Dalla Colletta al Delta del Po

Il volante va girato con delicatezza, accompagnando la sterzata con un adeguato controllo del pedale dell’acceleratore, in maniera tale da percorrere la curva a velocità sostenuta senza sbandare. Se la svolta è troppo veloce, si stringe la curva in maniera eccessiva, se la svolta è troppo lenta, l’auto invade la corsia opposta. Stesso discorso per l’accelerazione, che deve essere commisurata all’angolazione della strada. Troppo debole? Curva stretta. Troppo energica? Si finisce in contromano. Una questione di equilibrio, insomma.

Per imparare a dosare i movimenti, Nino si esercitava nel parcheggio alle spalle della piscina della Colletta. Quando la struttura era chiusa quello spazio era praticamente vuoto, circondato soltanto da prati, alberi e di tanto in tanto qualche runner. L’auto si spostava agevolmente fra le linee dei parcheggi, evitando ostacoli inesistenti e simulando viaggi verso destinazioni lontanissime. Verso il mare, verso il Sud, verso la Francia. Anche se in Francia non c’era mai stato.

Nino, in ogni caso, sembrava padroneggiare il veicolo. Il sorriso di suo padre confermava l’ottima prestazione alla guida che stava portando avanti. Sullo sfondo c’era il fiume, la Dora che scorreva placida e rassicurante e che, poco più in là, si gettava nelle accoglienti acque del Po. Sognava, Nino, di seguirne il corso durante un futuro viaggio in auto, partendo da Torino per arrivare fino al Delta, quello che aveva visto molte volte sul libro di geografia. Noncurante delle indicazioni dell’insegnante, Nino sfogliava regolarmente le pagine del manuale per andare a sbirciare il capitolo sul Delta del Po. Ne ammirava la conformazione, ne immaginava la flora e la fauna, si perdeva nell’osservare le immagini del fiume che entrava nel mare. Un posto che si trovava a qualche centinaio di chilometri di distanza dal Parco della Colletta, dove Nino, piano piano, imparava a guidare l’auto che un giorno l’avrebbe portato lì.

Il Delta del Po era solo una scusa per viaggiare, come tante altre, mentre l’automobile era un mezzo, uno strumento che consentiva di accorciare velocemente le distanze e che gli dava il potere di farlo. Non sarebbe dovuto dipendere dagli orari di un treno o di un aereo, dai vincoli di spazio e di fermata di un pullman, sarebbe potuto partire all’orario preferito, portando con sé tutto ciò che gli pareva. Per questo era così importante imparare a guidare, perché possedere quella competenza significava, nella testa di Nino, diventare artefice del proprio destino.

L’auto faceva inversione, cambiava senso di marcia, si spostava da un lato all’altro con precisione quasi millimetrica, mentre Nino maneggiava il volante con maestria. Era felice, quella cosa gli riusciva talmente bene che si sentì pronto per partire. Ma sapeva benissimo che non avrebbe dovuto farsi illusioni, perché non appena il suo sguardo si perse all’orizzonte, seguendo idealmente il percorso della Dora, suo padre non mancò di redarguirlo. «Dove guardi? – lo ammonì – Devi tenere gli occhi incollati alla strada, non devi distrarti mai». Nino si sentì in colpa e non staccò più lo sguardo dall’asfalto, che come un tapis roulant scorreva sotto le ruote dell’auto e gli dava una sensazione di sicurezza.

All’imbrunire, Nino scovò una levetta che spuntava dal cruscotto e accese i fari, poi suo padre decise che era ora di smetterla. Disse che era tardi e interruppe quella meravigliosa esperienza che tanto gli stava dando. L’auto si fermò al centro del parcheggio, la porta del guidatore si aprì. Nino scese dalle gambe di suo padre, che per tutto il tempo era rimasto alla guida, come se fosse stato egli stesso il sedile sul quale il figlio aveva potuto guidare, con Nino in grembo.

Fu in quel momento che Nino si ricordò di avere sette anni e che, per poter guidare l’auto, avrebbe dovuto attendere di arrivare ai pedali. «Hai guidato tu, vero?», chiese Nino, tornato sul sedile del passeggero, mentre l’auto si avviava verso casa. «Che dici – rispose il padre – guarda che hai guidato tu». «Sei sicuro? Avevi la mano sul volante», ribatté il bambino. «L’ho tenuta lì per sicurezza, ma non ho dovuto fare niente, hai guidato tu». Nino decise di crederci.

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