Agadez – Terzo capitolo

Il fervore si percepiva a ogni passo, la gente si muoveva fra le strade anche scalza, agitando bastoni e fucili. Urlando, cantando, litigando. C’erano allo stesso tempo la paura e l’insostenibile voglia di uscire di casa per prendere parte a quello che appariva, a prima vista, un momento storico. Oumar viveva la condizione opposta. Era terrorizzato all’idea di restare in quella bolgia, ma era obbligato a restare fuori casa. Guidava un pullman che attraversava il centro di Bamako e si rendeva conto, ogni giorno, di quanto il clima stesse peggiorando. Percorsi deviati, strade chiuse per via delle manifestazioni, per non parlare di quando era direttamente l’esercito a bloccare il traffico.

Quel giorno Oumar tornò a casa scosso. I militari avevano fermato il suo pullman e l’avevano circondato, perché sospettavano la presenza a bordo di alcuni oppositori al governo «democratico» di Modibo Keita. In Africa, pensava Oumar, bisogna sempre diffidare della parola «democratico», soprattutto se associata a un governo. Dopo aver circondato il mezzo, i soldati avevano intimato a Oumar di aprire le porte, mentre i passeggeri impauriti gli imploravano di non farlo, ma lui non ebbe scelta. Gli uomini dell’esercito salirono a bordo a fucili spianati, picchiarono alcuni ragazzi, scaraventarono per terra una donna e afferrarono malamente tre giovani. I sospettati erano loro, e in quella situazione un sospetto equivaleva a una condanna. Li avevano fatti inginocchiare in strada, una volta scesi dal pullman, e li avevano ammanettati. E poi altre botte, calci, schiaffi, sputi. A quel punto avevano ordinato a Oumar di ripartire alla svelta, come nulla fosse. Per le successive tre ore di turno non aveva più staccato gli occhi dalla strada, chiedendosi che fine avessero fatto quei tre.

Afya aveva accolto Oumar con un abbraccio. Gli aveva detto di riposare, perché a casa non sarebbe potuto succedere nulla e presto sarebbe finito tutto. I figli, Karim e Mahe, avevano 6 e 3 anni e stavano crescendo bene, loro non avevano conosciuto il dominio francese e Afya sapeva che la loro famiglia avrebbe superato anche un altro momento difficile. Quella prova che Dio metteva di nuovo davanti al proprio popolo.
Ma la tensione che si respirava fuori lasciava pensare al peggio. La crisi economica in cui il Mali era sprofondato a causa delle scellerate decisioni del presidente aveva fatto crescere la rabbia e la frustrazione, oltre che il controllo che lo Stato cercava di esercitare sul dissenso.

Mohammed, il fratello più grande di Oumar, aveva preso parte ai gruppi ribelli allo scopo di rovesciare Keita. Questo era avvenuto due mesi prima, poi, da quel momento, non si erano più sentiti. Probabilmente Momo, così lo chiamavano tutti, era ancora arrabbiato con suo fratello, che accusava di non volersi schierare nemmeno in quel momento, fondamentale per le sorti del loro Paese. «Lui ci sta portando alla rovina – gli aveva detto l’ultima volta – e tu non vuoi fare niente. Devi venire con me». «Ho Afya e i bambini, devo pensare a loro», aveva obiettato Oumar. Erano le ultime parole che si erano detti.
Per questo furono tutti molto sorpresi quando, una sera di inizio novembre del 1968, Momo si presentò alla loro porta per chiedere aiuto. Era ferito, sanguinava dalla testa e i suoi occhi erano pieni di terrore. Lo accolsero, provarono a medicarlo e gli fecero domande. Momo non rispose, era troppo sconvolto per riuscire ad articolare delle frasi. Disse soltanto: «Mi cercano».
Fu una nottata complessa, indecisi se andare all’ospedale, che era pieno di spie, o chiedere aiuto ai vicini, con il rischio che anche loro chiamassero la Polizia. Certo, avere Momo in casa era un problema, perché questo avrebbe condannato l’intera famiglia a perquisizioni, arresti, botte e chissà che altro. L’unica cosa certa era che Momo sarebbe dovuto sparire il prima possibile. «Noi ti sistemiamo – gli disse Oumar – ma tu domani te ne vai. A questo punto non mi interessa che hai fatto, non mi interessa niente, anzi è meglio se non lo sappiamo». «Va bene» disse il fratello. Lo disinfettarono, lo bendarono, gli diedero dei vestiti puliti, cibo e un giaciglio, sotto gli occhi di Karim e Mahe.

La mattina del 5 novembre Oumar si recò al lavoro pieno di ansia. Si era assicurato che suo fratello lasciasse la casa molto presto, per evitare di essere visto, ma non era comunque tranquillo. Si erano a mala pena salutati, con Momo che, prima di svanire tra i palazzoni di Bamako, gli aveva rivolto un ultimo sguardo speranzoso. C’era ancora dell’odio fra loro due, ma l’amore fraterno riaffiorava e, forse, Mohammed auspicava ancora che il fratello minore si unisse alla sua causa.
Per strada, Oumar continuava a vedere arresti e manifestazioni, mentre il presidente sembrava sicuro di sé. Maledetto Keita, accidenti a te, pensava mentre raggiungeva il deposito, per quale assurdo motivo non hai ascoltato il tuo popolo? Perché ci hai trascinati in questa crisi senza uscita proprio adesso che, finalmente, eravamo liberi dal giogo francese? O forse avevano ragione quelli che, fra noi, dicevano che l’indipendenza sarebbe stata un errore, perché una colonia non può diventare uno Stato.

I suoi pensieri furono interrotti dal suo capo, un grosso uomo alto e paffuto, sempre sudato e stropicciato, che gli posò la sua pesantissima mano sulla spalla, mentre varcava la soglia del deposito. «Che mi combini, Koré? Che mi combini?» gli disse, con tono ironico, mentre fumava una sigaretta europea. «Scusa?» ribatté Oumar. «Ci sono i poliziotti che ti cercano, che cazzo hai fatto?». Il tono era cambiato, era diventato minaccioso, o più semplicemente infastidito da quello stupido dipendente che aveva deciso di creargli problemi proprio mentre per le strade stava per scoppiare la rivoluzione.
In quel momento si materializzò un uomo in divisa, senza qualificarsi, che si rivolse all’autista. «Oumar Koré», chiese, falsamente gentile. «Sono io», rispose lui. «Ci risulta che suo fratello Mohammed Koré sia in città». Oumar tacque. «Deve venire con noi», proseguì il militare, che rivolse uno sguardo al responsabile del deposito. Il grande omone arrogante divenne piccolo piccolo e, con grandi sorrisi, acconsentì immediatamente a privarsi del suo dipendente. «Non preoccupatevi – disse – lo sostituiamo per tutto il tempo necessario». Poi si rivolse a Oumar. «Non temere – gli disse, strizzando l’occhio – ti pagherò comunque la giornata». L’autista non rispose, non protestò, non riuscì a dure nulla. Altri due militari lo afferrarono per le spalle e lo portarono in strada, dove una camionetta li attendeva.

La destinazione era casa sua, dove i soldati sospettavano si trovasse ancora Momo. Non fecero irruzione, fu Oumar stesso ad aprire la porta. Cosa che lui stesso implorò di fare per tranquillizzare Afya e i bambini. Il militare che sembrava il comandante, sotto i suoi occhiali da sole scuri, acconsentì dopo un lungo silenzio, con un cenno impercettibile del capo. Oumar poté così evitare almeno un po’ di violenza, mentre i soldati lo scortavano tra la curiosità ipocrita dei vicini di casa. L’autista, mentre si avvicinava all’ingresso di casa sua, li osservava con risentimento, cercando di immaginare, tra quelle facce che comparivano da balconi e finestre, chi fosse stato il delatore.
Afya e i bambini avevano gli occhi sgranati, quando videro Oumar entrare, in quell’orario in cui avrebbe dovuto essere alla guida di un pullman, capirono. Una volta in casa, i militari fecero molte domande, ottenendo risposte negative. Dov’è Mohammed? Quando è arrivato? Dove è andato? Cosa ci faceva qui? Perquisirono le due stanze con irruenza, buttando per aria cassetti e cuscini, svuotando armadi e scaffali, stracciando teli, rovesciando tazze e bicchieri. Sembrava una spedizione punitiva, altro che perquisizione. Afya stringeva a sé i bambini e Oumar restava immobile, minacciato da un soldato armato. Per fortuna le tracce del passaggio di Momo erano già state cancellate, ma i militari non furono soddisfatti, probabilmente erano stati indirizzati da una soffiata molto dettagliata. Diedero una bastonata a Oumar, che cadde per terra ma non disse una parola, poi lo ammanettarono e lo trascinarono via. E quella fu l’ultima volta che Karim vide suo padre.

Le stanze di piazza Castello

C’era molto fumo, contribuiva a rendere la stanza ancora più angusta, tra i vapori che uscivano dalle ampolle e l’atmosfera di segretezza. Tutto sembrava come ovattato, incupito dalla mancanza di finestre mentre intorno al tavolo, ricoperto di ogni genere di armamentario chimico e contenitori in vetro, fornelletti e aggeggi per misurare, i grandi saggi barbuti si alternavano nell’osservare quel misterioso materiale. Da un bicchiere, a seguito di un complicatissimo procedimento, era comparso quel sassolino bitorzoluto, nero lucente. Nulla di straordinario, se non fosse che prima dei maneggi magici di qualche cosiddetto esperto, quello era bottone d’oro.

I saggi barbuti discutevano animatamente, c’era chi accusava di aver messo un ingrediente di troppo, chi invece sosteneva non ci fossero stati ingredienti a sufficienza. Chi parlava della temperatura, del fumo, della mancanza del sole, della presenza di troppa luce per via delle candele. Luigi non capiva nulla, sapeva soltanto che quello scherzetto gli avrebbe fatto perdere l’intera giornata. Una volta risalito in superficie, infatti, si sarebbe dovuto confrontare con il Marchese per concordare una versione credibile da offrire alla Madama Reale, Cristina, perché le si spiegasse in maniera convincente perché quel bottone d’oro si fosse trasformato in un sasso senza valore. Soprattutto al pensiero che, stando alle intenzioni, quel gruppo di saggi chimici avrebbe dovuto trovare il procedimento per ottenere l’esatto opposto.

Le urla si fecero più forti, ora i chimici si accusavano fra di loro in maniera più feroce. Si metteva in dubbio la reale necessità di utilizzare un bottone d’oro per verificare una parte del complicatissimo procedimento. In quella fase, Luigi pensò non fosse il caso di precisare a chi appartenesse quel prezioso oggetto. Toccò a lui, come intermediario reale, urlare più forte di tutti per riportare la calma. «Signori – intervenne – vi prego di mantenere un contegno e concentrarvi, non si può più fallire!». Di colpo, fu il silenzio. «Cercate di capire che cosa è successo – proseguì Luigi – perché ho perso la pazienza. Sono stanco di passare le mia giornate a inventare scuse per Sua Altezza». I chimici accennarono un inchino, si scusarono, dopodiché si sparpagliarono nella stanza e ripresero ad armeggiare con fiammelle e ampolle. Uno di loro, il più anziano, mise nelle mani di Luigi il sasso bitorzoluto e si scusò ancora. Luigi lo guardò con fastidio, poi lo infilò in tasca e uscì.

Scale, stanze intermedie, fiaccole, altre stanze più o meno grandi. Mentre risaliva in superficie, Luigi ricominciava gradualmente a respirare. Quando gli avevano detto, anni prima, che uno dei fronti del Regno sarebbe stato sotto terra certo non si immaginava una cosa del genere. Dopo la lunga scarpinata spuntò tra i cespugli del giardino reale, con il palazzo alla sua sinistra. Su una panchina, ad attenderlo, c’era il Marchese. Luigi fu sorpreso. «Ho intuito ci fosse qualcosa di strano – disse l’uomo, mentre sfogliava distrattamente un volume – e così sono venuto qui ad accogliervi». Chiuse il libro e gli sorrise, poi lo condusse all’esterno. «Ebbene?» domandò il Marchese, mentre una carrozza si fermava a prelevarli. «Ancora nulla, mi dispiace», rispose l’intermediario. Una volta a bordo del mezzo, consegnò al nobile quel sassetto orribile. Si confrontarono brevemente e andò meglio di quanto previsto da Luigi, il nobile sembrava già preparato al nuovo fallimento. La carrozza fece un giro molto largo, per depistare eventuali segugi, poi si fermò di fronte al palazzo di Madama Reale, a pochi metri di distanza da dove erano partiti. Scese solo il Marchese, che portò con sé il sasso, poi la carrozza proseguì verso la collina dove avrebbe lasciato Luigi in un posto sicuro.

Non sapeva cosa inventarsi, ma il confronto con Luigi aveva suggerito al Marchese di adottare la linea della sincerità. Quel processo era troppo complesso, del resto, se da secoli l’umanità si interrogava su quella annosa questione chimica, di certo i nuovi studi, avviati da pochi mesi, non avrebbero potuto dare risultati migliori in così breve tempo. Inoltre l’errore con il bottone è un normale imprevisto che può capitare. Serviva verificare una parte del processo, non il processo intero, altrimenti non sarebbero partiti da un bottone d’oro. La strategia difensiva era pronta.

Cristina sedeva su una poltrona, severa e assertiva nella sua posa regale. Dall’espressione del Marchese intuì le cattive notizie. «Ancora nulla, vero?», esordì lei, una volta fatto entrare l’uomo nel suo studiolo. «Altezza – disse il Conte – gli intoppi consentono ai nostri esperti di affinare il metodo». Madama Reale teneva tra le mani una tazza di tè, guardava fuori dalla finestra, osservando l’ampia piazza che si apriva di fronte ai palazzi del potere. «Non abbiamo molto tempo, Marchese, voi ve ne rendete conto, vero?» aggiunse lei, senza distogliere lo sguardo dalla piazza. «Avete ragione – ribatté l’uomo – ma le assicuro che stanno facendo il massimo». «Sanno già cosa accadrà loro in caso di fallimento?» incalzò lei, questa volta guardando il Marchese negli occhi. Lui distolse lo sguardo. «No, signora», disse. «Bene – concluse lei – continuate a non dire nulla, non vorrei tentassero la fuga, ora andate». Il Marchese salutò e si congedò.

Una volta lasciato il palazzo, tornò verso i giardini del re. Mentre si spostava, facendo attenzione a divincolarsi nel fitto viavai di carretti e cavalli, pensò che sotto di lui, proprio in quel momento, alcuni esperti chimici, probabilmente i migliori del regno, erano impegnati in una lotta contro la morte. Se avessero fallito, non sarebbero mai più usciti. Se l’avessero saputo, sarebbero fuggiti e avrebbero fallito, quindi sarebbero stati ricercati per questo e fatti sparire. Nessuno avrebbe dovuto sapere. Gli corse un brivido lungo la schiena al pensiero che, con ogni probabilità, anche del Marchese nessuno avrebbe più sentito parlare. Meglio, pensò subito dopo, non avrebbe dovuto dare spiegazioni.

Agadez – Secondo capitolo

Maria Grazia si pettinava con attenzione, cercando di mettere a fuoco la sua figura nel piccolo specchio che impreziosiva il bagno. Era pressoché l’unico oggetto di valore nel piccolissimo gabinetto posizionato sul ballatoio, tant’è che veniva costantemente riportato in casa. La giovane era obbligata a recuperarlo dal cassetto personale di sua madre, Adele, nell’unico comodino di fianco al lettone, per poi conservarlo gelosamente fino al bagno. Dopo averlo utilizzato, doveva essere pulito bene nel caso in si fosse appannato per via della condensa, per poi riportarlo al sicuro in casa e restituirlo al cassetto. Era un regalo di nonna Ida, che l’aveva infilato nella valigia di Adele alla partenza da Gravina. «Così ogni volta che ti guardi – le aveva detto – vedrai a me». E non solo per l’incredibile somiglianza tra Adele e sua madre.
Per questo Maria Grazia, 17 anni appena compiuti, era consapevole del valore, più che altro affettivo, che quello specchio aveva per sua madre, così lo utilizzava con estrema cura. Per poco non le prese un colpo quando, per una distrazione, lo specchio scivolò e cadde per terra. Fu un miracolo, non riportò nemmeno un graffio, ma che spavento.

Moreno, il fratello più piccolo di Maria Grazia, bussò alla porta con insistenza. «Hai finito? Tocca a me!». «Arrivo», rispose lei con fastidio. Pettinarsi per lei era un gesto importante, la faceva sentire donna anche se non possedeva trucchi, e soprattutto le piaceva, era l’unico momento che si concedeva per prendersi cura di sé. Pazienza per Moreno, era piccolo, faceva sempre i capricci, avrebbe aspettato qualche minuto.
Quando la ragazza aprì la porta, però, si trovò di fronte un’immagine orribile. Il fratellino aveva fatto pipì sul ballatoio, urlò, pianse, diede la colpa alla sorella e diversi vicini si affacciarono a vedere. Adele comparve sull’uscio allarmata, seguirono altre urla, Maria Grazia restò impietrita, quello scherzo l’avrebbe fatta arrivare in ritardo all’appuntamento con Salvatore, il suo fidanzato, che l’aveva invitata a prendere un gelato in piazza Vittorio.
Adele le lanciò addosso lo straccio. «Cretina! Te l’ho detto che Moreno non ce la fa! Pulisci!», le urlò. Ma la ragazza si rifiutò, cercò di scappare, di uscire, Adele la prese per un braccio e iniziò a schiaffeggiarla, Maria Grazia non reagì, tentava solo di divincolarsi. Moreno piangeva, gli altri fratelli, infami, piangevano. «Vuoi solo uscire con Salvatore!», urlò il più piccolo. «L’hai fatto apposta! Stronzo!» urlò lei. E la madre prese a calci tutti e due. «Tanto lo so che devo pulire io!» urlò ancora. «E che gli dico a vostro padre? Eh? Quello mo torna!». La ragazza riuscì a sfuggire alla presa di sua madre, arraffò la borsa, che aveva già preparato, e le scarpe. Mandò a quel paese i fratellini e fuggì da Salvatore. Sapeva che, al suo ritorno, sua madre l’avrebbe picchiata con la scopa. Suo padre no, non l’avrebbe toccata, ma non le avrebbe rivolto la parola, cosa che forse sarebbe stata più dolorosa.

A passo svelto, Maria Grazia percorse via Monferrato e raggiunse la Gran Madre. Che bella chiesa, sarebbe proprio meraviglioso sposarsi qui, pensò per un attimo. Poi, presa dal panico, si mise a correre fino al ponte, temeva che qualche cugino la venisse a cercare per riportarla a casa.
L’estate lasciava spazio all’autunno ma il clima era ancora mite, piuttosto congeniale a una ragazza pugliese abituata al caldo torrido della sua terra natia. Certo, nulla a che vedere con Gravina, ma lei, in fondo, odiava quel piccolo paese, lei voleva la città, voleva le possibilità, voleva una prospettiva diversa da quella di sua cugina Flora. Tre anni più di lei, era rimasta a Gravina perché aveva già due figli piccoli, mentre il marito, Pasquale, lavorava in nero da un meccanico. Non era molto, ma era qualcosa. «Marì – le disse Flora prima della grande partenza – non fare figli finché non decidi dove vuoi stare, io sono condannata, tu no». Una frase che l’aveva gelata, che le dava ancora i brividi nonostante la dolce brezza che l’accoglieva sul ponte Vittorio Emanuele I.
La Germania, di nuovo la Germania, era un pensiero di Salvatore e che lei, però, aveva fatto suo. Torino era solo una fermata per raccogliere il necessario, ma la destinazione era Bonn. Era concessa solamente un’altra tappa, Hannover, giusto per amore del suo fidanzato, e nulla più.

L’abbraccio affettuoso di Salvatore la riportò alla realtà. Maria Grazia non se n’era accorta, ma mentre passeggiava assorta nei suoi pensieri aveva già raggiunto la piazza. Il fidanzato l’aveva chiamata in lontananza, ma lei non l’aveva sentito. «Tutto bene, Marì?» disse lui. «Sì, tutto a posto, Moreno ha fatto lo stronzo». «Ma è solo un bambino». «Un bambino stronzo».
La vista del luna park che sarebbe stato allestito qualche settimana più tardi, però, la distrasse, la portò via dai brutti pensieri della famiglia e le consentì di godersi le carezze di Salvatore, il gelato al gianduja – che amava – e le risate.

«Ho trovato una cosa», disse lui mentre la riaccompagnava a casa. E le porse un foglietto.
«Cos’è?».
«Un corso di tedesco».
«Ah».
«Se ti va lo facciamo insieme».
«Ma costa 200 lire a settimana, a persona».
«Non è tantissimo, e poi te lo pago io».
«Non posso».
«Sì che puoi. Lo facciamo per noi, e poi così stiamo più insieme».
Si abbracciarono.
«Ma chi lo fa?» chiese lei.
«Un professore dell’università, si chiama Fossati».
«Non lo conosco».
«Manco io». E risero entrambi.

Si salutarono prima di arrivare all’angolo con via Monferrato, cosicché Maria Grazia potesse tornare a casa senza essere vista con lui, anche se tutti, ormai, sapevano della loro storia. Nascose il foglietto in tasca e, una volta entrata nel portone, fece un respiro profondo.
Al suo ingresso in casa trovò un silenzio innaturale. I tre fratelli, Moreno, Pietro e Michele, sedevano al tavolo composti, con i piatti sporchi, residuo di una cena a base di orecchiette al pomodoro, una delle passioni di Maria Grazia. Suo padre, Ernesto, aveva acceso una sigaretta e fissava il televisore come se fosse in catalessi. Scorrevano le immagini del telegiornale, si vedeva il Vietnam, si parlava della conclusione della guerra, Maria Grazia poté vedere il volto del presidente americano Johnson, che annunciava la fine dei bombardamenti. In quel tempo sospeso, la ragazza vide le immagini di Praga invasa, poi un’altra invasione molto diversa, quella delle vetture che riempivano le strade di Torino per il Salone dell’automobile. Scampoli di realtà che, in quel momento, le appariva così distante dalla piccola cucina ancora pregna dell’odore del sugo.

Adele era in piedi di fronte all’acquaio, mentre lavava alcuni piatti e pentole. Avevano già cenato tutti, la ragazza evitò di protestare e si mosse, senza dire una parola, verso la camera. «Dove vai – disse Adele – guarda che c’è il tuo piatto». Era appoggiato sul frigorifero, freddo e rattrappito. «Non ho fame», protestò la figlia. Con uno sguardo, Ernesto intimò ai tre fratellini di andarsene, probabilmente avevano preso qualche schiaffo anche loro, perché si alzarono velocemente, diedero la buonanotte e si misero in fila sul ballatoio per andare al bagno a lavarsi i denti, a turno, ordinati e, per una volta, educati. «Siediti, Marì, e prenditi il piatto» disse Ernesto senza guardarla.
Maria Grazia si preparò alle botte e, d’istinto, diede un’occhiata alla scopa, che sua madre lasciava appoggiata tra il frigorifero e il lavandino. Prese il piatto e una forchetta pulita, si sedette e cercò di mangiare quella pasta ormai fredda, a fatica, mentre Ernesto si era voltato verso di lei per fissarla, con la sigaretta fra le dita che perdeva cenere sul pavimento. «Dove sei stata?» chiese lui, con voce calma e profonda.
«Con Salvatore» rispose lei.
«Non ti ho chiesto con chi, questo lo so, me l’ha detto Vincenzo». Quell’infame di suo cugino, che stava sempre in giro e riferiva ai suoi genitori tutto ciò che riguardava lei. «Ti ho chiesto dove sei stata».
«In piazza Vittorio».
«E poi?».
«E poi basta».
Con un pugno fortissimo, Ernesto fece sobbalzare il tavolo, il piatto che si rovesciò, l’acqua che bagnò la tovaglia, la forchetta che cadde per terra.
«Non mi devi dire cazzate, Marì, non me le devi dire! – urlò – Tu a me non mi devi prendere per il culo, è chiaro? Ti ho chiesto dove sei stata, quant’è vero Iddio non ti ho mai toccata ma me le tiri dalle mani. Dove sei stata Marì? Dove sei stata?».
«Ernesto, calmati» intervenne Adele.
«Stai zitta, che la difendi sempre. Non mi risponde» e colpì ancora una volta il tavolo. Alcune orecchiette finirono per terra, Maria Grazia era impietrita, impaurita, bloccata.
«Diglielo, Marì, digli dove sei stata» le sussurrò Adele, provando ad accarezzarla, ma la ragazza voltò la testa dall’altra parte, in direzione della porta, dove poté vedere i tre fratelli che spiavano dal ballatoio. Li guardò con odio. Adele le prese il viso con la mano, lo girò di forza verso suo padre. «Diglielo! Diglielo Marì! Digli dove ti sei fatta portare!».
«Da nessuna parte! In piazza Vittorio!». Provò a rispondere.

Uno schiaffo, non troppo forte ma comunque doloroso. Suo padre si era alzato e l’aveva colpita, per la prima volta, ma l’aveva colpita. Gli occhi di Maria Grazia si riempirono di lacrime.
«Ti sei fatta portare dietro alla piazza, in mezzo alle altre coppiette. È vero o no?» le urlò Ernesto.
Maria Grazia guardò in basso, senza rispondere, con il viso rigato dalle lacrime.
«Te gli devi dire a Salvatore tuo – aggiunse Ernesto, più calmo – che tieni 17 anni e che lui qua non si è mai fatto vedere. E che qua comando io e se dico che non vai in mezzo alle coppiette, tu in mezzo alle coppiette non ci vai».

Non era vero, Vincenzo si era inventato tutto. Qualche tempo prima, il cugino spione era uscito un paio di volte con la sorella di Salvatore, Loredana, ma le cose non erano andate bene, così i due uomini avevano litigato, all’interno di un atavico rituale di possesso, in cui chi dispone del destino delle femmine sono sempre i maschi. Fidanzati, padri o fratelli che siano. Anche in buona fede, anche con le migliori intenzioni, ma sempre di possesso si trattava.
Salvatore teneva moltissimo a sua sorella, che era la più piccola, e non gli andava a genio che andasse in giro con Vincenzo, uno sciagurato che cambiava lavoro ogni mese e non si capiva mai che intenzioni avesse. Salvatore aveva tollerato, ma dopo due settimane aveva incontrato Vincenzo in piazza Castello, a braccetto con un’altra ragazza. Ne era nato un litigio abbastanza grave, che si era risolto miracolosamente senza mani addosso, ma solo con tante minacce. Poi Loredana aveva interrotto la relazione su indicazione di suo fratello. Da quel momento, ogni volta che poteva, Vincenzo cercava di rendere la vita difficile a Salvatore, con l’unico risultato di tormentare solo e soltanto sua cugina.

Di fronte alla furia di suo padre – chissà quali dettagli gli aveva riferito, chissà a quale inesistente luogo per coppiette aveva fatto riferimento – Maria Grazia però non riuscì a reagire. Fu mandata a dormire velocemente e senza spiegazioni, mentre la discussione andava avanti tra Ernesto e Adele, con quest’ultima che prendeva le parti di sua figlia, cosa che faceva soltanto davanti al padre. «Vincenzo è un cozzalone e dice solo fesserie» sentì dire alla madre, ma Ernesto se la prese anche con lei, le diede uno spintone che la mandò a sbattere contro il lavandino, facendo cadere alcuni piatti che andarono in frantumi per terra, e poi uscì sbattendo la porta. I tre fratelli, nel frattempo, erano rientrati in camera e si erano stretti intorno a Maria Grazia, singhiozzando. Era il loro modo di scusarsi, il loro rapporto era conflittuale, ma sempre all’interno della presa in giro. Nessuno di loro, nemmeno Moreno, godeva delle botte che prendevano gli altri.
Adele entrò in camera e si sforzò di sorridere. Diede una carezza a tutti, poi guardò Maria Grazia negli occhi. «Fai attenzione a Vincenzo – le disse – perché tuo padre lo ascolta troppo. Io lo so che si è inventato tutto, o quasi tutto, e lo so che tu a Salvatore lo ami. Ma ti dico una cosa: prima vi sposate, meglio è, altrimenti ogni volta che Vincenzo vi vede in giro qua dentro tremano i muri». Era il segnale, Maria Grazia avrebbe dovuto crescere molto più velocemente.

Agadez – Primo capitolo

«Ha finito?».
«Sì, un secondo».
«Ha finito o no?».
«No, un secondo».

Elso sbuffò, con le mani appoggiate sui fianchi, mentre osservava quell’uomo che armeggiava sotto l’acquaio della cucina. Erano passate già due ore e il lavoro non era ancora concluso, certo, era un intervento complesso, perché l’acquaio era ad angolo e non era facile infilarsi lì sotto a stringere i tubi e cambiare le guarnizioni, però da oltre mezz’ora l’idraulico pareva dovesse terminare da un momento all’altro, invece proseguiva, afferrava un altro attrezzo, si alzava per riprendere fiato, beveva un sorso d’acqua. Sudava, accidenti quanto sudava.

Elso non ne poteva più. Il suo evidente nervosismo aveva allertato Gianna, sua moglie, che si era stesa sul divano del salone per rilassare le gambe. «Elso?», lo chiamò. «Vieni qui con me». E il marito, a malincuore, la raggiunse
.«Se gli stai così addosso è normale che ci metta tanto».
«Gianna, lo sai che con questi è meglio fare attenzione, e poi almeno se lo guardo non perde tempo».
«Ma se son due ore che svita e stringe».
«Appunto, di sicuro ci chiederà soldi in più».
«Non ti preoccupare, anzi, vai pure al circolo, tanto sto io qui, dove vuoi che vada con queste gambe malandate».
«Schersuma nen! Ti lascio sola con quello lì? Sai quante ne se ne sentono».

Salvatore, con la fronte imperlata di sudore, aveva da poco terminato il lavoro, mentre stava rifiatando poté sentire le ultime battute di quella conversazione. «Quello lì» l’aveva chiamato, quello lì. «Sì – pensò Salvatore – quello lì tua sorella». Posò le chiavi sulla cucina e aprì il rubinetto. L’acqua riempì l’acquaio in poco tempo, poi tolse il tappo dello scarico. Tutto funzionante, nemmeno una goccia fuoriuscita da posti sbagliati. «Quello lì ha finito» disse Salvatore, a voce bassa, ma Elso era comparso sulla soglia della cucina proprio in quel momento. «Molto bene», disse inespressivo, sorprendendo l’idraulico.
«Ecco…». Provò a giustificarsi Salvatore.
«Sì, lo so, lo so, vuole cento lire in più».
«Prego?».
«Duecento?».
«Ma veramente il lavoro fa 500 lire».
«Lo so bene, ma so anche che mi chiederà dei soldi in più».
«Perché dovrei, mi scusi?».
«Elso – intervenne Gianna dall’altra stanza – dagli 600 lire».
«Tenga», disse Elso, mettendo nelle mani di Salvatore 600 lire. «Se li merita – disse con sorriso paterno, strizzando persino l’occhio – anche se mi ha sporcato tutto».
Salvatore restò interdetto, poi prese i soldi e guardò la cucina con sguardo colpevole. «Non si preoccupi – aggiunse Elso – era una battuta, pulisco io. Vada pure, vada».

Salvatore salutò, riprese i suoi attrezzi, bevve l’ultimo sorso d’acqua e si asciugò la fronte. Poi prese le sue borse, salutò la signora e allungò la mano verso l’uomo, che però non si mosse e non ricambiò il saluto, restò sorridente sulla soglia della porta d’ingresso, aperta nel frattempo. L’idraulico ritrasse la mano, accennò un sorriso e se ne andò. Il tonfo della porta lo fece sobbalzare. «Vaffanculo, stronzo», disse Salvatore, uscendo dal portone.

Si ritrovò all’interno di un cortile elegante, con le finestre adornate da fregi e stucchi di forma animale. Intonaco antico, piante che ricadevano dai davanzali, un paio di biciclette parcheggiate di fianco a una Vespa. Un bell’angolo di quiete riparato dal trambusto di piazza Vittorio Veneto.

Appena varcata la soglia del cortile, Salvatore accese una sigaretta e guardò in alto, per osservare i portici e notare quanto fossero sporchi quei soffitti, pieni di ragnatele e chissà che altro. A pensarci, fu contento di aver spillato 100 lire in più a «quelli lì che stanno bene», come diceva sempre suo padre, anche se la mancia gli era parsa quasi un’offesa. «Piemontesi di merda – commentò ad alta voce – non ti lasciano mai lavorare in pace e poi si puliscono la coscienza con qualche soldo in più».

Torino era fredda, anche se Bari d’inverno non scherzava mica, ma la mancanza del mare era difficilmente sopportabile. Salvatore aveva lasciato la sua casa a poche centinaia di metri dal lungomare barese, si era trasferito al nord da un paio d’anni, insieme alle due sorelle minori, Loredana e Antonietta. Lo avevano fatto a malincuore, ma del resto c’erano poche alternative. Il problema era la Puglia, tanto bella quanto avara di prospettive. Il fratello più grande, Giuseppe, era in Germania già da cinque anni, aveva mollato tutto nel ’63 per tentare fortuna a Hannover, seguendo le orme di tanti altri conterranei. Più volte aveva chiesto a Salvatore di raggiungerlo. Ma oramai, a Torino, Salvatore aveva trovato un lavoro onesto e doveva occuparsi delle due sorelle, era questo il compromesso ottenuto con i genitori: vai su, ma ti porti loro. Anche se il sogno della Germania era stato soltanto posticipato.

E poi aveva trovato anche una fidanzata, Maria Grazia, che era di Gravina. Lei era appena salita dal sud ed era più giovane, faceva qualche lavoretto ma viveva ancora con la famiglia, abitavano alle spalle della Gran Madre. Anche lei, però, riteneva Torino una tappa intermedia, la soluzione per togliersi dalla tenaglia senza futuro del Sud, uno scatto utile a riprendere velocità per poi partire di nuovo verso il traguardo. La Germania, anche per lei, era un sogno, anche se l’industria di Hannover non la stimolava granché, avrebbe preferito Bonn. Ma un passo alla volta.

Mentre pensava già al matrimonio, a una casa insieme e al futuro, Salvatore si ricordò dell’appuntamento successivo. In via Vanchiglia c’era un termosifone che perdeva da altri piemontesi, altra gente che chiamava lui perché costava meno e non faceva troppe storie con le ricevute. «Andiamo a vedere, vah», disse, gettando la sigaretta e avvicinandosi al furgoncino lasciato in piazza.

Iniziavano i preparativi per il luna park. Il suo piccolo mezzo, acquistato da un carrozziere a buon prezzo, era un vecchio Fiat 1100T bianco, leggermente ammaccato ma ancora presentabile. L’aveva infilato tra altri due furgoni più grossi. Quattro o cinque uomini, intanto, scaricavano ferraglia, pezzi di giochi enormi, pannelli pieni di lampadine e una marea di specchi. Erano parti di giostre differenti, la casa degli specchi, appunto, poi quella roba che gira e ti fa venire da vomitare. La piazza sembrava un cantiere, era ricoperta di scheletri di attrazioni, camion, operai al lavoro, attrezzi sparsi in giro.

Faceva ancora freddo ma, come gli aveva detto una volta suo nonno, «chi lavora tanto non sente freddo». E infatti Salvatore indossava una felpa che portava semiaperta, sotto si intravedeva la maglietta sudata, poi la spalla destra tagliata dalla fascia che reggeva il borsone, nella mano sinistra una borsa più piccola. Entrambe pesantissime. Mentre osservava piazza Vittorio che brulicava di lavoratori dalle lingue sconosciute, lanciò i due borsoni nel vano del furgoncino, poi diede ancora uno sguardo alla piazza. «Qua ci porto Maria Grazia», disse, poi salì sul mezzo e andò all’altro appuntamento, a cinque minuti da lì.

Borgo Rossini love #3

Passi, viali, alberi, polline che pizzica il naso, mani sudate per via dei guanti in plastica. La cornice di corso Regio Parco è quelle delle passeggiate che si allungano per scansare gli altri abitanti del quartiere, del cane che tira verso il centro del giardino mentre il padrone si sforza di portarlo all’esterno. Le auto che finalmente sono oggetti estranei, soltanto increspature nell’equilibrio perfetto della natura piegata all’architettura urbana.

Le biciclette sfrecciano tra le poche persone che si aggirano per la zona, attraversano e tagliano in due i dialoghi, passano velocemente tra gli sguardi che cercano di intercettarsi a metri di distanza. Dove prima le panchine erano luoghi di convivialità, oggi sono i viali a essere il nuovo posto dove incontrarsi e chiacchierare. Rigorosamente con una busta in mano, perché non sorga il minimo dubbio, al passante appassionato di delazioni, che si sia usciti per motivi futili. E così le code di fronte alle farmacie e ai supermercati, di tanto in tanto, si alternano alle persone che parlano separate da due o tre metri di vuoto. Sono gli spazi a ridefinirsi. Si dilatano, si allungano, si deformano.

Ora è più semplice infilarsi nei discorsi degli altri, basta semplicemente passeggiare tra due persone che parlano. Scopri così che la moglie di un signore della zona ha fatto il tampone. Non sai chi sia, lui non l’hai mai visto – e anche l’avessi visto, con quella mascherina sarebbe difficile riconoscerlo – e figuriamoci la moglie. Però, sai, due settimane fa è stata male, ha avuto un po’ di febbre. Niente di che, per carità, ma sai, a quella età è tutto un rischio. Così il medico ha deciso di farle fare il tampone ed è risultato negativo. Meno male, dai, l’uomo invece non si sa se l’abbia fatto o meno, perché la passeggiata non è durata abbastanza per poter sentire il discorso completo. Si sentiva soltanto l’altro signore che annuiva ad alta voce, anche perché con la mascherina è difficile annuire. Chi se ne accorge? E comunque, diciamocelo pure, restare fermi ad ascoltare non sarebbe stato opportuno, a meno di non aver avuto qualcosa da dire per intervenire nella conversazione. Solo che poi sarebbe stato un discorso a tre, in un attimo sarebbe diventato un assembramento. No, meglio di no.

E così via, per altri discorsi, altre conversazioni che si intercettano. Persone che raccontano i propri mali, i propri acciacchi, le proprie preoccupazioni. Borgo Rossini come un social network, almeno per qualche settimana, dove semplicemente spostandosi da un luogo all’altro è possibile incrociare le vite delle altre persone in maniera riservata, ai limiti del voyeurismo. E poi che male c’è? A differenza di un social network, le conversazioni poi svaniscono nell’aria, tra le fronde dei tigli o dentro la brezza della Dora.

Il sole scalda e ricorda di mettere via i piumini, in effetti ne parlava anche quella signora in via Pisa con un’altra signora all’angolo con via Messina. Però, certo, la sera fa ancora freddo. Ma tanto chi esce la sera? È il caso di metter via la giacca a vento, ora siamo sicuri che tanto non ci servirà più almeno fino a ottobre. Così diceva quella signora e così diceva anche l’altra signora che si trovava in coda davanti alla farmacia, anche perché durante l’attesa parlava con il telefono in viva voce mentre si barcamenava tra guanti, borsa e mascherina. Spenti i rumori, spento lo smog – almeno, questa è la sensazione, poi vai a vedere – restano le voci e i cinguettii delle cinciallegre. Anzi, a volte diventano la stessa cosa.

Insolito giaciglio

Fresco ma si sta bene, pure comodo, non è male casa nuova. C’è pure quest’angolo bello riparato, ma cos’è questa roba che vibra. Aspetta che sposto il braccio, che fastidio la giacca, meno male che non ho messo quella pesante. Il cuscino però è comodo, qui sotto è durissimo ma di lato è bello morbido, appoggio la testa qui, anzi la giro. Anzi no, resto così, allungo solo una gamba, non ci passa, ah certo sta sotto l’altra gamba, meglio che la sposti perché inizia a formicolarmi il piede.

Quanto tempo è passato? Non lo so, ho tanto sonno, anche se stanotte ho dormito, cioè, mi pare, non mi ricordo se ho dormito oppure ho sognato di dormire. Però se sognavo allora dormivo, quindi in ogni caso ho dormito. Sono sicuro, ho dormito, anche se ho ancora sonno. Vuol dire che non ho dormito abbastanza, meglio continuare a dormire, sono proprio stanco. Ma perché c’è questa roba che vibra. Ora la gamba la sposto, oppure sposto il braccio. Devo sistemare il cuscino, la parte morbida è comoda però punge, provo a spostare due cose, anzi no, va bene così.

Sento dei passi, ma non ero solo? Boh, forse sto sognando, o forse no. No, però scusa, se sto dormendo allora sto sognando. C’è uno che mi tocca, mi dice «ehi». Che razza di sogno. Ora mi giro dall’altra parte. Non sento più niente, sposto la testa, ecco ora va meglio. Fresco, molto fresco, quasi freddo, anzi no, fresco. Sì, fresco. Ora mi giro, ah, sì, benissimo. Bello, c’è poco spazio ma è comodo, mi sembra di essere infilato in una fessura, come se ci fosse un’intercapedine in cui mi sono intrufolato. Ecco, se dico «intercapedine» vuol dire che non sto neanche troppo bene. La bocca è secca, ora mi alzo e vado a bere un bicchiere d’acqua, poi torno a dormire. Sì, ma ora no, dopo.

«Tutto bene?». Ah, di nuovo, ma chi è? Ah no, sono io che sogno. Ancora quella cosa che vibra, devo aver lasciato il telefono acceso, si sarà ficcato sotto il materasso. Anzi, sotto il cuscino. No, però lo sento sulla gamba, sarà tra le lenzuola. Sì, perché stavo messaggiando con Marti, mi sarò addormentato mentre aspettavo una sua risposta. Quella, pure, ci mette sempre due ore a rispondere. «Tutto bene?», ma di nuovo, ma basta, ma fammi dormire, ma cazzo vuoi. Ah già, sono io che sogno. «Dorme». Certo che dormo, ovvio che dormo, sposto la gamba, sì, ma dormo. «Chiamo io». Chiama tu, chiama chi vuoi, io continuo a dormire. C’è il cazzo di telefono che vibra, ora mi sveglio e lo spengo, anzi no, mi sveglio e rispondo, forse è Marti, forse è quello scassacazzi di Pigi.

«Sì siamo in via Catania, angolo lungo Dora Firenze». Eh, grazie lo so, lo so dove abito adesso, lo so dove sono venuto ad abitare. Anzi, tu che ci fai qui, io sto dormendo, esci. Ah già, sono sempre io che sogno, però è tutto buio, cioè, sembra il cielo, diciamo che sembra buio. Che sogno del cazzo. «Sì, va bene, restiamo qui». Boh, non ho capito con chi parlano. Io mi giro, vah, che adesso sono scomodo, magari riesco a spostare il telefono dalla gamba. Provo ad aprire gli occhi, no, non ci provo, anzi sì, anzi no. «Tutto bene?». Oh, ma basta. «Sarà andato alle Panche». E a te cosa frega? Sì, ci sono andato, ma sono andato anche in piazza Santa Giulia, al Rossini e in piazzetta, cosa te ne frega? Madonna ‘sto telefono.

Una sirena. Una sirena? «Sì, buonasera, siamo noi. L’abbiamo trovato così, dorme tra le macchine parcheggiate». Ma chi è che sta male? «No, non lo conosciamo, passavamo di qua per caso e l’abbiamo trovato qui». Mi sa che c’è uno che sta male, forse sotto casa, per questo mi sembra di averceli in camera. «Eh non sappiamo, forse ha bevuto». «Va bene, ce ne occupiamo noi, grazie». Una voce diversa, forse è l’infermiere, quasi quasi mi affaccio a vedere. Anzi no, chissenefrega.

Un uomo mi sveglia, mi acchiappa per le spalle e mi mette seduto. Apro gli occhi, sono seduto tra due macchine. Questo tizio mi guarda, prende una pila e me la punta nelle pupille. «Sto bene – dico – stavo solo riposando». «Ha bevuto?», mi chiede. «Una birretta», rispondo. «Sicuro?», mi dice, poi mi aiuta ad alzarmi e mi fa salire in ambulanza. Prendo il telefono, ci sono 4 chiamate di Pigi, 12 di mia mamma, 8 di mio padre e pure 2 di Martina. Chi chiamo per primo?

Un cortile grande grande

Il cortile a primavera è l’anticamera delle vacanze. Per i ragazzini della scuola elementare Fratelli Cervi, però, era anche un crocevia di storie, esperienze, volti. Era un cortile molto ampio, pieno di aiuole, alberi, sentieri asfaltati e sterrati, persino una rampa che scendeva nel seminterrato dove si trovava il refettorio. Le possibilità per inventare giochi si moltiplicavano, anche grazie al lungo tempo a disposizione nell’intervallo dopo pranzo.

In una di quelle belle giornate di sole, Pietro si ritrovò a ragionare con i compagni di classe a proposito di quel cortile. C’era chi faceva i confronti, chi diceva di possedere un cortile più grande di quello a casa propria, per poi svelare che in realtà si trattava del vialetto che attraversava i palazzi, dove ogni tanto scendeva a giocare a pallone con i vicini. Altro che cortile. C’era chi diceva di averne uno interno, ma era semplicemente l’androne del palazzo, e chi, più onesto, diceva di non possedere nessun cortile. Poi c’era Romano. Era un bambino strano, appariva così diverso dagli altri, spesso veniva a scuola senza cartella o portava soltanto il diario e una penna, non aveva mai libri, alle verifiche andava discretamente, ma prendeva voti che si appiattivano verso il basso. Pietro lo osservava con curiosità, anche perché molti suoi compagni lo tenevano alla larga, ma Romano se ne infischiava, strafottente com’era. Quel giorno si inserì nella discussione e disse di avere «un cortile grande grande, non come questo della scuola, questo è più grande, ma il mio è comunque grande». Gli altri bambini risero ma lui restò serio. «Guardate che è vero – aggiunse lui – e se non ci credete peggio per voi». Poi se ne andò a giocare con altri come lui.

Tornando in classe, i compagni di Pietro proseguirono lo scherno. Parlavano di roulotte, docce che non c’erano, figuriamoci il cortile, «il suo cortile sarà Porta Palazzo», e giù risate. Pietro, però, non rideva, continuava a cercare Romano con lo sguardo, ma si era perso nel marasma dei bambini che riempivano scale e classi. Dopo l’intervallo, il suo compagno strano non rientrò. Quell’anno ebbe poche altre occasioni per parlargli, perché Romano era sempre sfuggente, finché la questione passò in cavalleria. L’anno successivo la scuola fu chiusa e gli alunni trasferiti, di Romano si persero le tracce.

La questione del cortile fu un cruccio che, tuttavia, restò nella mente di Pietro, che quando crebbe iniziò a frequentare il centro di Torino per lavoro. Spesso gli capitava di infilarsi in qualche androne aperto, magari tra via Po e via Roma, per osservare i palazzi dall’interno, entrando nei cortili. Si scoprivano tanti altri mondi, quieti e sospesi, a pochi metri da vie trafficate e caotiche. Fu durante uno di quei pellegrinaggi lavorativi che Pietro ritrovò il suo vecchio compagno di classe. Era entrato in una pizzeria al taglio in via Po, doveva risolvere velocemente il pranzo per poi incastrare un altro appuntamento. Il titolare della pizzeria, mentre prendeva l’ordine di Pietro, chiamò un ragazzo per fare arrivare altre bottiglie d’acqua. «Romano, muoviti!» disse. Apparve il giovane, oramai uomo, con l’occhio vispo che aveva da bambino e la stessa espressione strafottente, messa su come autodifesa più che per reale dimostrazione di prepotenza. Pietro lo riconobbe, lo chiamò, gli disse chi era, Romano non capì, gli rispose in maniera frettolosa e andò a recuperare l’acqua. Pietro ne fu deluso, ma del resto era passato talmente tanto tempo che sarebbe stato difficile ricordarsi di un bambino. Prima di uscire, una volta terminato il suo trancio di pizza, Pietro incrociò ancora Romano e tentò l’ultimo approccio. «Non mi hai mai fatto vedere il tuo cortile grande grande» attaccò. Il ragazzo si fermò a fissarlo con curiosità, poi sul suo volto comparve un’espressione di sorpresa. «Non mi ricordo il tuo nome – si scusò Romano – però ho capito dove ci siamo visti, è passato tanto tempo». Si strinsero la mano come vecchi amici. «Ora devo lavorare – tagliò corto Romano – ma il mio cortile è alla Continassa, domani sono lì».

Pietro decise di andarlo a trovare, la Cascina Continassa era proprio vicino casa sua alle Vallette. Il giorno successivo andò lì. Da fuori, quella cascina sembrava completamente abbandonata. Pietro pensò di essere stato raggirato e decise di liquidare tutto con un’alzata di spalle, pensando a quanto fosse stato stupido. Decise di andarsene ma fu preso da uno dei suoi costanti attacchi di curiosità. Parcheggiò l’auto, scese e si diresse verso la cascina. Un luogo dismesso, pericolante e sporco, che trasmetteva una sensazione di insicurezza, al punto che più volte Pietro si voltò per guardarsi le spalle. Andò avanti, arrivò all’ingresso, un grande arco di qualche secolo prima che dava l’accesso a un grande cortile. C’erano dei bambini che giocavano, biciclette rotte, copertoni e stendibiancheria, poi scatole ammassate, robaccia varia e spazzatura. Tre donne sedute urlarono, Pietro si spaventò e davanti a lui comparve in pochi secondi un grande omone baffuto, che lo guardò malissimo. «Che vuoi?» gli urlò. «Scusate, cercavo Romano» rispose Pietro. «Chi è Romano?» ribatté l’uomo, sempre più bellicoso. «Niente, ho sbagliato casa, scusate ancora» disse Pietro, mentre si voltava per darsela a gambe, maledicendo se stesso.

«Roman!» sentì chiamare Pietro, quando aveva appena varcato la soglia del cortile per uscire,. «Guarda che forse questo cerca te, chi è?». «Un mio compagno di scuola, papà». Pietro si fermò, Romano lo raggiunse velocemente. «Ma… Ti chiami Roman o Romano?» chiese il ragazzo spaventato. «Roman, ma fuori da qui mi faccio chiamare Romano così nessuno fa domande tipo da dove vieni, da quanto sei in Italia, cazzate così». Romano, anzi Roman, viveva in quella cascina con la sua famiglia e tante altre famiglie, erano rom, quelli che Pietro era sempre stato abituato a chiamare «zingari». Le donne urlanti e l’uomo bellicoso si placarono e diventarono sorridenti, gli offrirono succo di pesca e biscotti confezionati. Pietro si sentiva a disagio, ma il sorriso delle persone era sincero. Roman indicò l’ampio cortile in cui si trovavano. «Guarda – disse – lo vedi quanto è grande?». In effetti era parecchio grande, per quanto pieno di cianfrusaglie. «Adesso la mia famiglia ti conosce – aggiunse, sempre con quel sorriso strafottente – così puoi tornare quando vuoi, se vuoi». Pietro ringraziò, fece ancora due chiacchiere e salutò tutti, promettendo di tornare la settimana dopo.

Non fece in tempo. Il giorno dopo, in quel freddo dicembre del 2011, Pietro sentì al telegiornale di uno stupro. Una ragazza denunciava di essere stata violentata da due «zingari». Subito, il ragazzo non collegò le cose, ma passarono ancora 24 ore prima di una fiaccolata che partì dal quartiere. Era nata come forma di solidarietà alla giovane, ma in poco tempo si trasformò in un assalto alla Continassa. Urla, gente che scappava, bastoni e vetri rotti, poi il fuoco, sacro e atavico rituale di insensata pulizia. Pietro corse a vedere, era tutto transennato, chiese di Roman, la Polizia gli intimò di andarsene, lui tornò a casa sconsolato e preoccupato. Non lo rivide più, neanche alla pizzeria al taglio, dove aveva smesso di lavorare. La cascina restò abbandonata per un po’ prima di diventare il centro sportivo della Juventus. Ogni tanto, però, quando passava in via Po, Pietro tornava a pensare a Roman. «Chissà – si chiedeva – se adesso ha un altro cortile grande grande».

La foto in copertina è di museotorino.it

Cartolina da Torino #5

Mio caro Ludovico,

auspico che questa lettera ti trovi bene, che trovi bene anche tua moglie Eloisa e i tuoi figli Gilberto, Eusebio e Clotilde. Sono a scriverti per aggiornarti sullo stato dei lavori alla palazzina, che risulta ancora gravemente danneggiata nella sua parte più esterna, che affaccia lungo il viale, ma che per fortuna divina risulta ben solida nella sua struttura portante. Per questo l’ingegnere ha ritenuto di non procedere con lavori di ristrutturazione delle colonne portanti bensì di concentrare il suo intervento negli aspetti più visibili, così da restituire in brevissimo tempo i fasti che più si confanno alla nostra famiglia.

Una volta recuperati gli stucchi e i fregi della facciata, grazie alle carte progettuali che nostro nonno ha saggiamente conservato nel nostro casolare del Monferrato, potremo dedicarci agli interni con la calma adeguata alle necessità di ripartenza di cui abbisogniamo. In proposito mi permetto di suggerirti alcuni cambiamenti che potremmo introdurre approfittando del cantiere, come ad esempio la riduzione dell’ampio salone delle feste, che non abbiamo mai utilizzato, per ricavarne due saloni più piccoli, uno più grande da utilizzare per le cene e l’altro più riservato per le riunioni. Potremmo così meglio gestire le nostre attività e in particolare i rapporti con le altre famiglie della città. Ma vorrei parlartene non appena farete ritorno dalla nostra residenza di Pieve.

Mentre attendo il tuo resoconto della visita del Presidente Woodrow Wilson a Genova, sono ansioso di donarti queste pagine con il mio, perciò perdonami se non attendo la tua lettera prima di scriverti nuovamente. Il sindaco ha tenuto particolarmente a invitare me e Clara in rappresentanza della nostra famiglia, cosicché abbiamo deciso di affidare Roberto e Caterina alla cara Elisabetta, che ha a lungo servito la nostra famiglia e abbiamo fortunatamente ritrovato due mesi fa, come sai. La decisione ha sancito il suo rientro in servizio, era molto provata dagli ultimi anni e necessitava di un impiego. Ci siamo quindi piacevolmente recati in Municipio, due giorni fa, per accogliere il Presidente, che è giunto ieri da Milano passando per Santhià ed ha potuto partecipare a un grande ricevimento che ha ricordato i momenti più cari del passato. Non avevo mai ammirato un Municipio così pulito, persino il giornale ha scritto che uno splendore così non si era mai visto e per una volta aveva ragione. Ne hanno fatto lavare gli esterni per un giorno intero.

Ho potuto stringere la mano al presidente, prima di un altro ricevimento, ancora più fastoso, alla Filarmonica. Anche lì, per fortuna, siamo stati invitati, segno che la nostra famiglia fa ancora parte del consesso dei nomi più in vista della città. Penso che la visita del presidente abbia riportato quell’entusiasmo sopito dal gas nervino degli austriaci, che tanti nostri concittadini ha seppellito lungo le Alpi. Purtroppo non ho potuto parlare con lui, ma gli ho solo porto i saluti della famiglia, lui ha sorriso e mi ha ringraziato. Mi è comunque stato molto utile per recuperare entusiasmo e riallacciare vecchi rapporti, che negli scorsi anni si erano diradati, com’era inevitabile, anche per via del nostro spostamento nel Monferrato.

Il Presidente Wilson si è poi concesso un divertente intermezzo affacciandosi dal balcone di piazza San Carlo, dove lo attendeva una folla festante e riconoscente per l’aiuto che gli Stati Uniti d’America hanno portato al nostro Paese. Un aiuto che ci consente, oggi, di essere liberi, felici, vivi. Tanti di noi, oggi, non ci sono più, ma è anche per loro che il Presidente ha deciso di fare questo importante viaggio nel Regno, ed è per questo che la nostra famiglia deve tornare grande e fare grande Torino.

Ti saluto con affetto e ti mando questa foto, scattata da un amico al quale ho chiesto di svilupparla velocemente, così da renderti partecipe di questo epocale momento per la nostra città.

In attesa di vederti, ti abbraccio

Casimiro

Torino, 8 gennaio 1919

La foto in copertina è tratta dal gruppo “Torino sparita” su Facebook.

Osserva il giardino

La tristezza. Solo tanta tristezza. Nella mente e nel cuore di Teo c’era solo tristezza. Quel voto basso, quel «sufficiente» scritto di fretta, quasi con sdegno, con la penna rossa, campeggiava sul foglio protocollo a quadretti che era stato, suo malgrado, il teatro di una disastrosa verifica di matematica. Oddio, disastrosa, tanti suoi compagni di classe avrebbero pagato per avere quel voto, ma Teo andava bene in quella materia, gli piaceva sommare e sottrarre numeri, spostare le virgole, risolvere le equivalenze. Al punto che se le inventava pure, nel senso che qualche volta, durante l’intervallo, aveva passato il tempo a creare problemi matematici da risolvere, osservato con ribrezzo da qualche suo compagno.

Quel giorno, però, il voto ottenuto nella verifica fu come una pugnalata. Li vedeva, li vedeva bene i suoi compagni che ridevano, sogghignavano nella consapevolezza di aver visto Teo scendere al loro livello. Nella constatazione che Teo, in realtà, era un mediocre alunno come loro, che non rappresentava nessuna minaccia, non era più in grado di mostrare a ogni valutazione quanto loro fossero inetti e scadenti. No, Teo era scadente esattamente come loro. E la regola vuole che se tutti sono incapaci, allora nessuno è incapace. Per questo nel marasma di inettitudine viene guardato con odio chi si solleva e ottiene risultati.

Teo non riusciva a spiegarselo. Come aveva potuto commettere quegli errori? Come aveva potuto deludere la sua maestra? Come aveva potuto prendere lo stesso voto di altri compagni che faticavano ancora con le tabelline? Furono inutili le frasi di conforto pronunciate da altri bambini, pochi in verità, che avevano compreso lo stato d’animo di Teo e cercavano di incoraggiarlo. «Può capitare», dicevano, «vedrai che andrà meglio la prossima volta, sei bravo, non succede niente».

Uscito da scuola, Teo camminava a testa bassa, la tristezza non se ne andava. Ma quel suo camminare senza guardare avanti lo portò a sbattere contro un albero, non lo aveva visto e cadde rovinosamente nel prato. I suoi compagni risero, alcuni lo presero in giro, una maestra invece corse ad aiutarlo. Era «quella di matematica». Lo guardò intensamente, quasi si sentì in colpa per il voto deludente, gli sorrise, lo aiutò ad alzarsi e si inginocchiò di fronte a lui. «Teo – gli disse – lo sguardo deve essere più alto. Lascia perdere la verifica, osserva il giardino». Il piccolo non capì, ma l’umore migliorò.

I giorni passarono, la primavera esplose e il giardino che circondava la scuola, nel cuore del quartiere, era sempre più verde. Le Vallette erano così, un gruppuscolo di edifici cresciuti tra i giardini. Tutto intorno le persone, i bambini, gli anziani, i bottegai, gli artisti, gli immigrati dal Sud Italia. Teo sembrò quasi nutrirsene, così prese a distrarsi. Dalla sua classe, infatti, lo sguardo volgeva sempre verso l’esterno, perché attraverso le finestre riusciva a vedere bene il giardino. Il rendimento tornò a essere quello di sempre, il «sufficiente» alla verifica di matematica restò un lontano ricordo, ma più della valutazione, più dello scherno subito da parte dei suoi compagni – che in breve tornarono nella loro malmostosa mediocrità – faceva male la botta presa sulla testa quando era uscito da scuola guardando per terra. Decise che non lo avrebbe più fatto.

Guardare più in alto ma senza superbia, guardare ad «altezza uomo», per vedere che cosa c’è davanti e goderne. Godere dei volti, delle sensazioni, dei riflessi di luce, degli sguardi, anche delle ombre.

Le scuole finirono, il quartiere si allontanò, Teo crebbe e si trasferì altrove, diventò uomo, diventò adulto. Passò tutto, restarono le ferite dell’infanzia, gli schiaffi della vita che lo fecero crescere, le sensazioni e i ricordi che formarono il carattere. Ma restò anche il giardino, che gli ricordava dove tenere gli occhi, gli ricordava di fermarsi per guardare in terra, così da poter osservare senza andare a sbattere e farsi male, o di guardare all’altezza giusta se voleva spostarsi, così da poter verificare dove si trovasse e avere rispetto di alberi e fiori. Le Vallette, ogni volta che tornava, nascondevano il verde tra le case, ed era la natura, sebbene costretta nei confini artificiali di un giardino, a indicargli la strada. «Osserva il giardino», pensò molti anni dopo, e a quel punto capì.

La foto in copertina è di museotorino.it

Borgo Rossini love #2

Certo il tempo nuvoloso non aiuta. Si dice sempre così quando ci si sente tristi o stressati e fuori piove, o semplicemente non c’è il sole. Ma è chiaro che si tratti di una scusa, l’entusiasmo resta entusiasmo anche se diluvia.

Corso Verona è grigio, pesante, però mantiene la sua certezza: le auto parcheggiate a centro strada, che in vita mia ho visto sanzionare raramente. Lo ammetto, sì, anche io ho parcheggiato in mezzo alla strada, ma è accaduto solo una volta, lo giuro, ero di fretta, «solo 5 minuti». Insomma quelle classiche frasi che servono ad autoassolversi. Del quartiere, comunque, colpisce il vento libero di attraversare le strade e accarezzare i palazzi senza ostacoli, rallentando appena solamente in corrispondenza delle code davanti ai negozi e ai supermercati.

Le uniche testimonianze di vita socialmente accettate, in questo momento, sono diventate le code davanti ai negozi. Mi rendo conto io stesso di farmi inconsciamente la domanda «ma questo che ci fa in giro?» quando incrocio un passante. Poi capisco che anche l’altra persona avrebbe potuto pensare la stessa cosa di me, senza considerare che sto andando in giro senza mascherina perché ne possiedo solo una da bricolage. È pressoché inutile, oltreché palesemente imbarazzante in quanto inutile. Altrettanto imbarazzante è quella che mi sono procurato stamattina, una di quelle «lavabili» che il farmacista è stato così gentile da regalarmi. Scaccio dalla mente il pensiero degli altri che vanno in giro e mi dirigo ad acquistare pane e altro cibo.

In coda al panificio cerco di indossare la mia nuova mascherina, imbarazzante ma sensata. Ho i guanti di plastica e una busta in mano con altri farmaci arrivati oggi (continuo a far presente che non è colpa mia, davvero si tratta di una assurda combinazione di eventi che mi ha portato a frequentare la farmacia come mai prima d’ora). In ogni caso tiro fuori la mascherina, capisco come funziona, ha delle fessure ai lati dove infilare le orecchie. Non ci entrano, anzi sì, ma bisogna tirare, con i guanti faccio fatica, nel frattempo tocca a me e devo entrare mentre sto ancora armeggiando con la mascherina, in qualche modo ce la faccio. Però la mascherina mi copre mezza visuale e fatico anche a infilare pane, grissini e il resto nella busta. Fuori, intanto, si è materializzata una coda di cinque o sei persone che mi fissano con odio o con scherno. Alla fine sono uscito e, con calma, ho sistemato tutto altrove. Ma ho riscoperto il concetto di ansia che credevo di aver lasciato da parte, speriamo che resti fuori dalla porta di casa.

Fuori si sta di nuovo bene, pazienza se non c’è il sole. I grissini sono buoni, ho degli yogurt per me e persino una mascherina. La mattinata è stata stressante ma ho potuto di nuovo concentrarmi sul mio quartiere lanciando un nuovo progetto, si chiama Borgo Rossini Stories e la partecipazione è aperta a tutti. Chi l’avrebbe mai detto che, un giorno, questo quartiere non solo mi avrebbe ispirato numerosi racconti, ma mi avrebbe anche tenuto per mano in un momento del genere? Ora, a differenza del passato, mi accorgo che sto quasi assaporando ogni passo, ogni momento, ogni angolo di questa zona. Corso Verona, corso Regio Parco, via Foggia. Il tram fermo al centro della rotonda, il grigio che si abbina al grigio dei palazzi e al grigio del cielo. È il «grigio Torino», forse, quel famosissimo e odiosissimo colore che sembra caratterizzare la città, che la rende famosa nel mondo. O almeno questo è ciò che si dice in città. Io lo odio, l’ho sempre odiato, ma adesso mi rendo conto che anche il grigio è un colore.