Tepore #2

2.

Il caffè ribolliva nella moka e sbuffava vapore caldo, mentre i doveri iniziavano ad accavallarsi nella mente. L’idea era quella di sbrigare le corvées il prima possibile, incluse le incombenze lavorative, per ritagliare un paio d’ore e andare in centro per ascoltare Greta Thunberg, che aveva scelto Torino per la sua prima visita in Italia.

Fu così che, mentre già sistemava le prime faccende e risolveva le prime questioni legate al lavoro, la coppia non si accorse che là fuori, dove prima le tinte seppia parevano descrivere un altro mondo, tutto era tornato alla normalità. Quando Enzo uscì di casa attraversò velocemente la strada, ma solo dopo aver superato un paio di isolati si accorse che la neve non c’era più. «Dove è andata a finire?», disse ad alta voce, guardandosi intorno e attirando l’attenzione di un passante che lo scrutò con curiosità. Niente, sulle auto non c’era, sulle case nemmeno, i marciapiedi erano appena inumiditi mentre le strade, a guardarle distrattamente, davano addirittura l’idea di essere del tutto asciutte. La neve era sparita e a Enzo parve quasi di averla sognata.

Nessun trucco, le infami gocce di una pioggia leggera e senza motivazioni avevano spazzato via l’atmosfera di cioccolata calda e regali, suggerita dal candore improvviso di una mattinata d’inverno che sembrava normale ma che, in realtà, era normalmente strana. Dopo aver cancellato le tracce dei fiocchi, poi, la pioggia aveva immediatamente tolto il disturbo. Il primo pallido sole fece capolino dalle nuvole mentre Enzo si trovava già in ufficio, questo contribuì a rimuovere ogni flebile ricordo di quell’inverno breve, ingannevole.

3.

Piazza Castello era piena ma non troppo, ma al cospetto di Greta Thunberg si presentava comunque un raggruppamento dignitoso, tale da intimorire quella semplice ragazzina che in realtà, quando parlava, sembrava più adulta degli adulti. Un sole fuori luogo, splendente seppur pallido, riversava sulla piazza un impercettibile tepore, tale da rendere inutili i guanti e il cappello. Greta parlava ma Enzo non la sentiva, però riusciva a intuire le parole. Gli applausi, gli slogan, i cartelli, le facce, tutto era come annebbiato, ma di una nebbia che non c’era, non come quelle che oramai si vedevano solo fuori città e che, un tempo, annunciavano l’arrivo dell’autunno.

«Cosa ha detto?», gli chiese sua moglie, ma Enzo non seppe rispondere. Anche le persone intorno a lui erano in difficoltà. Qualcuno urlò «voce!», ma era l’impianto di amplificazione a mancare del tutto, oltre al fatto che l’attivista usava un volume di decibel piuttosto contenuto. «Nemmeno un tenore ce la farebbe», disse Enzo ad alta voce, qualcuno lo rimproverò con un sonoro «shhh!». Si capì poco, ma si intuirono gli slogan, del resto erano ben noti.

Poi il cielo si ingrigì di nuovo e le nuvole offuscarono il sole. Nuvole chiare e nemmeno piovose, inutili nel loro insperato candore, fuori luogo anche quello come se i canoni classici delle caratteristiche stagionali fossero stati già messi in discussione in altre sedi. La giovane sul palco cedette il microfono agli urlatori che l’avevano introdotta, grazie alle loro qualità vocali erano in grado di farsi sentire anche senza l’amplificatore. Le nuvole, però, restarono lì e a Enzo tornò in mente l’annebbiamento che aveva provato all’inizio. Probabilmente perché una volta, anni prima, si era ritrovato in alta montagna durante una gita, alla congiuzione fra cielo e terra. Aveva passeggiato lungo un piccolo altopiano, chissà dove, offuscato dalla fitta umidità dell’aria, ma solo dopo diverso tempo si era reso conto di trovarsi all’interno di una nuvola letteralmente appoggiata sulla montagna. Eppure gli era sembrata semplicemente nebbia.

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