Il nastro rosa

Il mio nastro! Ce l’avevo in mano fino a un secondo fa ma è sparito tra la gente che corre.
Devo trovarlo, non posso andarmene da qui senza trovarlo. Sono venuta apposta, volevo danzare con le mie colleghe, e avevo deciso di portare quel nastro rosa che mi aveva regalato mia mamma. Era della nonna, faceva parte del suo completo da danza classica, mamma aveva deciso di regalarmelo quando mi sono iscritta alla scuola.

Vedo facce spaventate. Un botto, due, tre. Sento lo spostamento d’aria e le mie compagne sono già distanti, sento Lorena che mi chiama, mi dice di togliermi da lì. Ma io devo prima ritrovare il maledetto nastro.
Un ragazzo incappucciato mi dà una spallata, quasi cado. Non se n’è nemmeno accorto, sta correndo con qualcosa in mano verso la Polizia. Un altro botto, urla, insulti, c’è uno che continua a urlare «Libertà!». Ma non ne capisco il senso, perché tutto questo caos, perché?

E pensare che mentre danzavo, dalla mia posizione, vedevo il Teatro Regio. Il mio sogno, il nostro sogno, era quello di danzare, sì, ma su quel palco. Tutto chiuso, per adesso non se ne parla, dicono che ci vorrà ancora tanto tempo. Ma il sogno resta, prima o poi il teatro dovrà riaprire e prima o poi dovrò salire su quel palco.

Mi muovo al contrario, la gente corre verso via Roma, io mi sposto verso Palazzo Reale. Fino a poco fa eravamo qui, poi la folla ci ha spinte a cinquanta metri di distanza. Devo tornarci, a costo di fare a spallate con tutta questa gente incappucciata, che un po’ mi ignora, un po’ mi guarda stranita. Che avete da guardare? Criminali, siete dei criminali. Criminali, criminali, criminali!

Lo dico ad alta voce, non mi sente nessuno. Urlo «criminali!» mentre corro al contrario, mentre guardo per terra e cerco di capire dove fossi prima. Oramai è buio, non vedo niente, o forse sì, vedo delle forme, qualche carta per terra, oggetti che non riconosco e cianfrusaglie. Il nastro sarà lì in mezzo.

Vedo una striscia chiara, forse è il nastro. Corro, è il nastro! Il nastro!
Un’altra spallata mi scaraventa per terra, ho dei graffi, sento la faccia umida. Qualcuno mi ha buttato per terra ma non so chi. Urlo «criminali!», urlo «delinquenti!» e cerco di rialzarmi. Sento una mano sotto il braccio, mi tira su. È un ragazzo incappucciato, mi guarda senza vedermi.

«Sei stato tu! Criminale!», gli dico. «No – risponde – ti ho vista per terra e ti ho tirata su. Vattene». Ma vattene tu! Così vorrei dirgli, ma corre via. «Fascista!», urlo ancora. Mentre sento bruciore agli occhi, altri botti, insulti. Una nebbia di fumogeni e lacrimogeni che mi avvolge come se fossi dentro gli scontri da stadio che si vedono in televisione. «Macché fascista» urla lui. E corre.

Il nastro!
Mi volto nella direzione in cui l’avevo visto, corro, vedo del ciarpame che non so nemmeno cosa sia. Mi metto a rovistare mentre intorno a me sento il vuoto, si sono spostati tutti verso via Roma. Lacrime, lacrime a fiotti, ma vedo qualcosa che sembra il mio nastro. Lo prendo tra le mani, lo porto a due centimetri dal viso, per vederlo. È lui!

Lo ficco bene in tasca e scappo verso la piazzetta reale. Oltre i dioscuri mi fermo, sono sola. Guardo verso la piazza e vedo il fumo che sale. Sembra acqua che evapora dalle pietre calde, come se avesse piovuto dopo una giornata di sole in estate. Sullo sfondo, verso via Roma, vedo oggetti che volano, persone incappucciate, uomini con caschi e manganelli.

Squilla il telefono, è Lorena.
«Simona dove cazzo sei finita?».
«Dovevo cercare il nastro!».
«Ma quale nastro! Dove sei?».
«In piazzetta reale».
«Stai ferma lì e non ti muovere, accidenti a te».

Passano pochi minuti, Simona arriva, vuole prendermi a ceffoni ma mi abbraccia. Piange. Anche io piango, ma per i lacrimogeni, sono felice di aver ritrovato il mio nastro.
«Simona», mi dice, «ma i tuoi occhiali?».
Mi tocco la faccia, non ce li ho più. Forse era per quello che non trovavo il nastro, non ci vedevo. Tutto spiegato.
«Li andiamo a cercare?», dico. «Non ci penso nemmeno – risponde Lorena –, tuo papà te ne compra un altro paio e piuttosto li pago io. Ora leviamoci da qui, ho chiamato Gigi, ci viene a prendere con il furgoncino davanti al Duomo».

Lì ci sono le altre, tutte si preoccupano per me, nessuna può abbracciarmi e ora che ci penso nemmeno Lorena avrebbe potuto. Pazienza. Alcune mi chiedono scusa per avermi lasciato da sola. Altre piangono, ma non credo sia per i lacrimogeni. Io sorrido, ho ritrovato il mio nastro.

Chissà quando potrò danzare al Teatro Regio, chissà perché affumicare la città, chissà perché quel fascista mi ha tirata su, chissà che volevano tutti. Forse non volevano proprio niente. Ci penso e ho paura, ma poi mi passa, io sto meglio di quel ragazzo incappucciato perché voglio qualcosa? Forse sì, anche se ho bisogno di mamma e papà per fare tutto, anche se Lorena deve starmi sempre attaccata altrimenti chissà che mi succede. Però, alla fine, mi hanno insegnato tutti a volere qualcosa, un obiettivo, come lo chiamano loro.

E comunque ho ritrovato il nastro. Lo tengo tra le mani, mentre mi sistemo la mascherina e salgo sul furgoncino con Lorena. Saluto le altre dal finestrino. Il nastro è un po’ sporco e sgualcito, tornerà rosa come prima.

Far vedere che rinunciamo a qualcosa

La gestione della pandemia nel nostro piccolo ha imposto la convivenza con una serie di restrizioni che poi, fra luglio e settembre, si sono gradualmente allentate. Era rimasta, in fondo, quella paura del contagio che ci ha tenuti spesso a distanza dagli abbracci dei nostri amici o dei nostri famigliari, e ognuno di noi ha rinunciato a qualcosa. Inutile stabilire chi e quanto non abbia preso le dovute precauzioni, il problema a monte è che la responsabilità di questioni collettive è sempre lasciata al singolo individuo, che si sente esentato da determinate norme, perché «no, ma io no…», si concede delle deroghe e si autoassolve. Lo slittamento graduale della responsabilità dallo Stato al cittadino – passando per Regioni, Comuni e tutti gli altri enti amministrativi – fa sì che i provvedimenti restrittivi, impopolari per definizione ma talvolta necessari, lascino sempre spazio all’interpretazione.

Poi c’è il rapporto con la coscienza. Durante una pandemia non è possibile che resti tutto come prima, ma le rinunce alle quali siamo chiamati si spostano in un campo fumoso come quello dell’applicazione delle norme. Dobbiamo tuttavia dimostrare, soprattutto a noi stessi, che le rinunce si fanno. Di conseguenza possiamo accettare senza grossi problemi – salvo qualche caso – di entrare in un ristorante indossando la mascherina, mentre non protestiamo granché se il tavolo di fianco al nostro è troppo vicino. Possiamo accettare di doverci disinfettare le mani in continuazione, di salutarci con il gomito – sebbene questo ci faccia sentire stupidi, quindi spesso lo facciamo scherzando – ma a volte abbracciamo le persone non conviventi. Non possiamo rinunciare agli abbracci. Abbracciare un amico o un’amica, un parente o nostra madre, è una dimostrazione di affetto che serve a noi per dimostrare il bene che vogliamo, ma anche per rassicurarci del bene che riceviamo. Credo sia il motivo per cui, nelle ultime settimane, dal mio punto di vista penso di essere diventato più affettuoso, forse inconsapevolmente e anche un po’ troppo.

La risposta non è far saltare tutto e tornare ad abbracciarci, non adesso. Dobbiamo rinunciare a qualcosa, perciò niente baci né abbracci. Anche se poi, dopo aver incontrato dei cari amici ed essere rimasti distanti, fa incazzare sbirciare nelle vetrine di un ristorante (quando erano ancora aperti dopo le 18) per vedere tavolate da dieci persone. Magari sono persone che nella vita quotidiana indossano la mascherina, perché è il loro modo di rinunciare a qualcosa, ma che alla tavolata no, non possono rinunciare. Il punto è che la rinuncia individuale si scontra con la rinuncia collettiva. Il ristoratore che ha acconsentito alla tavolata da dieci persone non poteva rinunciare all’incasso, quindi ha chiuso un occhio. Hanno tutti ragione, ma hanno anche tutti torto. Le scelte individuali si muovono nel fumoso ambiente dell’applicazione della norma. E così facciamo vedere che mettiamo la mascherina, ci disinfettiamo le mani e al supermercato siamo distanti dagli altri, a questo possiamo rinunciare. All’amico che ci viene a trovare per cena no, cosa vuoi che sia?

Eppure, se tenessimo un distanziamento sufficiente non avremmo bisogno della mascherina all’aperto, ma non ne siamo capaci, quindi su le mascherine. In realtà facciamo vedere che rinunciamo a qualcosa (così la coscienza è salva), ma non rinunciamo a ciò che consideriamo più importante, anche se più rischioso.

Nell’ultimo Dpcm il Governo ha messo nero su bianco questa mentalità. Solo generiche raccomandazioni sul sistema di distribuzione delle merci e sul trasporto pubblico, poi una nuova chiusura di palestre, piscine, teatri e cinema. Per quanto, soprattutto per teatri e cinema, si sia riscontrato un solo contagio dalla fine del lockdown a oggi. Ma si tratta di cose alle quali si può rinunciare, per la nostra economia – a torto – sono poco importanti. Si può andare a lavorare ben schiacciati sui mezzi pubblici – non sia mai che vengano potenziati – ma niente cinema. Si può andare al supermercato, dove è impossibile stare a un metro di distanza dagli altri quando le corsie sono affollate o si è in coda al banco del pesce, e dove le merci vengono toccate da tutti, ma non è consentito entrare a teatro, dove invece si è obbligati a stare fermi e lontani dagli altri da quando si entra a quando si esce, senza nemmeno la necessità di parlare e così diffondere droplet in un ambiente chiuso. Però la situazione epidemiologica imponeva misure più restrittive, perché di questo passo si rischia il tracollo del sistema sanitario.

L’attacco all’abitudine più rischiosa richiede tuttavia pesanti investimenti, richiede controlli (quindi altri investimenti). In questo caso possiamo chiamare «abitudine» avere mezzi pubblici inefficienti e forse non è un caso che crescano le vendite degli autoveicoli a uso privato. Possiamo chiamare «abitudine» avere una sanità mai adeguata, che vive di sprechi, promesse di investimenti che arrivano a rilento: le terapie intensive sono aumentate, sì, ma non di quanto ritenuto necessario e sono passati sette mesi dalle prime chiusure. La sanità vive soprattutto di personale che fa turni massacranti, infermieri e medici chiamati «eroi» che poi vengono assunti con contratti di tre mesi. Possiamo chiamare «abitudine» quella di stremare i lavoratori della grande distribuzione e i fattorini, perché non è possibile che le merci si fermino, soprattutto ora, e pazienza se sono scoppiati focolai in alcune catene di distribuzione tempo fa (dopo il lockdown, peraltro), tutto a posto. Per non parlare della didattica a distanza che favorisce la dispersione scolastica, ma qui il problema è sempre legato all’inefficienza dei mezzi pubblici (e non è colpa degli autisti).

Invece a teatro, cinema, palestra o piscina si può rinunciare. Sono realtà che attengono alla dimensione spirituale dell’individuo in senso lato (tranquilli, le chiese sono aperte), quindi alla sua salute mentale. È pur vero che con il bombardamento che subiamo, che disincentiva a uscire se non per estrema necessità, andare al cinema sarebbe l’ultimo dei pensieri. Ma basterebbe dire che «il biglietto del cinema o del teatro vale come autocertificazione per muoversi durante il coprifuoco, per tornare a casa dopo lo spettacolo», restituendo dignità a un settore. Insomma, cinema, teatro, palestra o piscina, siano motivi di «necessità» come andare dal medico. Questo, però, richiederebbe un cambio di paradigma culturale. Chi se ne importa dei cinema? Tanto c’è Netflix. E pazienza se il comparto culturale – ma anche quello sportivo non scherza – fattura più del 6% del Pil nazionale. A quello si può rinunciare, perché serve uno sforzo. Chiudiamo palestre, piscine, teatri e cinema, anche se sono luoghi sicuri, dobbiamo far vedere che rinunciamo a qualcosa, non a tutto, ma a qualcosa sì.

Forse sarebbe bastato uno sforzo minimo di tutti per evitare un sacrificio di pochi, ma questo deve essere normato dallo Stato, anche imposto se necessario, non si può lasciare al libero arbitrio la cura del bene collettivo. Non in questo Paese. Servono leader, persone che prendano decisioni in ruoli di vertice, e noi – anche per colpa del nostro voto – al momento non ne abbiamo. Si sente spesso dire che il virus abbia modificato le nostre abitudini e che di fronte a noi si prospetti la cosiddetta «nuova normalità». Che cos’è, però, questa «nuova normalità»? Che qualcuno ce la indichi, provi a immaginarla e dia a questo Paese una visione, perché noi non ne abbiamo la minima idea.

Torino, 3 luglio 1969

«Arturo, Arturo!».
«Ehi».
«Non ti stai dimenticando niente?».
Arturo si fermò sulla soglia della porta, interdetto. Quando sua moglie faceva quella domanda era spesso un trabocchetto, che ogni volta finiva con il dimostrare quanto lui fosse inaffidabile anche per le più piccole commissioni ordinarie. Ma niente, con le chiavi nella mano sinistra, la sporta nella mano destra, proprio non gli venne in mente. Eleonora, sua moglie, abbozzò un ghigno. «Pensaci bene», disse, con tono di sfida.
Allora, il portafogli c’era, le chiavi ce le aveva in mano, la borsa della spesa sì, la ricevuta della tintoria per ritirare la giacca c’era. Le chiavi della macchina no, non servivano perché le botteghe erano tutte lungo corso Traiano, quindi si sarebbe spostato a piedi.
«La lista». Disse Eleonora, allungando sotto il naso del marito un biglietto fittamente scritto. Arturo sorrise, lei non ebbe voglia di arrabbiarsi, lo salutò e tornò alle proprie faccende.

L’uomo scese in strada e capì subito che c’era qualcosa di diverso dal solito, che dal balcone di casa sua, orientato in tutt’altra direzione, sarebbe stato impossibile cogliere. Non era il caldo, che, all’età di 80 anni, Arturo pativa particolarmente, non era nemmeno il sole che già alle 9 del mattino era piuttosto insistente. Erano i poliziotti. Mai visti così tanti, e tutti insieme, in corso Traiano. In effetti, da casa, non si vedeva nulla.
Arturo andò in tintoria, ma era chiusa, questo lo mandò in confusione. Non c’erano avvisi né cartelli, che avesse sbagliato orario?
«Ah, ma certo!» disse l’uomo, dandosi una manata sulla fronte. «Oggi apre al pomeriggio». E se ne andò sereno all’emporio dietro l’angolo, convinto di avere una scusa pronta per Eleonora, per non aver svolto quel semplicissimo compito.

C’era pochissima gente e Giulio, il gestore, accolse Arturo quasi incredulo. «Che ci fai qui?», gli disse. «Eh niente, la spesa».
«Ma lo sai che sto chiudendo?».
Arturo sgranò gli occhi. «Oddio – disse – e dove andiamo adesso a fare la spesa?». Giulio restò a bocca aperta.
«Arturo – riprese –, intendevo dire che sto per chiudere oggi, ma domani riapro. Torna domani, non vedi che succede lì fuori?». Le camionette della Polizia facevano avanti e indietro su corso Traiano, si formavano assembramenti di agenti in divisa, con scudi e caschi, le persone cercavano percorsi alternativi per attraversare la strada e, dal fondo del viale, si sentivano urla indefinite, forse slogan. Arturo guardò sconsolato fuori dalla vetrina.
«Ma se torno a casa senza spesa Eleonora si arrabbia», obiettò l’uomo.
Giulio sospirò, quasi intenerito da quell’obiezione. «Va bene, dammi il biglietto». Arturo sorrise. Il gestore dell’emporio gli riempì la borsa, mettendo tutto quello che era segnato sul biglietto, poi fece il conto. Arturo pagò soddisfatto. «Adesso, però – ammonì il negoziante – vai subito a casa e non uscire». L’uomo annuì, ma sapeva che sarebbe dovuto andare in tintoria.

Con lo sguardo fiero, una volta rientrato, Arturo posizionò la spesa sul tavolo della cucina, poi disse alla moglie, prima che lei potesse obiettare nulla, che la tintoria avrebbe aperto al pomeriggio. «Strano – disse lei – ma non importa, ci puoi andare anche domani, oggi fa caldo».
«Eh no – aggiunse lui, sempre più tronfio – un impegno è un impegno! Oggi intendo chiudere la faccenda, domani porterò il televisore da Giustino a riparare».

Il piccolo schermo che troneggiava su un mobile nella piccola cucina, in effetti, era rotto da tempo. Per seguire i notiziari, Eleonora andava dalla vicina, ma da due settimane non lo poteva più fare perché l’amica era andata in vacanza, sarebbe rientrata quel giorno stesso e in serata, finalmente, avrebbero potuto guardare di nuovo il notiziario insieme. Arturo era così, aveva i suoi tempi.

Dopo pranzo, l’uomo uscì di nuovo, fatto il suo consueto sonnellino, diretto in tintoria. Il clima, però, era cambiato. L’aria era secca, quasi irrespirabile, gli animi caldissimi. Si affacciò su corso Traiano e fu quasi travolto dalla folla. Urla, strattoni, pietre e bottiglie volavano. Arturo si buttò contro un muro, cercando di appiattirsi il più possibile. Riuscì a togliersi dalla folla ma oramai si era spostato già di diversi metri. Quel caos era una scusa più che sufficiente per non aver portato a termine il compito della tintoria, perciò poteva «tranquillamente» rientrare a casa. Tutto stava nel ritornare al cancelletto che dava l’accesso al cortile, che era già distante.

Prese coraggio e fece a spintoni tra giovani e meno giovani, che urlavano insulti alla Polizia.
Arturo non capì niente, ma a un certo punto la folla arretrò e si ritrovò libero. Li guardò correre e sorrise, finalmente sarebbe potuto rientrare. Si voltò, più sereno, ma si trovò di fronte una massa di poliziotti armati di scudi e manganelli, che inseguivano i manifestanti.
L’uomo fu scaraventato per terra, prese anche una manganellata, ma in quel disastro non riuscì a capire bene cosa fosse accaduto. Calpestato, strattonato, riuscì a strisciare verso il cancelletto, mentre alle sue spalle scoppiava la guerra.
A fatica, tornò in piedi, dolorante e sanguinante. Si pulì i pantaloni, aprì il cancelletto tenendo le chiavi con estrema difficoltà, perché le mani tremavano. Tornò a casa, guardò Eleonora e sorrise. Lei si portò le mani sul viso. «Che ti è successo?» urlò, cercando con affanno il proprio dispositivo acustico, che infilò alle orecchie per poter sentire la voce del marito.
«Eh niente – disse lui, appoggiandosi a una antica credenza che dominava l’ingresso –, sono uscito dal cancelletto e sono caduto, uno è passato correndo e mi ha buttato per terra. Ma sto bene, magari mi faccio una doccia».

Eleonora corse a prendere medicamenti e garze, lo fece sedere e gli disse di non preoccuparsi di niente. «Posso andare domani in tintoria?» disse lui. La donna lo guardò con tenerezza. «Ma certo, anzi, domani ci vado io, tu riposati. Vuoi che andiamo all’ospedale?».
«Magari domani se sto ancora male, ma adesso mi passa» rispose Arturo.
«Che cafone quello che ti ha buttato per terra!».
«Eh già».
«Hai visto chi era?».
«Non lo conosco».

La sera, dalla vicina, Eleonora guardò il notiziario e vide la guerra. Le botte, i manganelli, le pietre, le urla, gli arresti di corso Traiano. Chinò la testa e pianse.
«Eh lo so – disse la vicina commentando le immagini – è veramente una cosa triste».
«Triste, già», aggiunse Eleonora, asciugando le lacrime.

Borgo Rossini love | Via Catania

L’auto sfila silenziosa fra le siepi, è l’ultimo tratto di via Catania, quello che, al centro, mantiene una piccola lingua d’asfalto che anziché condurre all’incrocio con corso Novara porta alla fine del mondo.

La fine del mondo è il Cimitero Monumentale dove, per la prima volta, la gloriosa utilitaria di produzione torinese varca l’ingresso del piazzale dopo essere passata fra quelle siepi, al seguito di un carro funebre sempre troppo grigio e troppo lussuoso. L’ultimo saluto alla zia è stato dato fra le mascherine, l’odore di gel disinfettante e il distanziamento sociale. Parenti che si incontrano, vorrebbero salutarsi con una stretta di mano e un abbraccio, ma non possono, così le conversazioni non nascono, non ci si racconta qualcosa in attesa di entrare, perché senza quel saluto iniziale si resta come sospesi.
Sono arrivati divisi in due per auto, uno davanti e uno dietro, come in un taxi e, prima di partire alla volta del camposanto, si erano messi in fila dietro al feretro, guardandosi un po’ per controllare i rispettivi stati d’animo, un po’ per verificare le distanze.

La scomparsa della zia, portata via in un soffio dal Covid19, accomuna questa a migliaia di altre famiglie del mondo, così come il funerale al disinfettante. La sofferenza per la dipartita si diluisce nella sofferenza di non potersi accarezzare, di un figlio che non può asciugare le lacrime di sua madre sul proprio petto, una sofferenza appannata dalla paura di togliere la mascherina, di togliere i guanti, di starnutire.
Sullo sfondo via Catania vista dall’altro lato, dal piazzale di fronte al cimitero dove l’aria resta sospesa, non c’è un filo di vento, il tempo si ferma, resta cristallizzato in un momento eterno. È come osservare la vita dall’esterno, vedere le fronde degli alberi mosse da un vento sottile come fossero immagini registrate, trasmesse da un maxischermo.

Via Catania è metafora della vita e della morte. Dalle acque impetuose o placide della Dora spuntano bagliori di vitalità, dove nasce l’esistenza. L’acqua è da sempre metafora di vita, di nascita. Quel nome, «Dora», ha origine greca, da «doron», e vuol dire «dono», e la vita, almeno nella concezione cristiana del termine, è di fatto un dono. Questo, però, riguarda il nome proprio di persona, tendenzialmente la contrazione del nome «Dorotea».
In realtà il nome del fiume ha un’etimologia differente, in dialetto piemontese indica un qualunque corso d’acqua. Ma è bello pensare che la Dora, così come l’acqua può rappresentare, sia un dono.

Via Catania nasce dal fiume, poi prosegue e incrocia via Reggio, ne prende possesso, le scippa il ruolo di asse portante del borgo e si incunea fra gli alberi, cresce, porta con sé case, locali, negozi – tutti, ovviamente, chiusi – e si dirige decisa verso il termine di tutto.
L’ultimo tratto è surreale, fatto per i carri funebri e il loro codazzo. Dalla nascita, dall’acqua, si chiude al camposanto. Si attraversa in auto, velocemente, con le case che scorrono, sfilano una dopo l’altra come gli anni, chiuse, impolverate, con le serrande abbassate.

L’automobile, oggi, appare l’ultimo guscio protettivo rimasto per muoversi in una terra martoriata, abitata eppure desertificata, una protezione attende sorniona di essere messa in moto, indolente e inerme. Ha un rombo rassicurante, che indica un motore in salute, le cui vibrazioni coprono i singhiozzi e danno costanza al movimento.
Un guscio rassicurante dove, al riparo dalle delazioni, il figlio e la madre si stringono. Con mascherine e guanti, entrambi consapevoli della violazione, si dicono che almeno, per via di quella brutta occasione, sono riusciti ad abbracciarsi.

Agadez – Quinto capitolo

Afya corse a prendere un mestolo, era la prima cosa che le saltò in testa di fare quando sulla soglia di casa si presentò, ancora una volta, Momo. «Maledettissimo figlio d’un cane!», gli urlò, cercando di colpirlo con il mestolo mentre i bambini restavano impietriti, avvolti nelle lenzuola del loro letto. Mohammed cercò di fermare il braccio della donna, senza convinzione. Sapeva, in qualche modo, di meritare quei colpi. «Tu! Miscredente – urlava ancora Afya –, è tutta colpa tua! Bastardo maledetto!». Lo colpiva, lo colpiva ancora mentre lui, a fatica, entrava dalla porta e la richiudeva alle sue spalle incassando i colpi. Afya era stanca, il suo volto era distrutto dalle lacrime, che oramai non sgorgavano più. Momo era alto e possente, segnato dalle ferite e dalle percosse ricevute dai militari, ma era appena scalfito dalle mestolate di Afya. Non tanto per il dolore in sé, quanto per il motivo di quella reazione. Karim e Mahe non uscirono a salutare lo zio, la donna si lasciò cadere sulla sedia di bambù intrecciato che, un tempo, era il posto prediletto da Oumar. Provò a piangere ancora, non ci riuscì, poté soltanto singhiozzare.

Momo restò in piedi e la guardò, sentendosi in colpa. «Ora vuoi fare arrestare anche noi?», disse Afya. «Ti sbagli – ribatté Mohammed –, sono venuto a salvarvi». La donna scoppiò a ridere nervosamente, cercò di alzarsi ma era troppo debole, così desisté e riprese ad agitare in aria quel dannato mestolo. «Tu lo sai cosa stiamo passando? Hai la benché minima idea?» disse ancora, con tono rabbioso, mentre Momo diede uno sguardo alla camera per osservare i bambini. Lo fissavano terrorizzati. «Dovete venire con me – aggiunse lui – perché sono partiti i rastrellamenti. Il Comitato può occuparsi di voi, ma adesso dovete fare le valigie velocemente, abbiamo poco tempo».

Afya gli lanciò il mestolo in faccia, colpendolo in pieno sul naso. Momo non disse nulla, ma si inginocchiò e la guardò negli occhi. «Ti prometto – sussurrò – che troverò Oumar, fosse anche l’ultima cosa che faccio». «Non promettere – rispose Afya – perché non è roba per te». L’uomo tornò in piedi, osservò il disordine in quella che una volta era la sala da pranzo, guardò l’angolo cottura e notò dei residui di cibo che macchiavano la superficie del piano cottura. «Moussa Traoré è in città», disse, voltandosi verso i bambini. Afya non si mosse. «Il tuo schifosissimo presidente» commentò, con lo sguardo perso nel vuoto. «Sì, il mio schifosissimo presidente – rispose Momo –. Proprio lo schifosissimo presidente che vi accoglierà nel suo comitato e che libererà il Mali». «Lo schifosissimo presidente che ha fatto sparire Oumar» ribatté Afya. «Ti sbagli – obiettò l’uomo –. Chi ha fatto sparire Oumar è stato Modibo Keita, e noi siamo qui per cacciarlo per sempre e riprenderci il nostro Paese, per salvare il nostro popolo».

Afya trovò le forze di tirarsi su. Tolse il grembiule e lo gettò per terra, poi si sistemò il vestito a fiori, raggiunse i bambini e li abbracciò forte, li convinse, delicatamente, a uscire dalle lenzuola per cambiare i vestiti. Li lavò, diede loro abiti puliti e riempì un borsone. «Seguite lo zio – disse Afya –, siamo intesi?». Karim e Mahe annuirono, spaventati. «E tu?» disse Momo. «Prima devo fare una cosa, iniziate a scendere, vi raggiungerò fra poco. E sia chiaro, lo facciamo solo perché non abbiamo alternative, oramai siamo tutti morti come te». Un po’ interdetto, l’uomo decise di fidarsi, prese con sé i bambini e insieme scesero le scale di cemento che collegavano i diversi piani del palazzo. Sotto, un’auto guidata da un ragazzo di nome Sahel, sorridente e armato, li attendeva.

Afya si lavò velocemente, buttò via i vestiti sporchi e ne prese di puliti. Accese l’incenso, profumò l’ambiente e poi spostò il letto sul quale, fino a un paio di settimane prima, aveva dormito con Oumar. Tolse una mattonella già smossa, dopo averla alzata con un coltello. Recuperò così una scatola di latta bordeaux, un po’ impolverata e leggermente ammaccata. La donna si guardò intorno, come per assicurarsi di non essere osservata, sebbene fosse un gesto stupido, quindi l’aprì. All’interno c’era una foto di lei e Oumar da giovani, poche settimane dopo il matrimonio, quando Bamako era ancora sotto i francesi e, tutto sommato, vivevano in maniera tranquilla. Poi c’erano molti franchi, soldi messi da parte per i bambini che ora, viste le riforme e la situazione del Mali, non valevano più nulla. Fu sul punto di buttare via tutto, ma decise di tenerli, erano il simbolo degli sforzi fatti da lei e Oumar per costruire quella piccola vita insieme, ora a un passo dalla scomparsa.

Quella casa, quel piccolo appartamento considerato da benestanti secondo i suoi parenti di Kambila, il villaggio da cui Afya proveniva, andava abbandonato, lasciato indifeso alla furia distruttrice dei militari di Keita, che si erano già portati via l’amato Oumar – e insieme a lui anche le speranze di rivederlo – e ora la costringevano a fuggire per entrare, suo malgrado, nel Comitato di liberazione, senza sapere che cosa sarebbe stato di lei e dei bambini. Avrebbe dovuto scegliere fra i militari del governo e i militari dell’anti-governo. Si sarebbe dovuta mettere nelle mani di Momo, perché una donna sola, in quella capitale disastrata e segnata dalle botte e dagli spari, era una preda veramente troppo facile.

Afya riposizionò la mattonella e il letto, riempì un secondo borsone con i suoi vestiti e con una camicia di Oumar, che lei gli aveva regalato per il compleanno del 1961, il primo «nell’era della libertà». Quanto si sentiva stupida ad aver chiamato in quel modo, con speranza, il momento in cui i francesi avevano lasciato il Mali, ma ebbe la consapevolezza di non essere stata l’unica. In tanti, come lei, davvero avevano sperato di stare meglio. Senza i colonizzatori, avrebbero tutti potuto, finalmente, essere artefici del proprio destino. E invece, in quel momento, Afya era costretta a scappare con i suoi figli, senza suo marito per il quale aveva pianto tutte le lacrime che aveva da piangere, al seguito del cognato, un ribelle maledetto, senza Dio, senza morale, accecato dal desiderio di vendetta contro lo Stato e nulla più.

Si preparò, volse un ultimo sguardo all’amata casa, poi uscì, chiuse la porta alle proprie spalle e raggiunse Momo e i bambini. Salì in auto dopo aver rivolto uno sguardo diffidente a Sahel, che si era presentato senza togliere gli occhi dalla strada, e guardando velocemente Momo, che si era seduto davanti. Afya, Karim e Mahe occupavano il sedile posteriore, abbracciati ai loro borsoni e tenendosi tutti per mano. L’auto, una berlina europea che aveva visto tempi migliori e con una targa contraffatta, si allontanò velocemente da lì.

Mentre scorrevano le vie di Bamako, davanti agli occhi di Afya, la donna immaginò il percorso del pullman guidato da Oumar. Evitò di singhiozzare ancora per non turbare i bambini, ma fu davvero difficile. Tutto intorno si lottava, i ribelli assaltavano i posti di blocco dei soldati e c’erano anche dei militari che passavano al Comitato di liberazione. Almeno, questo le diceva Momo, che era ossessionato dallo stabilire un confine, un limite che distingueva i buoni dai cattivi. Modibo Keita era il male assoluto, il cancro del Paese che andava rimosso. Moussa Traoré era la cura, la libertà, la pace. Niente sfumature, solo di qua o di là. «Con lui – disse Mohammed – potremo finalmente vivere in un Paese democratico». «Sai che cosa diceva sempre tuo fratello?» intervenne Afya. Momo si voltò verso di lei. «No – disse –, che cosa diceva?». Afya guardò fuori dal finestrino, fece una piccola pausa e poi aggiunse. «Diceva che in Africa bisogna sempre diffidare della parola “democratico”, soprattutto se associata a un governo».

Ci fu silenzio, l’auto scivolò indolente fra le strade infiammate di Bamako.

Cartolina da Torino #6

Cara mamma,

spero che stai bene, qua invece tutto a posto. Fabrizio ha trovato lavoro come manovale, dice che si trova bene perché il capo è bravo anche se è piemontese, dice che lo tratta come gli altri pure che è meridionale. Poi il lavoro gli piace, alla fine è più o meno quello che faceva al paese e sta imparando qualche cosa di nuovo. Con il fatto che sta sempre in giro per i cantieri riesce a vedere tanti posti della città, così l’altro giorno mi ha portato con gli amici in un giardino molto bello da dove si vede la Mole Antonelliana. Non mi ricordo se te ne avevo parlato, comunque è questo edificio alto alto che non abbiamo ben capito a che serve, però ci hanno detto che doveva essere una sinagoga e poi non sono riusciti a finirla, pensa che era troppo alta! Allora se l’è comprata il Comune e adesso ci fanno i congressi, ci tengono dentro delle cose. Qua se stai in giro e vedi la Mole significa che stai vicino al centro.

Così Fabrizio mi ha portato a vederla dal prato, che ci sembrava di stare in centro almeno per il giorno di Pasquetta, tutti insieme. Lo so che sei arrabbiata che non siamo scesi, ma Fabrizio lavorava, io pure lavoravo e non ci hanno dato abbastanza giorni liberi, così non abbiamo potuto prendere i biglietti prima. Ci abbiamo pure pensato a scendere domenica e risalire lunedì, ma ci voleva troppo tempo e non c’erano i biglietti del ritorno. Mi dispiace ma che ci possiamo fare?

La casa ha dei problemi di infiltrazione. In pratica quando piove ci entra l’acqua dentro, abbiamo chiesto al padrone ma quello ha detto che tanto siamo abituati a vivere nella monnezza, quindi che sarà mai un po’ di acqua, almeno ci laviamo. Fabrizio lo voleva menare, io l’ho fermato, perché tu e papà ci avete insegnato che la violenza non serve a niente. Allora ci ho parlato, ho spiegato al padrone che così è pericoloso, che ci cade il tetto in testa, che moriamo, che lo denunciano, che lo arrestano. L’ho visto che si preoccupava e ho insistito, gli ho detto che era già passato un vigile vicino al palazzo che controllava, pure se non era vero, e così poi si è convinto e ci ha mandato un amico suo. Ha buttato un po’ di calce sul soffitto e poi è andato sul tetto, mi sembra che qualcosa ha fatto perché adesso piove poco e niente.

L’amico di Fabrizio si chiama Edoardo e fa le foto. È di Asti, ma pure lui in qualche modo ci somiglia perché è venuto a Torino perché al paese suo non c’era niente. Così ha portato questa macchina fotografica che gli ha dato suo padre e ci ha fatto delle foto, solo che a Fabrizio l’ha preso di spalle e io ero andato a buttare la carta in un cestino perché mi dava fastidio di buttarla a terra, che poi si sporcava il prato. Solo che non poteva farne altre. Se Fabrizio lo sa che te la mando si arrabbia, ma non ce lo dire, qua faceva lo splendido con le sorelle e con la mamma di Edoardo che erano venute da Asti per la Pasquetta. Pensa che pure lui non poteva muoversi, lunedì pomeriggio lavorava all’alimentare. Qui comunque aspettavamo il padre che cercava parcheggio per la macchina e poi sono arrivati gli altri amici.

Ti abbraccio tanto, salutami papà e gli zii

Renato

Torino, 28 aprile 1962

La foto in copertina è dell’Archivio Storico della Città di Torino, è stata scattata il giorno di Pasquetta del 22 aprile 1962.

Agadez – Quarto capitolo

Di fronte al palazzo c’era una casa molto strana. Alta, stretta e gialla, stranamente non stonava con gli altri edifici della zona, eppure manteneva il proprio aspetto bizzarro. Salvatore la osservava, si chiedeva per quale ragione avessero dovuto costruire una abitazione così stretta, e poi per chi? Quelle congetture furono interrotte dall’arrivo di Maria Grazia. Indossava un cappotto leggero, marrone chiaro, era di qualche taglia in più, probabilmente imprestatole da sua madre, con un foulard azzurro e grigio che portava come sciarpa. Non sorrideva, da qualche giorno era sempre inquieta, aveva avuto qualche problema in famiglia che non aveva voglia di raccontare.
Quell’inquietudine che le segnava il respiro l’aveva però portata ad accettare la proposta di Salvatore, dopo l’iniziale rifiuto. Avrebbero entrambi frequentato il corso di tedesco, pagato da lui per entrambi. «Poi però – gli aveva detto – ti ridò tutti i soldi». Ma sapeva che il suo fidanzato non li avrebbe mai accettati.

Fu così che si trovarono in corso San Maurizio, a novembre inoltrato, per incontrare il professor Luigi Fossati. Docente di tedesco all’Università, appariva come un uomo severo, aspro, che li accolse senza emozione sulla soglia di casa, uno spazioso appartamento pieno di libri in Vanchiglia. I suoi occhialini tondi e la sua barba bianca, corta e curata, costruivano un muro di diffidenza fra il professore e i due giovani studenti. La sua figura da nobiluomo piemontese in decadenza rispettava l’immagine che Salvatore si era costruito nella mente dopo aver parlato con lui al telefono.
«Voi vorreste imparare il tedesco?» disse Fossati, dubbioso, prima di farli entrare. Nell’imbarazzo fu Maria Grazia a pronunciare un «sì» convinto e fiero. Il professore abbozzò un sorriso ironico, poi li fece entrare e chiese il pagamento in anticipo della prima settimana di corso.

L’ampia sala da pranzo fungeva anche da studio, sul tavolo di mogano che dominava lo spazio crescevano pile di volumi, manuali, dizionari e scartoffie. A un estremo sedeva Fossati, all’altro estremo c’erano due sedie. Con un gesto, il professore invitò i due studenti ad accomodarsi. «Vi ho chiesto i soldi in anticipo – esordì lui – perché non è la prima volta che mi trovo di fronte persone come voi. Di solito dopo la prima lezione abbandonano e io non posso permettermi di perdere tempo». I due fidanzati si guardarono negli occhi. «Immagino che voi siate diversi – proseguì, ironico, il professore – e che le vostre motivazioni siano molto forti».
«Ecco, professore, noi vogliamo andare in Germania», disse Salvatore dopo qualche secondo di silenzio. Fossati scoppiò a ridere. «E ci mancherebbe! Altrimenti perché sareste qui?» commentò, alzandosi in piedi. Poi guardò Maria Grazia. «Signorina – disse – vada a in cucina, la porta dietro di lei, sul tavolo c’è un vassoio con del caffè appena fatto. Lo porti qui per cortesia». Lei fu sorpresa, era entrata da pochi minuti e già veniva trattata come una serva. Si voltò verso Salvatore, aspettò una reazione da parte sua, ma non arrivò. Anzi, lui la guardò come per dire «dai, non lo fare arrabbiare». Si alzò furibonda per andare a prendere il maledetto vassoio.

La cucina era piccola, di dimensioni sproporzionate rispetto all’enorme salone. Era chiaramente un angolo cottura di servizio, molto pulito e poco vissuto. Probabilmente il professore mangiava poco a casa. Sul tavolo rotondo che stonava con il resto del mobilio, Maria Grazia vide il vassoio d’argento con tre tazzine e relativi piattini. Erano di ceramica di pregio, ben decorata a mano. C’era anche una zuccheriera dello stesso servizio. Fondo bianco e disegni floreali tra l’azzurro e il rosa, forse un servizio antico che Fossati aveva ereditato, o magari l’aveva ritrovato in qualche mercatino di antiquariato. La ragazza si soffermò sui mobili. Erano in stile moderno, laccati e di un colore che ricordava il ciliegio, con bordature metalliche.
Sul piano c’erano pochissimi oggetti. Un mestolo dimenticato in un poggiacucchiaio, un tostapane argenteo, una bottiglia di vetro che conteneva liquore. Mancava, in quell’ambiente ridotto, il «tocco femminile» di cui le parlava sempre sua madre. La bottiglia vicino ai fuochi era chiaramente inutile, oltre che pericolosa. Segno che, evidentemente, quei fuochi non venivano mai accesi. Per non parlare dell’inspiegabile mestolo lasciato lì.
Di certo un uomo, pensò Maria Grazia, non vi avrebbe mai fatto caso, ma lei notò subito queste incongruenze, che rendevano l’ambiente finto, artefatto. Oltretutto – e si meravigliò di averlo notato solo dopo un po’ – mancava la caffettiera. Come avrebbe potuto preparare il caffè senza la caffetteria? Forse l’aveva già lavata, ma avrebbe dovuto farlo alla velocità della luce dato che il caffè nelle tazzine era ancora caldo. Maria Grazia aprì delicatamente il mobile scolapiatti e trovò soltanto due bicchieri e un piatto. Nulla. L’acquaio era vuoto. Mentre si girava intorno, incuriosita, notò la portafinestra, che dalla cucina dava accesso al balcone con affaccio sul cortile interno del palazzo. Era socchiusa. Da lì poté intravedere, sul balconcino, un fornelletto da campeggio posizionato su una grande piastrella da pavimenti, che era sormontato dalla caffettiera. Il caffè, quindi, arrivava da lì. Chissà per quale assurdo motivo.

Maria Grazia tornò nel salone con il vassoio tra le mani, lo poggiò sul tavolo, tra i libri, e si accorse che la lezione era già iniziata. Salvatore, impegnato a prendere appunti con mano tremolante, l’aveva appena degnata di uno sguardo. Fossati, invece, era di spalle, che scriveva lettere incomprensibili su una lavagna di carta, spuntata da chissà dove, che aveva dispiegato all’estremità del tavolo.
La ragazza tossì per farsi notare. Il professore si voltò, lievemente infastidito. «Quanto ci ha messo, signorina? Il caffè si sarà raffreddato» disse. «Mi scusi» riuscì a dire lei. «Perché avete iniziato senza di me?» aggiunse. Il professore si voltò completamente verso di lei, Salvatore interruppe la difficoltosa scrittura. Fossati spostò gli occhialini sulla punta del naso e la fissò. «Questo tono – ribatté – non è consono a una studentessa alla prima lezione. Le consiglio di guardare l’ora, suppongo la sappia leggere. Una volta osservate le lancette dell’orologio ottocentesco che si trova su quella credenza – e indicò un mobile a lato della stanza – avrà la sua risposta». Poi riprese la sua lezione. Maria Grazia guardò l’ora, erano le tre e venti del pomeriggio, quindi la lezione era già iniziata da venti minuti. Salvatore rivolse alla fidanzata uno sguardo colpevole. «Scusa – sussurrò – ho provato a ritardare l’inizio ma non ha voluto sentire ragioni, ho preso appunti anche per te». Si fece andar bene quella frase, abbozzò un sorriso e servì il caffè per tutti, poi la ragazza si sedette e prese appunti in maniera forsennata. A causa di quel caffè avrebbe dovuto impegnarsi al doppio della velocità per tornare al passo del suo fidanzato.

Risate e prospettive

Strade, lampioni, controviali che si intuivano dalle chiome degli alberi. Seduto sul sedile posteriore dell’auto guidata da suo padre, anzi, oramai sdraiato, Alberto osservava la città che scorreva sopra di lui. Stava iniziando la sera, le luci urbane assumevano riflessi insoliti, persino irreali a causa della rifrazione dei riflessi fra i vetri scuri dell’auto. Abbandonato in quella posizione, mentre l’auto sfilava nel traffico torinese, il ragazzo cambiò la prospettiva del viaggio ed esplorò con curiosità quella nuova percezione. Perché le svolte, le accelerazioni, le frenate, ogni movimento della vettura erano diversi, si sentivano in maniera diversa.

Il momento più emozionante era stato però l’uscita dall’autostrada. Alberto se ne accorse perché riconobbe dai finestrini le ciminiere della centrale termoelettrica, che presidiava l’ingresso della città all’inizio di corso Regina Margherita, quando ancora l’enorme viale non si distingueva, nelle fattezze, dalla tangenziale. Sentì l’auto che rallentava, mentre il peso del suo corpo lo fece lentamente scivolare dal seggiolino al sedile di fronte a lui, dove era seduta sua madre che, probabilmente, si era assopita per via del lungo viaggio. Le forze vettoriali prendevano controllo del suo corpo, Alberto si lasciava piacevolmente dominare mentre le caviglie si infilavano malamente sotto il sedile del passeggero. Poi la svolta, l’auto imboccò lo svincolo per via Pianezza e il cambiamento di direzione diede un’ulteriore spinta al corpo del ragazzo, che lentamente si sdraiava del tutto sul sedile posteriore. Quindi arrivò il culmine di quel viaggio emozionale. Il padre di Alberto, impegnato in una difficoltosa svolta fra la rampa che usciva da corso Regina Margherita e la trafficata via Pianezza, diede un’accelerata vigorosa per consentire all’auto di immettersi nel traffico. Alberto fu riportato con forza sullo schienale del sedile, ma era oramai sdraiato su un fianco e non poteva più tornare seduto composto.

Mentre il cielo che si intravedeva dai finestrini era cambiato, lasciando intravedere i lampioni e gli alberi, Alberto capì che non gli restava molto tempo. A breve sarebbero arrivati a casa e, a vederlo in quella posizione, i genitori lo avrebbero sicuramente rimproverato. Ma era troppo dolce la sensazione dell’auto che rallentava all’altezza dei semafori, così come era divertente scivolare con delicatezza da una parte all’altra del sedile mentre la vettura cambiava corsia o svoltava in una via secondaria. Per non parlare della rotatoria! Oh, quella sì che fu emozionante. Alberto sentiva il viso che si strofinava sul coprisedile, mentre senza troppa convinzione si divincolava in silenzio, per cercare di tornare seduto come prima. L’auto che correva – questa era la sensazione, in realtà non andava granché veloce – faceva credere al ragazzo di trovarsi su una giostra. Una bellissima giostra totalmente sicura.

Gli alberi si fecero più folti, i lampioni più radi, la luce più delicata e il cielo più scuro. Era oramai troppo tardi, Alberto non avrebbe più fatto in tempo a rimettersi composto. Decise, così, di rinunciare e scoppiò a ridere. La risata, però, svegliò sua madre e risvegliò suo padre dalla totale concentrazione che stava dedicando alla guida. «Alberto!», disse il padre. «Alberto!», disse la madre. L’auto si fermò a poche centinaia di metri da casa. I genitori, allarmati, scesero entrambi e si gettarono sul ragazzo per tirarlo su, rimetterlo a sedere composto, poi battibeccarono. «Dovevi allacciarlo meglio!», disse lei. «Mi avevi detto di averlo fatto tu!», disse lei. Si sentivano in colpa, erano smarriti, preoccupati perché quella posizione avrebbe potuto creare danni al già martoriato corpo del loro figlio, che faticava a star dritto, faticava a coordinare i movimenti e a parlare. Ma i genitori si calmarono in poco tempo, perché Alberto riusciva a far bene una cosa più di tutte. Ridere. E Alberto rise, rise tantissimo perché era contento. Almeno per una volta, per poco più di un quarto d’ora, era riuscito a osservare il mondo da una posizione diversa rispetto a quella imposta dal suo seggiolino, una posizione con la quale era obbligato a convivere ogni giorno, in auto o in casa, e che nella sua intraprendenza era riuscito a infrangere. Alberto continuò a ridere.

Agadez – Terzo capitolo

Il fervore si percepiva a ogni passo, la gente si muoveva fra le strade anche scalza, agitando bastoni e fucili. Urlando, cantando, litigando. C’erano allo stesso tempo la paura e l’insostenibile voglia di uscire di casa per prendere parte a quello che appariva, a prima vista, un momento storico. Oumar viveva la condizione opposta. Era terrorizzato all’idea di restare in quella bolgia, ma era obbligato a restare fuori casa. Guidava un pullman che attraversava il centro di Bamako e si rendeva conto, ogni giorno, di quanto il clima stesse peggiorando. Percorsi deviati, strade chiuse per via delle manifestazioni, per non parlare di quando era direttamente l’esercito a bloccare il traffico.

Quel giorno Oumar tornò a casa scosso. I militari avevano fermato il suo pullman e l’avevano circondato, perché sospettavano la presenza a bordo di alcuni oppositori al governo «democratico» di Modibo Keita. In Africa, pensava Oumar, bisogna sempre diffidare della parola «democratico», soprattutto se associata a un governo. Dopo aver circondato il mezzo, i soldati avevano intimato a Oumar di aprire le porte, mentre i passeggeri impauriti gli imploravano di non farlo, ma lui non ebbe scelta. Gli uomini dell’esercito salirono a bordo a fucili spianati, picchiarono alcuni ragazzi, scaraventarono per terra una donna e afferrarono malamente tre giovani. I sospettati erano loro, e in quella situazione un sospetto equivaleva a una condanna. Li avevano fatti inginocchiare in strada, una volta scesi dal pullman, e li avevano ammanettati. E poi altre botte, calci, schiaffi, sputi. A quel punto avevano ordinato a Oumar di ripartire alla svelta, come nulla fosse. Per le successive tre ore di turno non aveva più staccato gli occhi dalla strada, chiedendosi che fine avessero fatto quei tre.

Afya aveva accolto Oumar con un abbraccio. Gli aveva detto di riposare, perché a casa non sarebbe potuto succedere nulla e presto sarebbe finito tutto. I figli, Karim e Mahe, avevano 6 e 3 anni e stavano crescendo bene, loro non avevano conosciuto il dominio francese e Afya sapeva che la loro famiglia avrebbe superato anche un altro momento difficile. Quella prova che Dio metteva di nuovo davanti al proprio popolo.
Ma la tensione che si respirava fuori lasciava pensare al peggio. La crisi economica in cui il Mali era sprofondato a causa delle scellerate decisioni del presidente aveva fatto crescere la rabbia e la frustrazione, oltre che il controllo che lo Stato cercava di esercitare sul dissenso.

Mohammed, il fratello più grande di Oumar, aveva preso parte ai gruppi ribelli allo scopo di rovesciare Keita. Questo era avvenuto due mesi prima, poi, da quel momento, non si erano più sentiti. Probabilmente Momo, così lo chiamavano tutti, era ancora arrabbiato con suo fratello, che accusava di non volersi schierare nemmeno in quel momento, fondamentale per le sorti del loro Paese. «Lui ci sta portando alla rovina – gli aveva detto l’ultima volta – e tu non vuoi fare niente. Devi venire con me». «Ho Afya e i bambini, devo pensare a loro», aveva obiettato Oumar. Erano le ultime parole che si erano detti.
Per questo furono tutti molto sorpresi quando, una sera di inizio novembre del 1968, Momo si presentò alla loro porta per chiedere aiuto. Era ferito, sanguinava dalla testa e i suoi occhi erano pieni di terrore. Lo accolsero, provarono a medicarlo e gli fecero domande. Momo non rispose, era troppo sconvolto per riuscire ad articolare delle frasi. Disse soltanto: «Mi cercano».
Fu una nottata complessa, indecisi se andare all’ospedale, che era pieno di spie, o chiedere aiuto ai vicini, con il rischio che anche loro chiamassero la Polizia. Certo, avere Momo in casa era un problema, perché questo avrebbe condannato l’intera famiglia a perquisizioni, arresti, botte e chissà che altro. L’unica cosa certa era che Momo sarebbe dovuto sparire il prima possibile. «Noi ti sistemiamo – gli disse Oumar – ma tu domani te ne vai. A questo punto non mi interessa che hai fatto, non mi interessa niente, anzi è meglio se non lo sappiamo». «Va bene» disse il fratello. Lo disinfettarono, lo bendarono, gli diedero dei vestiti puliti, cibo e un giaciglio, sotto gli occhi di Karim e Mahe.

La mattina del 5 novembre Oumar si recò al lavoro pieno di ansia. Si era assicurato che suo fratello lasciasse la casa molto presto, per evitare di essere visto, ma non era comunque tranquillo. Si erano a mala pena salutati, con Momo che, prima di svanire tra i palazzoni di Bamako, gli aveva rivolto un ultimo sguardo speranzoso. C’era ancora dell’odio fra loro due, ma l’amore fraterno riaffiorava e, forse, Mohammed auspicava ancora che il fratello minore si unisse alla sua causa.
Per strada, Oumar continuava a vedere arresti e manifestazioni, mentre il presidente sembrava sicuro di sé. Maledetto Keita, accidenti a te, pensava mentre raggiungeva il deposito, per quale assurdo motivo non hai ascoltato il tuo popolo? Perché ci hai trascinati in questa crisi senza uscita proprio adesso che, finalmente, eravamo liberi dal giogo francese? O forse avevano ragione quelli che, fra noi, dicevano che l’indipendenza sarebbe stata un errore, perché una colonia non può diventare uno Stato.

I suoi pensieri furono interrotti dal suo capo, un grosso uomo alto e paffuto, sempre sudato e stropicciato, che gli posò la sua pesantissima mano sulla spalla, mentre varcava la soglia del deposito. «Che mi combini, Koré? Che mi combini?» gli disse, con tono ironico, mentre fumava una sigaretta europea. «Scusa?» ribatté Oumar. «Ci sono i poliziotti che ti cercano, che cazzo hai fatto?». Il tono era cambiato, era diventato minaccioso, o più semplicemente infastidito da quello stupido dipendente che aveva deciso di creargli problemi proprio mentre per le strade stava per scoppiare la rivoluzione.
In quel momento si materializzò un uomo in divisa, senza qualificarsi, che si rivolse all’autista. «Oumar Koré», chiese, falsamente gentile. «Sono io», rispose lui. «Ci risulta che suo fratello Mohammed Koré sia in città». Oumar tacque. «Deve venire con noi», proseguì il militare, che rivolse uno sguardo al responsabile del deposito. Il grande omone arrogante divenne piccolo piccolo e, con grandi sorrisi, acconsentì immediatamente a privarsi del suo dipendente. «Non preoccupatevi – disse – lo sostituiamo per tutto il tempo necessario». Poi si rivolse a Oumar. «Non temere – gli disse, strizzando l’occhio – ti pagherò comunque la giornata». L’autista non rispose, non protestò, non riuscì a dure nulla. Altri due militari lo afferrarono per le spalle e lo portarono in strada, dove una camionetta li attendeva.

La destinazione era casa sua, dove i soldati sospettavano si trovasse ancora Momo. Non fecero irruzione, fu Oumar stesso ad aprire la porta. Cosa che lui stesso implorò di fare per tranquillizzare Afya e i bambini. Il militare che sembrava il comandante, sotto i suoi occhiali da sole scuri, acconsentì dopo un lungo silenzio, con un cenno impercettibile del capo. Oumar poté così evitare almeno un po’ di violenza, mentre i soldati lo scortavano tra la curiosità ipocrita dei vicini di casa. L’autista, mentre si avvicinava all’ingresso di casa sua, li osservava con risentimento, cercando di immaginare, tra quelle facce che comparivano da balconi e finestre, chi fosse stato il delatore.
Afya e i bambini avevano gli occhi sgranati, quando videro Oumar entrare, in quell’orario in cui avrebbe dovuto essere alla guida di un pullman, capirono. Una volta in casa, i militari fecero molte domande, ottenendo risposte negative. Dov’è Mohammed? Quando è arrivato? Dove è andato? Cosa ci faceva qui? Perquisirono le due stanze con irruenza, buttando per aria cassetti e cuscini, svuotando armadi e scaffali, stracciando teli, rovesciando tazze e bicchieri. Sembrava una spedizione punitiva, altro che perquisizione. Afya stringeva a sé i bambini e Oumar restava immobile, minacciato da un soldato armato. Per fortuna le tracce del passaggio di Momo erano già state cancellate, ma i militari non furono soddisfatti, probabilmente erano stati indirizzati da una soffiata molto dettagliata. Diedero una bastonata a Oumar, che cadde per terra ma non disse una parola, poi lo ammanettarono e lo trascinarono via. E quella fu l’ultima volta che Karim vide suo padre.

Le stanze di piazza Castello

C’era molto fumo, contribuiva a rendere la stanza ancora più angusta, tra i vapori che uscivano dalle ampolle e l’atmosfera di segretezza. Tutto sembrava come ovattato, incupito dalla mancanza di finestre mentre intorno al tavolo, ricoperto di ogni genere di armamentario chimico e contenitori in vetro, fornelletti e aggeggi per misurare, i grandi saggi barbuti si alternavano nell’osservare quel misterioso materiale. Da un bicchiere, a seguito di un complicatissimo procedimento, era comparso quel sassolino bitorzoluto, nero lucente. Nulla di straordinario, se non fosse che prima dei maneggi magici di qualche cosiddetto esperto, quello era bottone d’oro.

I saggi barbuti discutevano animatamente, c’era chi accusava di aver messo un ingrediente di troppo, chi invece sosteneva non ci fossero stati ingredienti a sufficienza. Chi parlava della temperatura, del fumo, della mancanza del sole, della presenza di troppa luce per via delle candele. Luigi non capiva nulla, sapeva soltanto che quello scherzetto gli avrebbe fatto perdere l’intera giornata. Una volta risalito in superficie, infatti, si sarebbe dovuto confrontare con il Marchese per concordare una versione credibile da offrire alla Madama Reale, Cristina, perché le si spiegasse in maniera convincente perché quel bottone d’oro si fosse trasformato in un sasso senza valore. Soprattutto al pensiero che, stando alle intenzioni, quel gruppo di saggi chimici avrebbe dovuto trovare il procedimento per ottenere l’esatto opposto.

Le urla si fecero più forti, ora i chimici si accusavano fra di loro in maniera più feroce. Si metteva in dubbio la reale necessità di utilizzare un bottone d’oro per verificare una parte del complicatissimo procedimento. In quella fase, Luigi pensò non fosse il caso di precisare a chi appartenesse quel prezioso oggetto. Toccò a lui, come intermediario reale, urlare più forte di tutti per riportare la calma. «Signori – intervenne – vi prego di mantenere un contegno e concentrarvi, non si può più fallire!». Di colpo, fu il silenzio. «Cercate di capire che cosa è successo – proseguì Luigi – perché ho perso la pazienza. Sono stanco di passare le mia giornate a inventare scuse per Sua Altezza». I chimici accennarono un inchino, si scusarono, dopodiché si sparpagliarono nella stanza e ripresero ad armeggiare con fiammelle e ampolle. Uno di loro, il più anziano, mise nelle mani di Luigi il sasso bitorzoluto e si scusò ancora. Luigi lo guardò con fastidio, poi lo infilò in tasca e uscì.

Scale, stanze intermedie, fiaccole, altre stanze più o meno grandi. Mentre risaliva in superficie, Luigi ricominciava gradualmente a respirare. Quando gli avevano detto, anni prima, che uno dei fronti del Regno sarebbe stato sotto terra certo non si immaginava una cosa del genere. Dopo la lunga scarpinata spuntò tra i cespugli del giardino reale, con il palazzo alla sua sinistra. Su una panchina, ad attenderlo, c’era il Marchese. Luigi fu sorpreso. «Ho intuito ci fosse qualcosa di strano – disse l’uomo, mentre sfogliava distrattamente un volume – e così sono venuto qui ad accogliervi». Chiuse il libro e gli sorrise, poi lo condusse all’esterno. «Ebbene?» domandò il Marchese, mentre una carrozza si fermava a prelevarli. «Ancora nulla, mi dispiace», rispose l’intermediario. Una volta a bordo del mezzo, consegnò al nobile quel sassetto orribile. Si confrontarono brevemente e andò meglio di quanto previsto da Luigi, il nobile sembrava già preparato al nuovo fallimento. La carrozza fece un giro molto largo, per depistare eventuali segugi, poi si fermò di fronte al palazzo di Madama Reale, a pochi metri di distanza da dove erano partiti. Scese solo il Marchese, che portò con sé il sasso, poi la carrozza proseguì verso la collina dove avrebbe lasciato Luigi in un posto sicuro.

Non sapeva cosa inventarsi, ma il confronto con Luigi aveva suggerito al Marchese di adottare la linea della sincerità. Quel processo era troppo complesso, del resto, se da secoli l’umanità si interrogava su quella annosa questione chimica, di certo i nuovi studi, avviati da pochi mesi, non avrebbero potuto dare risultati migliori in così breve tempo. Inoltre l’errore con il bottone è un normale imprevisto che può capitare. Serviva verificare una parte del processo, non il processo intero, altrimenti non sarebbero partiti da un bottone d’oro. La strategia difensiva era pronta.

Cristina sedeva su una poltrona, severa e assertiva nella sua posa regale. Dall’espressione del Marchese intuì le cattive notizie. «Ancora nulla, vero?», esordì lei, una volta fatto entrare l’uomo nel suo studiolo. «Altezza – disse il Conte – gli intoppi consentono ai nostri esperti di affinare il metodo». Madama Reale teneva tra le mani una tazza di tè, guardava fuori dalla finestra, osservando l’ampia piazza che si apriva di fronte ai palazzi del potere. «Non abbiamo molto tempo, Marchese, voi ve ne rendete conto, vero?» aggiunse lei, senza distogliere lo sguardo dalla piazza. «Avete ragione – ribatté l’uomo – ma le assicuro che stanno facendo il massimo». «Sanno già cosa accadrà loro in caso di fallimento?» incalzò lei, questa volta guardando il Marchese negli occhi. Lui distolse lo sguardo. «No, signora», disse. «Bene – concluse lei – continuate a non dire nulla, non vorrei tentassero la fuga, ora andate». Il Marchese salutò e si congedò.

Una volta lasciato il palazzo, tornò verso i giardini del re. Mentre si spostava, facendo attenzione a divincolarsi nel fitto viavai di carretti e cavalli, pensò che sotto di lui, proprio in quel momento, alcuni esperti chimici, probabilmente i migliori del regno, erano impegnati in una lotta contro la morte. Se avessero fallito, non sarebbero mai più usciti. Se l’avessero saputo, sarebbero fuggiti e avrebbero fallito, quindi sarebbero stati ricercati per questo e fatti sparire. Nessuno avrebbe dovuto sapere. Gli corse un brivido lungo la schiena al pensiero che, con ogni probabilità, anche del Marchese nessuno avrebbe più sentito parlare. Meglio, pensò subito dopo, non avrebbe dovuto dare spiegazioni.