valore, più che altro affettivo, che quello specchio aveva per sua madre, così lo utilizzava con estrema cura. Per poco non le prese un colpo quando, per una distrazione, lo specchio scivolò e cadde per terra. Fu un miracolo, non riportò nemmeno un graffio, ma che spavento.

Moreno, il fratello più piccolo di Maria Grazia, bussò alla porta con insistenza. «Hai finito? Tocca a me!». «Arrivo», rispose lei con fastidio. Pettinarsi per lei era un gesto importante, la faceva sentire donna anche se non possedeva trucchi, e soprattutto le piaceva, era l’unico momento che si concedeva per prendersi cura di sé. Pazienza per Moreno, era piccolo, faceva sempre i capricci, avrebbe aspettato qualche minuto.
Quando la ragazza aprì la porta, però, si trovò di fronte un’immagine orribile. Il fratellino aveva fatto pipì sul ballatoio, urlò, pianse, diede la colpa alla sorella e diversi vicini si affacciarono a vedere. Adele comparve sull’uscio allarmata, seguirono altre urla, Maria Grazia restò impietrita, quello scherzo l’avrebbe fatta arrivare in ritardo all’appuntamento con Salvatore, il suo fidanzato, che l’aveva invitata a prendere un gelato in piazza Vittorio.
Adele le lanciò addosso lo straccio. «Cretina! Te l’ho detto che Moreno non ce la fa! Pulisci!», le urlò. Ma la ragazza si rifiutò, cercò di scappare, di uscire, Adele la prese per un braccio e iniziò a schiaffeggiarla, Maria Grazia non reagì, tentava solo di divincolarsi. Moreno piangeva, gli altri fratelli, infami, piangevano. «Vuoi solo uscire con Salvatore!», urlò il più piccolo. «L’hai fatto apposta! Stronzo!» urlò lei. E la madre prese a calci tutti e due. «Tanto lo so che devo pulire io!» urlò ancora. «E che gli dico a vostro padre? Eh? Quello mo torna!». La ragazza riuscì a sfuggire alla presa di sua madre, arraffò la borsa, che aveva già preparato, e le scarpe. Mandò a quel paese i fratellini e fuggì da Salvatore. Sapeva che, al suo ritorno, sua madre l’avrebbe picchiata con la scopa. Suo padre no, non l’avrebbe toccata, ma non le avrebbe rivolto la parola, cosa che forse sarebbe stata più dolorosa.

A passo svelto, Maria Grazia percorse via Monferrato e raggiunse la Gran Madre. Che bella chiesa, sarebbe proprio meraviglioso sposarsi qui, pensò per un attimo. Poi, presa dal panico, si mise a correre fino al ponte, temeva che qualche cugino la venisse a cercare per riportarla a casa.
L’estate lasciava spazio all’autunno ma il clima era ancora mite, piuttosto congeniale a una ragazza pugliese abituata al caldo torrido della sua terra natia. Certo, nulla a che vedere con Gravina, ma lei, in fondo, odiava quel piccolo paese, lei voleva la città, voleva le possibilità, voleva una prospettiva diversa da quella di sua cugina Flora. Tre anni più di lei, era rimasta a Gravina perché aveva già due figli piccoli, mentre il marito, Pasquale, lavorava in nero da un meccanico. Non era molto, ma era qualcosa. «Marì – le disse Flora prima della grande partenza – non fare figli finché non decidi dove vuoi stare, io sono condannata, tu no». Una frase che l’aveva gelata, che le dava ancora i brividi nonostante la dolce brezza che l’accoglieva sul ponte Vittorio Emanuele I.
La Germania, di nuovo la Germania, era un pensiero di Salvatore e che lei, però, aveva fatto suo. Torino era solo una fermata per raccogliere il necessario, ma la destinazione era Bonn. Era concessa solamente un’altra tappa, Hannover, giusto per amore del suo fidanzato, e nulla più.

L’abbraccio affettuoso di Salvatore la riportò alla realtà. Maria Grazia non se n’era accorta, ma mentre passeggiava assorta nei suoi pensieri aveva già raggiunto la piazza. Il fidanzato l’aveva chiamata in lontananza, ma lei non l’aveva sentito. «Tutto bene, Marì?» disse lui. «Sì, tutto a posto, Moreno ha fatto lo stronzo». «Ma è solo un bambino». «Un bambino stronzo».
La vista del luna park che sarebbe stato allestito qualche settimana più tardi, però, la distrasse, la portò via dai brutti pensieri della famiglia e le consentì di godersi le carezze di Salvatore, il gelato al gianduja – che amava – e le risate.

«Ho trovato una cosa», disse lui mentre la riaccompagnava a casa. E le porse un foglietto.
«Cos’è?».
«Un corso di tedesco».
«Ah».
«Se ti va lo facciamo insieme».
«Ma costa 200 lire a settimana, a persona».
«Non è tantissimo, e poi te lo pago io».
«Non posso».
«Sì che puoi. Lo facciamo per noi, e poi così stiamo più insieme».
Si abbracciarono.
«Ma chi lo fa?» chiese lei.
«Un professore dell’università, si chiama Fossati».
«Non lo conosco».
«Manco io». E risero entrambi.

Si salutarono prima di arrivare all’angolo con via Monferrato, cosicché Maria Grazia potesse tornare a casa senza essere vista con lui, anche se tutti, ormai, sapevano della loro storia. Nascose il foglietto in tasca e, una volta entrata nel portone, fece un respiro profondo.
Al suo ingresso in casa trovò un silenzio innaturale. I tre fratelli, Moreno, Pietro e Michele, sedevano al tavolo composti, con i piatti sporchi, residuo di una cena a base di orecchiette al pomodoro, una delle passioni di Maria Grazia. Suo padre, Ernesto, aveva acceso una sigaretta e fissava il televisore come se fosse in catalessi. Scorrevano le immagini del telegiornale, si vedeva il Vietnam, si parlava della conclusione della guerra, Maria Grazia poté vedere il volto del presidente americano Johnson, che annunciava la fine dei bombardamenti. In quel tempo sospeso, la ragazza vide le immagini di Praga invasa, poi un’altra invasione molto diversa, quella delle vetture che riempivano le strade di Torino per il Salone dell’automobile. Scampoli di realtà che, in quel momento, le appariva così distante dalla piccola cucina ancora pregna dell’odore del sugo.

Adele era in piedi di fronte all’acquaio, mentre lavava alcuni piatti e pentole. Avevano già cenato tutti, la ragazza evitò di protestare e si mosse, senza dire una parola, verso la camera. «Dove vai – disse Adele – guarda che c’è il tuo piatto». Era appoggiato sul frigorifero, freddo e rattrappito. «Non ho fame», protestò la figlia. Con uno sguardo, Ernesto intimò ai tre fratellini di andarsene, probabilmente avevano preso qualche schiaffo anche loro, perché si alzarono velocemente, diedero la buonanotte e si misero in fila sul ballatoio per andare al bagno a lavarsi i denti, a turno, ordinati e, per una volta, educati. «Siediti, Marì, e prenditi il piatto» disse Ernesto senza guardarla.
Maria Grazia si preparò alle botte e, d’istinto, diede un’occhiata alla scopa, che sua madre lasciava appoggiata tra il frigorifero e il lavandino. Prese il piatto e una forchetta pulita, si sedette e cercò di mangiare quella pasta ormai fredda, a fatica, mentre Ernesto si era voltato verso di lei per fissarla, con la sigaretta fra le dita che perdeva cenere sul pavimento. «Dove sei stata?» chiese lui, con voce calma e profonda.
«Con Salvatore» rispose lei.
«Non ti ho chiesto con chi, questo lo so, me l’ha detto Vincenzo». Quell’infame di suo cugino, che stava sempre in giro e riferiva ai suoi genitori tutto ciò che riguardava lei. «Ti ho chiesto dove sei stata».
«In piazza Vittorio».
«E poi?».
«E poi basta».
Con un pugno fortissimo, Ernesto fece sobbalzare il tavolo, il piatto che si rovesciò, l’acqua che bagnò la tovaglia, la forchetta che cadde per terra.
«Non mi devi dire cazzate, Marì, non me le devi dire! – urlò – Tu a me non mi devi prendere per il culo, è chiaro? Ti ho chiesto dove sei stata, quant’è vero Iddio non ti ho mai toccata ma me le tiri dalle mani. Dove sei stata Marì? Dove sei stata?».
«Ernesto, calmati» intervenne Adele.
«Stai zitta, che la difendi sempre. Non mi risponde» e colpì ancora una volta il tavolo. Alcune orecchiette finirono per terra, Maria Grazia era impietrita, impaurita, bloccata.
«Diglielo, Marì, digli dove sei stata» le sussurrò Adele, provando ad accarezzarla, ma la ragazza voltò la testa dall’altra parte, in direzione della porta, dove poté vedere i tre fratelli che spiavano dal ballatoio. Li guardò con odio. Adele le prese il viso con la mano, lo girò di forza verso suo padre. «Diglielo! Diglielo Marì! Digli dove ti sei fatta portare!».
«Da nessuna parte! In piazza Vittorio!». Provò a rispondere.

Uno schiaffo, non troppo forte ma comunque doloroso. Suo padre si era alzato e l’aveva colpita, per la prima volta, ma l’aveva colpita. Gli occhi di Maria Grazia si riempirono di lacrime.
«Ti sei fatta portare dietro alla piazza, in mezzo alle altre coppiette. È vero o no?» le urlò Ernesto.
Maria Grazia guardò in basso, senza rispondere, con il viso rigato dalle lacrime.
«Te gli devi dire a Salvatore tuo – aggiunse Ernesto, più calmo – che tieni 17 anni e che lui qua non si è mai fatto vedere. E che qua comando io e se dico che non vai in mezzo alle coppiette, tu in mezzo alle coppiette non ci vai».

Non era vero, Vincenzo si era inventato tutto. Qualche tempo prima, il cugino spione era uscito un paio di volte con la sorella di Salvatore, Loredana, ma le cose non erano andate bene, così i due uomini avevano litigato, all’interno di un atavico rituale di possesso, in cui chi dispone del destino delle femmine sono sempre i maschi. Fidanzati, padri o fratelli che siano. Anche in buona fede, anche con le migliori intenzioni, ma sempre di possesso si trattava.
Salvatore teneva moltissimo a sua sorella, che era la più piccola, e non gli andava a genio che andasse in giro con Vincenzo, uno sciagurato che cambiava lavoro ogni mese e non si capiva mai che intenzioni avesse. Salvatore aveva tollerato, ma dopo due settimane aveva incontrato Vincenzo in piazza Castello, a braccetto con un’altra ragazza. Ne era nato un litigio abbastanza grave, che si era risolto miracolosamente senza mani addosso, ma solo con tante minacce. Poi Loredana aveva interrotto la relazione su indicazione di suo fratello. Da quel momento, ogni volta che poteva, Vincenzo cercava di rendere la vita difficile a Salvatore, con l’unico risultato di tormentare solo e soltanto sua cugina.

Di fronte alla furia di suo padre – chissà quali dettagli gli aveva riferito, chissà a quale inesistente luogo per coppiette aveva fatto riferimento – Maria Grazia però non riuscì a reagire. Fu mandata a dormire velocemente e senza spiegazioni, mentre la discussione andava avanti tra Ernesto e Adele, con quest’ultima che prendeva le parti di sua figlia, cosa che faceva soltanto davanti al padre. «Vincenzo è un cozzalone e dice solo fesserie» sentì dire alla madre, ma Ernesto se la prese anche con lei, le diede uno spintone che la mandò a sbattere contro il lavandino, facendo cadere alcuni piatti che andarono in frantumi per terra, e poi uscì sbattendo la porta. I tre fratelli, nel frattempo, erano rientrati in camera e si erano stretti intorno a Maria Grazia, singhiozzando. Era il loro modo di scusarsi, il loro rapporto era conflittuale, ma sempre all’interno della presa in giro. Nessuno di loro, nemmeno Moreno, godeva delle botte che prendevano gli altri.
Adele entrò in camera e si sforzò di sorridere. Diede una carezza a tutti, poi guardò Maria Grazia negli occhi. «Fai attenzione a Vincenzo – le disse – perché tuo padre lo ascolta troppo. Io lo so che si è inventato tutto, o quasi tutto, e lo so che tu a Salvatore lo ami. Ma ti dico una cosa: prima vi sposate, meglio è, altrimenti ogni volta che Vincenzo vi vede in giro qua dentro tremano i muri». Era il segnale, Maria Grazia avrebbe dovuto crescere molto più velocemente.

Agadez – Primo capitolo

«Ha finito?».
«Sì, un secondo».
«Ha finito o no?».
«No, un secondo».

Elso sbuffò, con le mani appoggiate sui fianchi, mentre osservava quell’uomo che armeggiava sotto l’acquaio della cucina. Erano passate già due ore e il lavoro non era ancora concluso, certo, era un intervento complesso, perché l’acquaio era ad angolo e non era facile infilarsi lì sotto a stringere i tubi e cambiare le guarnizioni, però da oltre mezz’ora l’idraulico pareva dovesse terminare da un momento all’altro, invece proseguiva, afferrava un altro attrezzo, si alzava per riprendere fiato, beveva un sorso d’acqua. Sudava, accidenti quanto sudava.

Elso non ne poteva più. Il suo evidente nervosismo aveva allertato Gianna, sua moglie, che si era stesa sul divano del salone per rilassare le gambe. «Elso?», lo chiamò. «Vieni qui con me». E il marito, a malincuore, la raggiunse
.«Se gli stai così addosso è normale che ci metta tanto».
«Gianna, lo sai che con questi è meglio fare attenzione, e poi almeno se lo guardo non perde tempo».
«Ma se son due ore che svita e stringe».
«Appunto, di sicuro ci chiederà soldi in più».
«Non ti preoccupare, anzi, vai pure al circolo, tanto sto io qui, dove vuoi che vada con queste gambe malandate».
«Schersuma nen! Ti lascio sola con quello lì? Sai quante ne se ne sentono».

Salvatore, con la fronte imperlata di sudore, aveva da poco terminato il lavoro, mentre stava rifiatando poté sentire le ultime battute di quella conversazione. «Quello lì» l’aveva chiamato, quello lì. «Sì – pensò Salvatore – quello lì tua sorella». Posò le chiavi sulla cucina e aprì il rubinetto. L’acqua riempì l’acquaio in poco tempo, poi tolse il tappo dello scarico. Tutto funzionante, nemmeno una goccia fuoriuscita da posti sbagliati. «Quello lì ha finito» disse Salvatore, a voce bassa, ma Elso era comparso sulla soglia della cucina proprio in quel momento. «Molto bene», disse inespressivo, sorprendendo l’idraulico.
«Ecco…». Provò a giustificarsi Salvatore.
«Sì, lo so, lo so, vuole cento lire in più».
«Prego?».
«Duecento?».
«Ma veramente il lavoro fa 500 lire».
«Lo so bene, ma so anche che mi chiederà dei soldi in più».
«Perché dovrei, mi scusi?».
«Elso – intervenne Gianna dall’altra stanza – dagli 600 lire».
«Tenga», disse Elso, mettendo nelle mani di Salvatore 600 lire. «Se li merita – disse con sorriso paterno, strizzando persino l’occhio – anche se mi ha sporcato tutto».
Salvatore restò interdetto, poi prese i soldi e guardò la cucina con sguardo colpevole. «Non si preoccupi – aggiunse Elso – era una battuta, pulisco io. Vada pure, vada».

Salvatore salutò, riprese i suoi attrezzi, bevve l’ultimo sorso d’acqua e si asciugò la fronte. Poi prese le sue borse, salutò la signora e allungò la mano verso l’uomo, che però non si mosse e non ricambiò il saluto, restò sorridente sulla soglia della porta d’ingresso, aperta nel frattempo. L’idraulico ritrasse la mano, accennò un sorriso e se ne andò. Il tonfo della porta lo fece sobbalzare. «Vaffanculo, stronzo», disse Salvatore, uscendo dal portone.

Si ritrovò all’interno di un cortile elegante, con le finestre adornate da fregi e stucchi di forma animale. Intonaco antico, piante che ricadevano dai davanzali, un paio di biciclette parcheggiate di fianco a una Vespa. Un bell’angolo di quiete riparato dal trambusto di piazza Vittorio Veneto.

Appena varcata la soglia del cortile, Salvatore accese una sigaretta e guardò in alto, per osservare i portici e notare quanto fossero sporchi quei soffitti, pieni di ragnatele e chissà che altro. A pensarci, fu contento di aver spillato 100 lire in più a «quelli lì che stanno bene», come diceva sempre suo padre, anche se la mancia gli era parsa quasi un’offesa. «Piemontesi di merda – commentò ad alta voce – non ti lasciano mai lavorare in pace e poi si puliscono la coscienza con qualche soldo in più».

Torino era fredda, anche se Bari d’inverno non scherzava mica, ma la mancanza del mare era difficilmente sopportabile. Salvatore aveva lasciato la sua casa a poche centinaia di metri dal lungomare barese, si era trasferito al nord da un paio d’anni, insieme alle due sorelle minori, Loredana e Antonietta. Lo avevano fatto a malincuore, ma del resto c’erano poche alternative. Il problema era la Puglia, tanto bella quanto avara di prospettive. Il fratello più grande, Giuseppe, era in Germania già da cinque anni, aveva mollato tutto nel ’63 per tentare fortuna a Hannover, seguendo le orme di tanti altri conterranei. Più volte aveva chiesto a Salvatore di raggiungerlo. Ma oramai, a Torino, Salvatore aveva trovato un lavoro onesto e doveva occuparsi delle due sorelle, era questo il compromesso ottenuto con i genitori: vai su, ma ti porti loro. Anche se il sogno della Germania era stato soltanto posticipato.

E poi aveva trovato anche una fidanzata, Maria Grazia, che era di Gravina. Lei era appena salita dal sud ed era più giovane, faceva qualche lavoretto ma viveva ancora con la famiglia, abitavano alle spalle della Gran Madre. Anche lei, però, riteneva Torino una tappa intermedia, la soluzione per togliersi dalla tenaglia senza futuro del Sud, uno scatto utile a riprendere velocità per poi partire di nuovo verso il traguardo. La Germania, anche per lei, era un sogno, anche se l’industria di Hannover non la stimolava granché, avrebbe preferito Bonn. Ma un passo alla volta.

Mentre pensava già al matrimonio, a una casa insieme e al futuro, Salvatore si ricordò dell’appuntamento successivo. In via Vanchiglia c’era un termosifone che perdeva da altri piemontesi, altra gente che chiamava lui perché costava meno e non faceva troppe storie con le ricevute. «Andiamo a vedere, vah», disse, gettando la sigaretta e avvicinandosi al furgoncino lasciato in piazza.

Iniziavano i preparativi per il luna park. Il suo piccolo mezzo, acquistato da un carrozziere a buon prezzo, era un vecchio Fiat 1100T bianco, leggermente ammaccato ma ancora presentabile. L’aveva infilato tra altri due furgoni più grossi. Quattro o cinque uomini, intanto, scaricavano ferraglia, pezzi di giochi enormi, pannelli pieni di lampadine e una marea di specchi. Erano parti di giostre differenti, la casa degli specchi, appunto, poi quella roba che gira e ti fa venire da vomitare. La piazza sembrava un cantiere, era ricoperta di scheletri di attrazioni, camion, operai al lavoro, attrezzi sparsi in giro.

Faceva ancora freddo ma, come gli aveva detto una volta suo nonno, «chi lavora tanto non sente freddo». E infatti Salvatore indossava una felpa che portava semiaperta, sotto si intravedeva la maglietta sudata, poi la spalla destra tagliata dalla fascia che reggeva il borsone, nella mano sinistra una borsa più piccola. Entrambe pesantissime. Mentre osservava piazza Vittorio che brulicava di lavoratori dalle lingue sconosciute, lanciò i due borsoni nel vano del furgoncino, poi diede ancora uno sguardo alla piazza. «Qua ci porto Maria Grazia», disse, poi salì sul mezzo e andò all’altro appuntamento, a cinque minuti da lì.