Quella storia della movida e delle zone cuscinetto

È un altro di quei momenti in cui si capisce come la pandemia abbia fatto esplodere un problema già esistente. Negli ultimi anni, Torino si è impoverita dal punto di vista dell’offerta serale e notturna, la morte dei Murazzi non è mai stata superata del tutto e non esiste un piano serio per gestire la cosiddetta movida. Anzi, la stessa parola «movida» ha oramai assunto un’accezione negativa. Ci siamo dimenticati che il divertimento serale non è solo cocktail, ma prima di tutto offerta culturale. Ci si preoccupa solo di come «arginare la movida», ma come può uno scoglio, per citare qualcuno, arginare il mare?

Negli ultimi giorni, alcune zone della città hanno fatto ancora da collettore per una massa grande e estesa di giovani. Parliamo principalmente di Vanchiglia, con piazza Santa Giulia, e Borgo Rossini, con le due esedre che si allargano all’inizio di via Reggio, a pochi metri dalla Dora. Dunque vorrei provare a fare un discorso complesso.

Il primo ragionamento riguarda le norme sanitarie in vigore. Perché si consente che una fascia di popolazione rispetti divieti di assembramento oltre a obblighi di distanziamento e mascherine – fra aziende fallite e morti in famiglia – mentre un’altra fascia di popolazione semplicemente se ne infischia? Se le regole valgono, allora valgono per tutti, altrimenti c’è il rischio di pensare che tanto non succede niente, come nel caso della torteria di Chivasso. Oppure togliamo i divieti e togliamoci il pensiero. Una città in cui le regole esistono solo per chi le rispetta non è una città seria.

Veniamo quindi al secondo ragionamento. Al netto delle norme sanitarie, è oramai un fatto l’esistenza di determinati locali – ad esempio Le Panche, Braciamoci e Bell ‘e buon, per restare in Borgo Rossini – che attirano un numero spropositato di clienti. Buon per loro, vien da dire, ma il problema è che non c’è nessuna gestione di questi clienti al di fuori dei suddetti locali. Il risultato è che i bicchieri di spritz si espandono, occupano marciapiedi, vie laterali e tolgono spazio ad altre attività. Lasciano sporcizia, tracce fisiologiche (per così dire) e tutto ciò che ne consegue. Di chi è la responsabilità? Dei locali che ignorano tutto ciò che accade oltre i banconi?

Dare la colpa ai clienti, quindi ai cittadini, è sempre molto comodo. Mi domando se qualche politico – ad esempio il presidente della Regione o la sindaca di Torino – creda sul serio che basti «fare un appello» perché le persone, di punto in bianco, si comportino «bene». Anche perché, al di là della situazione sanitaria, questo problema è sempre esistito. Dunque vogliamo colpevolizzare i giovani che vanno a bere in compagnia? Abbiamo avuto tutti vent’anni e sarebbe di certo un atteggiamento ridicolo. Poi, naturalmente, c’è differenza fra uscire con gli amici e fare pipì davanti a un portone. C’è chi ha educazione e chi no, per questo esistono le sanzioni (ma vi ricordate i controlli di un anno fa?).

Il problema grave, a Torino, è che il grosso della «movida» era prima canalizzato dai Murazzi, dove c’erano sì dei problemi, ma era una realtà esclusivamente dedicata a questo genere di offerta. Con la chiusura di quel luogo – che oggi ricordiamo tutti con nostalgia come se fosse stato il Paradiso, andiamoci piano anche con questo – i flussi di movida si sono spostati. Nulla si crea, nulla si distrugge, vien da dire.

Ecco che il grosso della movida è tornato ad appesantire San Salvario e Quadrilatero Romano, poi si è riversato su Vanchiglia, letteralmente crollata sotto il peso dei locali che prendevano il posto delle botteghe artigiane (sì, c’è anche quel problema lì e non è colpa della movida, semmai ne è una causa). Nei successivi anni di non gestione del fenomeno i flussi si sono mossi ancora e così il Quadrilatero ha perso appeal in favore di Borgo Rossini. C’è, però, un piccolo problema: nessuno dei quartieri citati ha spazi a sufficienza per ospitare gruppi e gruppi di persone. È così che le librerie vengono ricoperte dagli spritz e non si riesce ad attraversare un marciapiede per entrare in edicola. Non ci sono panchine, non ci sono piazze, non ci sono giardini, restano solo esedre e marciapiedi.

Del resto le piazze vere, a Torino, non le puoi mica toccare, perché sono «auliche». Ci abitano quelli ricchissimi che la sera vogliono riposare e sai, con quello che costano le case hanno pure ragione (quelli degli altri quartieri invece sono brutti e cattivi, le case fanno schifo ed è già tanto che qualcuno parli di loro, perciò zitti). Piazza Vittorio Veneto, con la chiusura dei Murazzi, ha perso di attrattiva. Piazza San Carlo, per la vita serale e notturna, è semplicemente vuota e inutile, piazza Castello pure, ma comunque funziona meglio per i selfie. L’unica rimasta semi-attraente è piazza Gran Madre, che tuttavia non ha gli spazi delle altre piazze. Poi c’è piazza IV Marzo, carina, ma piccola. Via Roma andrebbe bene ed è stata pure pedonalizzata a metà, ma è sono una sfilata di negozi e di sera non ha alcun senso attraversarla. Ma anche di giorno, a meno di non dover fare shopping. Piazza Carlo Felice? Una delle più buie e tristi delle serate torinesi, anzi forse pure pericolosa con poca luce. Ci sarebbe il Parco del Valentino, peccato che i locali al suo interno siano stati ammazzati uno dopo l’altro, fra bandi mal fatti, concessioni scadute e  manovre poco chiare di alcuni gestori. Ora forse riparte l’ex discoteca Chalet. Con calma. E non venitemi a dire che è colpa della pandemia: era così anche prima, solo che facevamo finta di non vedere.

Il punto centrale è che a Torino manca una vera zona dedicata alla vita notturna, come possono essere i Navigli per Milano. Qualcuno obietterà che a Milano ci sono anche altre zone. Grazie, lo so, era solo un esempio. L’amministrazione torinese ha preferito le zone cuscinetto alle zone notturne – che non vuol dire «a luci rosse», per quanto non sarei nemmeno contrario – e vien da chiedersi perché. Forse perché ci sono locali intoccabili? Forse perché ci sono gestori che è meglio non contrariare? O forse perché fa comodo avere zone cuscinetto? Se la movida – utimamente contrapposta all’orribile parola «malamovida» – si riversa tutta fra San Salvario (meno che in passato), Vanchiglia e Borgo Rossini, significa che tutti gli altri quartieri della città non romperanno le scatole.

Il discorso è che questo fenomeno va gestito e l’offerta serale e notturna fa parte di una città completa e civile. Lasciamo perdere le limitazioni di adesso, è una questione di pubblico di riferimento: quelli che affollano le esedre di Borgo Rossini per gli spritz a 2 euro sono grosso modo gli stessi che andrebbero a far serata ai Murazzi o al Valentino. Se l’offerta non c’è, le persone si spostano come meglio credono e i sono i gestori a comandare. Il Far West, però, va bene solo nei film: è comodo dire «viva la libertà» se non hai il caos sotto il tuo balcone.

Una volta sono sceso a lamentarmi con un locale che si trovava sotto casa mia, erano le quattro del mattino e tremavano i vetri delle finestre (abitavo al quinto piano e mi domandavo per quale motivo nessuno fosse sceso a lamentarsi, una vicina però dormiva con i tappi alle orecchie, sul serio). I gestori mi hanno risposto malissimo facendomi sentire un bigotto, poi hanno abbassato il volume sbruffando. Ah, l’età media dei gestori e dei clienti di quel locale era cinquant’anni, perciò non è una questione di anagrafe, ma di educazione. Se poi esistono zone cuscinetto a Torino dove vige la legge del Far West, chi se ne importa se qualcuno (fatto realmente successo) decide di fare i suoi bisogni dentro il portone di casa tua perché gli scappava? Chi se ne importa se esci di casa e trovi un bicchiere di birra abbandonato sul marciapiede a pochi passi da uno di quei locali che, poverini, hanno talmente tanti clienti che mica possono sorvegliarli tutti?

Sei pronto a tornare a teatro?

In copertina: il Teatro Carignano di Torino.

Il nuovo decreto in arrivo apre una prospettiva e tante incognite. Da lunedì prossimo, 26 aprile, il Piemonte – insieme ad altre regioni – potrebbe tornare in zona gialla e togliere i lucchetti ai luoghi della cultura. Ci sono i teatri, i cinema, i musei, i centri culturali. Tanti cosiddetti «terzi luoghi» che sono il cibo dell’anima, come si dice, ma che più semplicemente rappresentano una «terza via» che si colloca a metà fra il lavoro (o la scuola) e la casa, insomma fra il dovere e il riposo.

Ci sono tanti dubbi. La situazione epidemiologica nazionale è tutt’altro che rassicurante e c’è il rischio che le prossime riaperture diventino una sorta di «liberi tutti», e tanti saluti alle precauzioni sanitarie. Dando uno sguardo a questo stesso periodo dello scorso anno, i dati di oggi sono fin peggiori, ha quindi senso riaprire? Non è questa la sede per discuterne, non abbiamo le competenze né le informazioni necessarie, ma la clausura forzata del tempo libero è una questione da affrontare. Perché negli ultimi mesi abbiamo vissuto un lockdown a metà, dove le attività lavorative o di «necessità» erano consentite mentre erano limitati o impediti lo svago, l’arricchimento culturale e personale, la possibilità di crescere come esseri umani. È inevitabile: siamo nel bel mezzo di una pandemia (tuttavia con lo spiraglio che ci offre la campagna di vaccinazione).

La domanda è ora: torneresti a teatro? Andresti al cinema? Ti piacerebbe visitare un museo? Nel mio caso la risposta è sì. Anzi, non vedo l’ora. Però c’è un piccolo problema. Nell’ultimo anno e mezzo la routine quotidiana è radicalmente cambiata. L’abitudine a vivere e lavorare dentro casa ha tolto in molti casi quell’attitudine a uscire, scambiare, vivere. I rapporti si sono sfilacciati, le relazioni si sono affievolite, tutto è mediato da un telefono o da un computer. Che effetto ci farà tornare ad assistere a qualcosa «in presenza»? Avremo un livello di attenzione ancora adeguato a restare seduti per una o due ore senza guardare il telefono? Sto utilizzando molti punti interrogativi e me ne rendo conto, ma del resto è un post pieno di domande alle quali, spero, di trovare risposta nelle prossime settimane.

Forse accadrà l’esatto opposto. Magari capiremo che tutti quei momenti vissuti di fronte a un palco o a un megaschermo, fra i papiri del Museo Egizio o fra i capolavori della Galleria Sabauda, sono invece preziosissimi. No. La cultura non è uno svago, ma è una dimensione centrale dell’essere umano. I libri, i giornali, i concerti (già, i concerti), sono tutte attività che ci definiscono come persone. Il coprifuoco permarrà ancora per un po’, questo comporterà una ulteriore ridefinizione della nostra routine quotidiana per conciliare lo straripare del lavoro con attività di crescita mentale. Si potrà fare più o meno tutto, ma in un tempo minore. Paradossalmente, questo potrebbe dare più valore a ogni istante. Può darsi che questo ci aiuterà ad apprezzare meglio ogni cosa.

Qui di seguito riporto alcune notizie sui teatri, che ho scritto qualche giorno fa sulle pagine del Corriere della Sera di Torino. Un piccolo vademecum che può iniziare a dare indicazioni su cosa aspettarci.

Sorelle di Rambert e Festen di Vinterberg e Rukov. Sono le due produzioni di Fondazione Tpe pronte al debutto che potremmo vedere in scena già dalla prossima settimana. Stesso discorso per il Teatro Stabile, che di produzioni pronte ne ha ben di più: Le sedie di Ionesco per la regia di Valerio Binasco, oppure La casa di Bernarda Alba e 10mg. Ma ce ne sono molte altre. Per tutti i teatri, comunque, le decisioni saranno prese dopo un confronto con la Regione: sarà necessario capire se il Piemonte, stando al trend di contagi, dal 26 aprile sarà in zona gialla. Una volta avuto l’ok, partiranno le chiamate ad artisti e tecnici. Per le realtà più piccole il discorso è diverso. Fertili Terreni Teatro, che raccoglie Tedacà, Acti, Cubo e Mulino di Amleto, ha già pronto il format Progetto 21 ma attende le note interpretative del decreto, è probabile che con il distanziamento di due metri la capienza dei locali si riduca troppo, quindi l’ipotesi è avere spettacoli all’aperto. Casa Fools punta tutto su Hell, spettacolo su Dante riconosciuto dal comitato per il 700°, e su Troiane, ma prevale la cautela: riaprire per poi chiudere dopo poco tempo sarebbe un problema serio.

Da Mozart all’Unità d’Italia, pitòst che nient…

Foto in copertina: Wikimedia Commons

Fra il 1771 e il 1861, Torino passò da semplice spettatrice di un fatto di media rilevanza a storica ad assoluta protagonista per le sorti di quella che, un giorno, si sarebbe chiamata Italia. Due ricorrenze differenti che trovano una sintesi in questi giorni grazie ad alcuni eventi per celebrarle.

La prima è l’arrivo di Leopold e Wolfgang Amadeus Mozart in città, rispettivamente padre e figlio, giunti nell’allora capitale del Regno di Sardegna per incontrare Carlo Emanuele III e sperare di ottenere una commissione importante: un’opera da rappresentare a Carnevale. Non andò in porto, ma è oramai certo che fra il 15 e il 31 gennaio 1771, un giovanissimo Mozart visitò una città ricoperta di neve bianchissima (e chi se la ricorda, oggi, la neve?). Della ricostruzione di quegli eventi si è occupato, facendo un lavoro egregio, Marco Testa sul Corriere Musicale. I Mozart alloggiarono all’hotel Dogana Nova e assistettero a L’Annibale in Torino di Giovanni Paisiello al Teatro Regio, visitarono probabilmente il Teatro Carignano e Palazzo Barolo e, negli ultimi giorni di permanenza in città, il giovane Wolfgang ebbe modo di festeggiare anche il suo compleanno. Non si sa nient’altro.

A distanza di 250 anni da quel momento, il Teatro Stabile, con l’Unione Musicale e il Conservatorio di Torino, ha costruito una produzione originale a partire dal libro Amadé di Laura Mancinelli. Tre puntate in cui l’attrice e regista Olivia Manescalchi interpreta altrettanti brani insieme a 12 musicisti del Conservatorio. La prima andrà online il 17 marzo alle 21 sul sito dell’Unione Musicale. Le successive saranno disponibili il 24 e il 31 marzo, sempre alle 21. Una produzione nuova per un anniversario come il 250°, pressoché l’unica iniziativa di rilevanza cittadina dedicata al grande compositore. E meno male. Altrimenti ce ne saremmo dimenticati.

Un anno fa ho scritto un racconto ispirato alla vicenda di Mozart a Torino. Un racconto molto fantasioso, in cui mi sono preso qualche libertà, ma se lo volete leggere si trova qui.

Novant’anni dopo l’arrivo dei Mozart, Torino era radicalmente cambiata. Nel mezzo c’era stato il dominio francese di Napoleone, la Restaurazione, i moti del 1820-21, lo Statuto Albertino del 1848 e addirittura una sorta di cambio di dinastia fra i Savoia, dove il ramo di governo divenne quello “cadetto” dei Carignano. Tutto intorno un grande fervore politico. Il 17 marzo fu proclamata, nel primo Parlamento italiano allestito a Palazzo Carignano, la nascita del Regno d’Italia.

Ecco che il 17 marzo 2021 si incrociano in città gli eventi per celebrare due ricorrenze di importanza differente. Per il 160° dell’Unità d’Italia c’è una conferenza degli storici Andrea Merlotti e Pierangelo Gentile, promossa dalla Direzione regionale dei Musei del Piemonte (nella sede di Palazzo Carignano) per parlare proprio del ramo dei Savoia-Carignano. Il Museo del Risorgimento invece si illumina di tricolore (insieme alla Mole Antonelliana) e presenta un nuovo logo, realizzato dagli studenti dello Ied, mentre a Santena si inaugura, virtualmente, il Memoriale Cavour. Fra le novità grafiche, l’ente ospiterà una conferenza dedicata al terzo settore, alla quale dovrebbe intervenire anche Dario Franceschini, Ministro della Cultura. Forse sarebbe potuta nascere un’iniziativa comune, dato che i due enti sono praticamente coinquilini nello stesso edificio. Pazienza.

La città dove sostanzialmente il Risorgimento italiano è nato, a ben vedere, avrebbe potuto fare qualcosa di più, magari attivando un coordinamento a livello istituzionale. Nessuno, visti i tempi, ha voglia di infierire, ma certo è curioso notare come per una ricorrenza tutto sommato secondaria per la storia di Torino (la breve visita dei Mozart) si crei una produzione nuova – e ciò rende onore ai tre enti che l’hanno fatto – mentre per una ricorrenza pressoché centrale si riduca tutto a due conferenze, pur lodevoli, e ai tricolori.

A Torino si dice pitòst che nient, l’è mej pitòst (piuttosto che niente è meglio piuttosto). Forse ci siamo abituati così.

Se vuoi segnalare qualche iniziativa scrivi a press(at)paolomorelli.net

Quanto durerà

Si fa risalire al 25 aprile 1945 il momento in cui l’Italia, ufficialmente, uscì dalla Seconda guerra mondiale. Mi sono sempre chiesto come avessero vissuto le persone in quel periodo. Svegliarsi il 25 mattina in guerra, andare a dormire il 25 sera in pace? Oppure, peggio ancora, sparare a qualcuno il 24 aprile, mettere in cantina il fucile il 26 aprile. È ovvio che non sia stato così, ma l’inevitabile semplificazione storica ci porta a pensarlo. Basta leggere qualche libro ben fatto, o qualche cronaca dell’epoca, per capire immediatamente che già nei giorni precedenti al 25 aprile si sapeva che le ostilità sarebbero cessate di lì a poco, mentre nei giorni successivi a quella data si continuarono a tenere le armi in mano, qualche proiettile fu ancora sparato e ancora qualche anima se ne andò all’altro mondo.

È così con tutti gli avvenimenti storicizzati. Abbiamo una data di inizio e una data di fine, ma sono ovviamente delle convenzioni. Chi non si è distratto alle lezioni di storia a scuola saprà benissimo che lo scoppio della Seconda guerra mondiale, ad esempio, non è avvenuto da un momento all’altro – al netto delle dichiarazioni di guerra ufficiali –, ma è stato un’escalation di fatti sempre più gravi che affondavano le loro radici socio-politiche nella Prima guerra mondiale, nella Grande Guerra. Tranquilli, questo post non è una lezione di storia.

Lungi da me paragonare il periodo che stiamo vivendo a una guerra, per quanto in molti stiano continuando a utilizzare questo metro di valutazione. Lungi da me perché per mia fortuna non ho mai vissuto una guerra. Inoltre non ho paura che qualcuno mi spari addosso o mi bombardi la casa, quindi cercherei di rivedere un po’ i criteri di paragone. Come scrivevo all’inizio, però, mi sono sempre chiesto come le persone vivessero i momenti di una guerra prima di sapere che sarebbe finita. L’attesa di un periodo di pace e libertà che non si sapeva quando sarebbe arrivato, ma si immaginava – si sperava – che sarebbe arrivato «molto presto». La domanda che oggi ci poniamo tutti è: quanto durerà?

Il punto è che non lo sappiamo con certezza, di certo non può essere un Dpcm a stabilire la durata di una pandemia. Non lo sappiamo e questo ci fa letteralmente impazzire: siamo abituati a ragionare per periodi netti. Si lavora dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18 (si fa per dire, è solo un esempio). Si va a scuola da settembre a giugno. Le vacanze di solito si fanno tra luglio e agosto e generalmente per due o tre settimane. Oppure una sola settimana. Partiamo domani e torniamo domenica prossima. I giornali escono domani mattina, il telegiornale è alle 19.30 oppure alle 20. Puoi venire a ritirare l’auto giovedì, al mercato ci vado sabato, ci vediamo domani mattina alle 9 (anzi, domani no, ma era un altro esempio).

Ogni cosa ha una collocazione precisa sulla linea del tempo e sapere quando finirà ci rassicura. Anche quando guardiamo un film controlliamo prima la durata (c’è chi non lo fa, io ad esempio lo faccio), forse per un riflesso incondizionato. Se sappiamo quanto durerà qualcosa ci illudiamo di averne il controllo. Tutto ciò che non rientra in una collocazione precisa genera ansia, incertezza. Le cose devono avere una fine, devono dannatamente finire prima o poi. Una pandemia quanto può durare? Sei mesi? Un anno? La Spagnola – fra i paragoni più in voga ultimamente – durò circa tre anni. Quindi ci aspettano tre anni di Covid? Ma no, erano altri tempi, oggi abbiamo una medicina più potente, la scienza è più avanti, non durerà tre anni.

Credo che lo stress più grande di questo momento sia dovuto al fatto che non sappiamo con certezza quanto durerà. Il motivo, penso, è ancora più profondo. Perché dobbiamo sapere esattamente quanto durerà? Forse vogliamo conoscere il momento in cui potremo tornare a vivere come facevamo prima. L’altra domanda che ci facciamo, o forse che non vogliamo farci, è: ma tornerà davvero tutto come prima? C’è chi ci spera, chi invece spera l’opposto. La verità è che nessuno di noi ha voglia di cambiare di una virgola il proprio modo di vivere, per questo ci auguriamo – al di là della questione prettamente sanitaria – che la pandemia finisca il prima possibile. Non sappiamo ancora, nonostante speculazioni e interviste varie, come vivremo dopo, ma sicuramente, al di là del mondo che troveremo, ci sarà sicuramente qualcosa di diverso: noi. Probabilmente la conclusione di questo momento svelerà se saremo migliori o peggiori e anche questo, in effetti, spaventa un po’.

Foto in copertina: pxhere

Far vedere che rinunciamo a qualcosa

La gestione della pandemia nel nostro piccolo ha imposto la convivenza con una serie di restrizioni che poi, fra luglio e settembre, si sono gradualmente allentate. Era rimasta, in fondo, quella paura del contagio che ci ha tenuti spesso a distanza dagli abbracci dei nostri amici o dei nostri famigliari, e ognuno di noi ha rinunciato a qualcosa. Inutile stabilire chi e quanto non abbia preso le dovute precauzioni, il problema a monte è che la responsabilità di questioni collettive è sempre lasciata al singolo individuo, che si sente esentato da determinate norme, perché «no, ma io no…», si concede delle deroghe e si autoassolve. Lo slittamento graduale della responsabilità dallo Stato al cittadino – passando per Regioni, Comuni e tutti gli altri enti amministrativi – fa sì che i provvedimenti restrittivi, impopolari per definizione ma talvolta necessari, lascino sempre spazio all’interpretazione.

Poi c’è il rapporto con la coscienza. Durante una pandemia non è possibile che resti tutto come prima, ma le rinunce alle quali siamo chiamati si spostano in un campo fumoso come quello dell’applicazione delle norme. Dobbiamo tuttavia dimostrare, soprattutto a noi stessi, che le rinunce si fanno. Di conseguenza possiamo accettare senza grossi problemi – salvo qualche caso – di entrare in un ristorante indossando la mascherina, mentre non protestiamo granché se il tavolo di fianco al nostro è troppo vicino. Possiamo accettare di doverci disinfettare le mani in continuazione, di salutarci con il gomito – sebbene questo ci faccia sentire stupidi, quindi spesso lo facciamo scherzando – ma a volte abbracciamo le persone non conviventi. Non possiamo rinunciare agli abbracci. Abbracciare un amico o un’amica, un parente o nostra madre, è una dimostrazione di affetto che serve a noi per dimostrare il bene che vogliamo, ma anche per rassicurarci del bene che riceviamo. Credo sia il motivo per cui, nelle ultime settimane, dal mio punto di vista penso di essere diventato più affettuoso, forse inconsapevolmente e anche un po’ troppo.

La risposta non è far saltare tutto e tornare ad abbracciarci, non adesso. Dobbiamo rinunciare a qualcosa, perciò niente baci né abbracci. Anche se poi, dopo aver incontrato dei cari amici ed essere rimasti distanti, fa incazzare sbirciare nelle vetrine di un ristorante (quando erano ancora aperti dopo le 18) per vedere tavolate da dieci persone. Magari sono persone che nella vita quotidiana indossano la mascherina, perché è il loro modo di rinunciare a qualcosa, ma che alla tavolata no, non possono rinunciare. Il punto è che la rinuncia individuale si scontra con la rinuncia collettiva. Il ristoratore che ha acconsentito alla tavolata da dieci persone non poteva rinunciare all’incasso, quindi ha chiuso un occhio. Hanno tutti ragione, ma hanno anche tutti torto. Le scelte individuali si muovono nel fumoso ambiente dell’applicazione della norma. E così facciamo vedere che mettiamo la mascherina, ci disinfettiamo le mani e al supermercato siamo distanti dagli altri, a questo possiamo rinunciare. All’amico che ci viene a trovare per cena no, cosa vuoi che sia?

Eppure, se tenessimo un distanziamento sufficiente non avremmo bisogno della mascherina all’aperto, ma non ne siamo capaci, quindi su le mascherine. In realtà facciamo vedere che rinunciamo a qualcosa (così la coscienza è salva), ma non rinunciamo a ciò che consideriamo più importante, anche se più rischioso.

Nell’ultimo Dpcm il Governo ha messo nero su bianco questa mentalità. Solo generiche raccomandazioni sul sistema di distribuzione delle merci e sul trasporto pubblico, poi una nuova chiusura di palestre, piscine, teatri e cinema. Per quanto, soprattutto per teatri e cinema, si sia riscontrato un solo contagio dalla fine del lockdown a oggi. Ma si tratta di cose alle quali si può rinunciare, per la nostra economia – a torto – sono poco importanti. Si può andare a lavorare ben schiacciati sui mezzi pubblici – non sia mai che vengano potenziati – ma niente cinema. Si può andare al supermercato, dove è impossibile stare a un metro di distanza dagli altri quando le corsie sono affollate o si è in coda al banco del pesce, e dove le merci vengono toccate da tutti, ma non è consentito entrare a teatro, dove invece si è obbligati a stare fermi e lontani dagli altri da quando si entra a quando si esce, senza nemmeno la necessità di parlare e così diffondere droplet in un ambiente chiuso. Però la situazione epidemiologica imponeva misure più restrittive, perché di questo passo si rischia il tracollo del sistema sanitario.

L’attacco all’abitudine più rischiosa richiede tuttavia pesanti investimenti, richiede controlli (quindi altri investimenti). In questo caso possiamo chiamare «abitudine» avere mezzi pubblici inefficienti e forse non è un caso che crescano le vendite degli autoveicoli a uso privato. Possiamo chiamare «abitudine» avere una sanità mai adeguata, che vive di sprechi, promesse di investimenti che arrivano a rilento: le terapie intensive sono aumentate, sì, ma non di quanto ritenuto necessario e sono passati sette mesi dalle prime chiusure. La sanità vive soprattutto di personale che fa turni massacranti, infermieri e medici chiamati «eroi» che poi vengono assunti con contratti di tre mesi. Possiamo chiamare «abitudine» quella di stremare i lavoratori della grande distribuzione e i fattorini, perché non è possibile che le merci si fermino, soprattutto ora, e pazienza se sono scoppiati focolai in alcune catene di distribuzione tempo fa (dopo il lockdown, peraltro), tutto a posto. Per non parlare della didattica a distanza che favorisce la dispersione scolastica, ma qui il problema è sempre legato all’inefficienza dei mezzi pubblici (e non è colpa degli autisti).

Invece a teatro, cinema, palestra o piscina si può rinunciare. Sono realtà che attengono alla dimensione spirituale dell’individuo in senso lato (tranquilli, le chiese sono aperte), quindi alla sua salute mentale. È pur vero che con il bombardamento che subiamo, che disincentiva a uscire se non per estrema necessità, andare al cinema sarebbe l’ultimo dei pensieri. Ma basterebbe dire che «il biglietto del cinema o del teatro vale come autocertificazione per muoversi durante il coprifuoco, per tornare a casa dopo lo spettacolo», restituendo dignità a un settore. Insomma, cinema, teatro, palestra o piscina, siano motivi di «necessità» come andare dal medico. Questo, però, richiederebbe un cambio di paradigma culturale. Chi se ne importa dei cinema? Tanto c’è Netflix. E pazienza se il comparto culturale – ma anche quello sportivo non scherza – fattura più del 6% del Pil nazionale. A quello si può rinunciare, perché serve uno sforzo. Chiudiamo palestre, piscine, teatri e cinema, anche se sono luoghi sicuri, dobbiamo far vedere che rinunciamo a qualcosa, non a tutto, ma a qualcosa sì.

Forse sarebbe bastato uno sforzo minimo di tutti per evitare un sacrificio di pochi, ma questo deve essere normato dallo Stato, anche imposto se necessario, non si può lasciare al libero arbitrio la cura del bene collettivo. Non in questo Paese. Servono leader, persone che prendano decisioni in ruoli di vertice, e noi – anche per colpa del nostro voto – al momento non ne abbiamo. Si sente spesso dire che il virus abbia modificato le nostre abitudini e che di fronte a noi si prospetti la cosiddetta «nuova normalità». Che cos’è, però, questa «nuova normalità»? Che qualcuno ce la indichi, provi a immaginarla e dia a questo Paese una visione, perché noi non ne abbiamo la minima idea.