Tepore #3

Quando c’è non si vede.

«Nebbia!».
Guidare la sera dà una sensazione di libertà, soprattutto se hai appena preso la patente, magari da un paio di settimane, e poter uscire per conto tuo ti fa sentire adulto. Quella sera, poco più che maggiorenne, Enzo rientrava da una delle prime serate passate fuori in autonomia con gli amici. Aveva potuto muoversi per conto proprio grazie all’automobile gentilmente concessagli da suo padre, non senza mille raccomandazioni, anziché attendere il passaggio e dipendere da qualcun altro. Ora il destino era suo.

Lo sguardo notturno alla città era una cosa che a Enzo mancava, solo da pochissimo tempo aveva iniziato ad affacciarsi su quel mondo. Prendere la patente e avere a disposizione un’automobile nel fine settimana sanciva definitivamente il suo ingresso nell’età adulta. Almeno, questo era ciò che pensava in quei momenti.

Ma il nuovo mondo era tanto attraente e seducente quanto colmo di insidie, che più semplicemente erano punti di vista insoliti su fenomeni già noti. Fu in un una di quelle prime uscite che Enzo scoprì la nebbia notturna in città. Al suo rientro in quartiere si ritrovò avvolto da un abbraccio di quella materia indefinibile, sfuggente e al tempo stesso tangibile. A lungo andare si abituò alla sua presenza, perché quella cosa fluttuante era uno spartiacque tra gli ultimi ambienti cittadini e la periferia. Era come attraversare un confine ed entrare in un mondo diverso, il suo, quello che l’aveva creato e dal quale desiderava fuggire il prima possibile. Una nebbia spessa ma gentile, che cambiava le forme delle case, che trasformava l’ambiente in un quadro astratto, dove i colori che rappresentavano le luci uscivano dai margini ricoprendo ogni cosa. Una nebbia, che, in realtà, lo faceva sentire al sicuro su quelle strade che conosceva a menadito. Era una nebbia che disegnava dei limiti.

4.

Una volta terminato l’evento, Enzo partecipò all’applauso convintamente. Non aveva capito nulla del discorso di Greta Thunberg, ma aveva letto i suoi discorsi e l’aveva vista in televisione talmente tante volte da riuscire a immaginare cosa avesse detto. Insomma le cose eran quelle e a lui stava bene. Si tolse i guanti perché aveva caldo, poi si avviò lentamente verso casa godendosi un po’ di tepore.

Mentre rientrava insieme a sua moglie, oramai entrambi scarichi di impegni lavorativi, Enzo si ritrovò a osservare i tetti. Era un’operazione che non faceva mai e che riservava sempre delle sorprese. Nessuno si fermava mai a guardare verso l’alto in città, ma farlo consentiva di avere una prospettiva diversa sui percorsi quotidiani, scoprendo così qualcosa di nuovo all’interno del già noto. Forse per via delle nuvole, che continuava a osservare con amarezza, Enzo restò con il naso all’insù per un po’, con le dovute cautele per evitare di finire contro un lampione o cadere da un marciapiede. Fu in quel momento che si accorse delle spigolature delle case. «Che strano – mormorò – stamattina non le avevo notate». «Io sì», gli rispose Gloria, sua moglie, che come sempre aveva già visto tutto quello che Enzo non afferrava al primo colpo. «Sono affilate», concluse, poi aprì il portone del palazzo in cui abitavano, inondando l’androne di riflessi estivi. «Certo che per essere inverno oggi si sta proprio bene», commentò Enzo, rallegrandosi di quel sole senza limiti di calendario.

< Torna alla seconda parte | Torna all’inizio >

Tepore #2

2.

Il caffè ribolliva nella moka e sbuffava vapore caldo, mentre i doveri iniziavano ad accavallarsi nella mente. L’idea era quella di sbrigare le corvées il prima possibile, incluse le incombenze lavorative, per ritagliare un paio d’ore e andare in centro per ascoltare Greta Thunberg, che aveva scelto Torino per la sua prima visita in Italia.

Fu così che, mentre già sistemava le prime faccende e risolveva le prime questioni legate al lavoro, la coppia non si accorse che là fuori, dove prima le tinte seppia parevano descrivere un altro mondo, tutto era tornato alla normalità. Quando Enzo uscì di casa attraversò velocemente la strada, ma solo dopo aver superato un paio di isolati si accorse che la neve non c’era più. «Dove è andata a finire?», disse ad alta voce, guardandosi intorno e attirando l’attenzione di un passante che lo scrutò con curiosità. Niente, sulle auto non c’era, sulle case nemmeno, i marciapiedi erano appena inumiditi mentre le strade, a guardarle distrattamente, davano addirittura l’idea di essere del tutto asciutte. La neve era sparita e a Enzo parve quasi di averla sognata.

Nessun trucco, le infami gocce di una pioggia leggera e senza motivazioni avevano spazzato via l’atmosfera di cioccolata calda e regali, suggerita dal candore improvviso di una mattinata d’inverno che sembrava normale ma che, in realtà, era normalmente strana. Dopo aver cancellato le tracce dei fiocchi, poi, la pioggia aveva immediatamente tolto il disturbo. Il primo pallido sole fece capolino dalle nuvole mentre Enzo si trovava già in ufficio, questo contribuì a rimuovere ogni flebile ricordo di quell’inverno breve, ingannevole.

3.

Piazza Castello era piena ma non troppo, ma al cospetto di Greta Thunberg si presentava comunque un raggruppamento dignitoso, tale da intimorire quella semplice ragazzina che in realtà, quando parlava, sembrava più adulta degli adulti. Un sole fuori luogo, splendente seppur pallido, riversava sulla piazza un impercettibile tepore, tale da rendere inutili i guanti e il cappello. Greta parlava ma Enzo non la sentiva, però riusciva a intuire le parole. Gli applausi, gli slogan, i cartelli, le facce, tutto era come annebbiato, ma di una nebbia che non c’era, non come quelle che oramai si vedevano solo fuori città e che, un tempo, annunciavano l’arrivo dell’autunno.

«Cosa ha detto?», gli chiese sua moglie, ma Enzo non seppe rispondere. Anche le persone intorno a lui erano in difficoltà. Qualcuno urlò «voce!», ma era l’impianto di amplificazione a mancare del tutto, oltre al fatto che l’attivista usava un volume di decibel piuttosto contenuto. «Nemmeno un tenore ce la farebbe», disse Enzo ad alta voce, qualcuno lo rimproverò con un sonoro «shhh!». Si capì poco, ma si intuirono gli slogan, del resto erano ben noti.

Poi il cielo si ingrigì di nuovo e le nuvole offuscarono il sole. Nuvole chiare e nemmeno piovose, inutili nel loro insperato candore, fuori luogo anche quello come se i canoni classici delle caratteristiche stagionali fossero stati già messi in discussione in altre sedi. La giovane sul palco cedette il microfono agli urlatori che l’avevano introdotta, grazie alle loro qualità vocali erano in grado di farsi sentire anche senza l’amplificatore. Le nuvole, però, restarono lì e a Enzo tornò in mente l’annebbiamento che aveva provato all’inizio. Probabilmente perché una volta, anni prima, si era ritrovato in alta montagna durante una gita, alla congiuzione fra cielo e terra. Aveva passeggiato lungo un piccolo altopiano, chissà dove, offuscato dalla fitta umidità dell’aria, ma solo dopo diverso tempo si era reso conto di trovarsi all’interno di una nuvola letteralmente appoggiata sulla montagna. Eppure gli era sembrata semplicemente nebbia.

< Torna alla prima parte | Vai alla terza parte >

Tepore #1

1.

Gli avvenimenti si agganciano ai ricordi che così giudicano il presente. Quella mattina le spigolature degli edifici erano addolcite da una sottile patina biancastra, ora si estendeva rapidamente sulle superfici piatte, ora scivolava leggera lungo i profili delle case. Distorceva la portata dei fasci luminosi prodotti dai lampioni, intercettandone i riflessi e trasformandone il riverbero in un manto a tinte seppia, come fosse un film noir.

«Pensa te», disse Enzo, scostando la tenda che adornava la finestra della sua camera da letto. Poi si rivolse a sua moglie, «vieni a vedere». Chissà perché svegliarsi con la visione della neve gli dava una sensazione di calore. Enzo osservava i fiocchi depositarsi sulle automobili, sui marciapiedi, anche sulle persone che si spostavano di fretta. Una tipica immagine da cartolina invernale, ma Enzo, mentre appannava il vetro fissando l’esterno, si rese conto di aver perso l’abitudine a quel momento. «Oggi c’è Greta Thunberg e nevica» esclamò. «Sarà un segno», gli rispose sua moglie. «Si vede che s’è sbagliata – ironizzò lui – perché parla di riscaldamento globale, clima impazzito, invece oggi è una mattina d’inverno e nevica».

Disgelo.

«Nevica!»
Enzo urlava alla finestra, mentre suo padre a sua volta gli urlava di calmarsi. La neve aveva fatto esplodere le urla in quella casa della periferia torinese che si era risvegliata, così come accaduto in tanti altri quartieri, con il giardino interno del condominio completamente bianco. Il ragazzino si emozionava, si agitava più per scherzare che per reale agitazione, perché quel momento, da anni, era un appuntamento fisso. Il tredicenne, per quanto in piena crisi puberale, era ancora a tutti gli effetti un bambino. Voleva costruire il pupazzo di neve e temeva che, per chissà quale assurdo motivo, la nevicata si interrompesse troppo presto. Finì velocemente di fare colazione, poi andò a vestirsi, seguendo le precise indicazioni per combattere il freddo impartite da sua madre, poi si affrettò a uscire di casa.

Suo padre metteva i guanti spessi e la sciarpa pesante, indossava il giaccone e scendeva con lui in giardino. Enzo sentiva lo scricchiolio ruvido della neve che si compattava sotto gli scarponi a ogni passo. Aveva sempre i guanti indosso ma di solito li sfilava dopo poco tempo, perché la neve si ammucchiava tra le mani e non gli permetteva di costruire alcunché. Andava a finire che i guanti tornavano in tasca, anche se suo padre non voleva e sua madre, dal balcone, gli gridava di rimetterseli. Quante urla in quella mattina di neve. Con le mani rosse, brucianti, intirizzite, Enzo ammucchiava la neve mentre suo padre cercava qualche ramo spezzato per fare le braccia del pupazzo. Poi un rametto più piccolo per il naso, mentre la neve continuava a scendere copiosa e si infilava tra la sciarpa e la giacca. Quando i fiocchi scendevano lungo il collo, Enzo provava un brivido fastidioso che rapidamente scompariva mentre lui, intento a realizzare la sua opera, si adoperava per terminare la testa. Non sceglieva mai un nome per quel bianco ometto – un pupazzo è un pupazzo, poi c’era il rischio di affezionarsi – ma lo controllava ogni giorno dalla finestra, finché l’inverno che terminava non se lo portava via ai primi caldi.

Vai alla seconda parte >