Tepore #1

1.

Gli avvenimenti si agganciano ai ricordi che così giudicano il presente. Quella mattina le spigolature degli edifici erano addolcite da una sottile patina biancastra, ora si estendeva rapidamente sulle superfici piatte, ora scivolava leggera lungo i profili delle case. Distorceva la portata dei fasci luminosi prodotti dai lampioni, intercettandone i riflessi e trasformandone il riverbero in un manto a tinte seppia, come fosse un film noir.

«Pensa te», disse Enzo, scostando la tenda che adornava la finestra della sua camera da letto. Poi si rivolse a sua moglie, «vieni a vedere». Chissà perché svegliarsi con la visione della neve gli dava una sensazione di calore. Enzo osservava i fiocchi depositarsi sulle automobili, sui marciapiedi, anche sulle persone che si spostavano di fretta. Una tipica immagine da cartolina invernale, ma Enzo, mentre appannava il vetro fissando l’esterno, si rese conto di aver perso l’abitudine a quel momento. «Oggi c’è Greta Thunberg e nevica» esclamò. «Sarà un segno», gli rispose sua moglie. «Si vede che s’è sbagliata – ironizzò lui – perché parla di riscaldamento globale, clima impazzito, invece oggi è una mattina d’inverno e nevica».

Disgelo.

«Nevica!»
Enzo urlava alla finestra, mentre suo padre a sua volta gli urlava di calmarsi. La neve aveva fatto esplodere le urla in quella casa della periferia torinese che si era risvegliata, così come accaduto in tanti altri quartieri, con il giardino interno del condominio completamente bianco. Il ragazzino si emozionava, si agitava più per scherzare che per reale agitazione, perché quel momento, da anni, era un appuntamento fisso. Il tredicenne, per quanto in piena crisi puberale, era ancora a tutti gli effetti un bambino. Voleva costruire il pupazzo di neve e temeva che, per chissà quale assurdo motivo, la nevicata si interrompesse troppo presto. Finì velocemente di fare colazione, poi andò a vestirsi, seguendo le precise indicazioni per combattere il freddo impartite da sua madre, poi si affrettò a uscire di casa.

Suo padre metteva i guanti spessi e la sciarpa pesante, indossava il giaccone e scendeva con lui in giardino. Enzo sentiva lo scricchiolio ruvido della neve che si compattava sotto gli scarponi a ogni passo. Aveva sempre i guanti indosso ma di solito li sfilava dopo poco tempo, perché la neve si ammucchiava tra le mani e non gli permetteva di costruire alcunché. Andava a finire che i guanti tornavano in tasca, anche se suo padre non voleva e sua madre, dal balcone, gli gridava di rimetterseli. Quante urla in quella mattina di neve. Con le mani rosse, brucianti, intirizzite, Enzo ammucchiava la neve mentre suo padre cercava qualche ramo spezzato per fare le braccia del pupazzo. Poi un rametto più piccolo per il naso, mentre la neve continuava a scendere copiosa e si infilava tra la sciarpa e la giacca. Quando i fiocchi scendevano lungo il collo, Enzo provava un brivido fastidioso che rapidamente scompariva mentre lui, intento a realizzare la sua opera, si adoperava per terminare la testa. Non sceglieva mai un nome per quel bianco ometto – un pupazzo è un pupazzo, poi c’era il rischio di affezionarsi – ma lo controllava ogni giorno dalla finestra, finché l’inverno che terminava non se lo portava via ai primi caldi.

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