Insolito giaciglio

Fresco ma si sta bene, pure comodo, non è male casa nuova. C’è pure quest’angolo bello riparato, ma cos’è questa roba che vibra. Aspetta che sposto il braccio, che fastidio la giacca, meno male che non ho messo quella pesante. Il cuscino però è comodo, qui sotto è durissimo ma di lato è bello morbido, appoggio la testa qui, anzi la giro. Anzi no, resto così, allungo solo una gamba, non ci passa, ah certo sta sotto l’altra gamba, meglio che la sposti perché inizia a formicolarmi il piede.

Quanto tempo è passato? Non lo so, ho tanto sonno, anche se stanotte ho dormito, cioè, mi pare, non mi ricordo se ho dormito oppure ho sognato di dormire. Però se sognavo allora dormivo, quindi in ogni caso ho dormito. Sono sicuro, ho dormito, anche se ho ancora sonno. Vuol dire che non ho dormito abbastanza, meglio continuare a dormire, sono proprio stanco. Ma perché c’è questa roba che vibra. Ora la gamba la sposto, oppure sposto il braccio. Devo sistemare il cuscino, la parte morbida è comoda però punge, provo a spostare due cose, anzi no, va bene così.

Sento dei passi, ma non ero solo? Boh, forse sto sognando, o forse no. No, però scusa, se sto dormendo allora sto sognando. C’è uno che mi tocca, mi dice «ehi». Che razza di sogno. Ora mi giro dall’altra parte. Non sento più niente, sposto la testa, ecco ora va meglio. Fresco, molto fresco, quasi freddo, anzi no, fresco. Sì, fresco. Ora mi giro, ah, sì, benissimo. Bello, c’è poco spazio ma è comodo, mi sembra di essere infilato in una fessura, come se ci fosse un’intercapedine in cui mi sono intrufolato. Ecco, se dico «intercapedine» vuol dire che non sto neanche troppo bene. La bocca è secca, ora mi alzo e vado a bere un bicchiere d’acqua, poi torno a dormire. Sì, ma ora no, dopo.

«Tutto bene?». Ah, di nuovo, ma chi è? Ah no, sono io che sogno. Ancora quella cosa che vibra, devo aver lasciato il telefono acceso, si sarà ficcato sotto il materasso. Anzi, sotto il cuscino. No, però lo sento sulla gamba, sarà tra le lenzuola. Sì, perché stavo messaggiando con Marti, mi sarò addormentato mentre aspettavo una sua risposta. Quella, pure, ci mette sempre due ore a rispondere. «Tutto bene?», ma di nuovo, ma basta, ma fammi dormire, ma cazzo vuoi. Ah già, sono io che sogno. «Dorme». Certo che dormo, ovvio che dormo, sposto la gamba, sì, ma dormo. «Chiamo io». Chiama tu, chiama chi vuoi, io continuo a dormire. C’è il cazzo di telefono che vibra, ora mi sveglio e lo spengo, anzi no, mi sveglio e rispondo, forse è Marti, forse è quello scassacazzi di Pigi.

«Sì siamo in via Catania, angolo lungo Dora Firenze». Eh, grazie lo so, lo so dove abito adesso, lo so dove sono venuto ad abitare. Anzi, tu che ci fai qui, io sto dormendo, esci. Ah già, sono sempre io che sogno, però è tutto buio, cioè, sembra il cielo, diciamo che sembra buio. Che sogno del cazzo. «Sì, va bene, restiamo qui». Boh, non ho capito con chi parlano. Io mi giro, vah, che adesso sono scomodo, magari riesco a spostare il telefono dalla gamba. Provo ad aprire gli occhi, no, non ci provo, anzi sì, anzi no. «Tutto bene?». Oh, ma basta. «Sarà andato alle Panche». E a te cosa frega? Sì, ci sono andato, ma sono andato anche in piazza Santa Giulia, al Rossini e in piazzetta, cosa te ne frega? Madonna ‘sto telefono.

Una sirena. Una sirena? «Sì, buonasera, siamo noi. L’abbiamo trovato così, dorme tra le macchine parcheggiate». Ma chi è che sta male? «No, non lo conosciamo, passavamo di qua per caso e l’abbiamo trovato qui». Mi sa che c’è uno che sta male, forse sotto casa, per questo mi sembra di averceli in camera. «Eh non sappiamo, forse ha bevuto». «Va bene, ce ne occupiamo noi, grazie». Una voce diversa, forse è l’infermiere, quasi quasi mi affaccio a vedere. Anzi no, chissenefrega.

Un uomo mi sveglia, mi acchiappa per le spalle e mi mette seduto. Apro gli occhi, sono seduto tra due macchine. Questo tizio mi guarda, prende una pila e me la punta nelle pupille. «Sto bene – dico – stavo solo riposando». «Ha bevuto?», mi chiede. «Una birretta», rispondo. «Sicuro?», mi dice, poi mi aiuta ad alzarmi e mi fa salire in ambulanza. Prendo il telefono, ci sono 4 chiamate di Pigi, 12 di mia mamma, 8 di mio padre e pure 2 di Martina. Chi chiamo per primo?

Cartolina da Torino #5

Mio caro Ludovico,

auspico che questa lettera ti trovi bene, che trovi bene anche tua moglie Eloisa e i tuoi figli Gilberto, Eusebio e Clotilde. Sono a scriverti per aggiornarti sullo stato dei lavori alla palazzina, che risulta ancora gravemente danneggiata nella sua parte più esterna, che affaccia lungo il viale, ma che per fortuna divina risulta ben solida nella sua struttura portante. Per questo l’ingegnere ha ritenuto di non procedere con lavori di ristrutturazione delle colonne portanti bensì di concentrare il suo intervento negli aspetti più visibili, così da restituire in brevissimo tempo i fasti che più si confanno alla nostra famiglia.

Una volta recuperati gli stucchi e i fregi della facciata, grazie alle carte progettuali che nostro nonno ha saggiamente conservato nel nostro casolare del Monferrato, potremo dedicarci agli interni con la calma adeguata alle necessità di ripartenza di cui abbisogniamo. In proposito mi permetto di suggerirti alcuni cambiamenti che potremmo introdurre approfittando del cantiere, come ad esempio la riduzione dell’ampio salone delle feste, che non abbiamo mai utilizzato, per ricavarne due saloni più piccoli, uno più grande da utilizzare per le cene e l’altro più riservato per le riunioni. Potremmo così meglio gestire le nostre attività e in particolare i rapporti con le altre famiglie della città. Ma vorrei parlartene non appena farete ritorno dalla nostra residenza di Pieve.

Mentre attendo il tuo resoconto della visita del Presidente Woodrow Wilson a Genova, sono ansioso di donarti queste pagine con il mio, perciò perdonami se non attendo la tua lettera prima di scriverti nuovamente. Il sindaco ha tenuto particolarmente a invitare me e Clara in rappresentanza della nostra famiglia, cosicché abbiamo deciso di affidare Roberto e Caterina alla cara Elisabetta, che ha a lungo servito la nostra famiglia e abbiamo fortunatamente ritrovato due mesi fa, come sai. La decisione ha sancito il suo rientro in servizio, era molto provata dagli ultimi anni e necessitava di un impiego. Ci siamo quindi piacevolmente recati in Municipio, due giorni fa, per accogliere il Presidente, che è giunto ieri da Milano passando per Santhià ed ha potuto partecipare a un grande ricevimento che ha ricordato i momenti più cari del passato. Non avevo mai ammirato un Municipio così pulito, persino il giornale ha scritto che uno splendore così non si era mai visto e per una volta aveva ragione. Ne hanno fatto lavare gli esterni per un giorno intero.

Ho potuto stringere la mano al presidente, prima di un altro ricevimento, ancora più fastoso, alla Filarmonica. Anche lì, per fortuna, siamo stati invitati, segno che la nostra famiglia fa ancora parte del consesso dei nomi più in vista della città. Penso che la visita del presidente abbia riportato quell’entusiasmo sopito dal gas nervino degli austriaci, che tanti nostri concittadini ha seppellito lungo le Alpi. Purtroppo non ho potuto parlare con lui, ma gli ho solo porto i saluti della famiglia, lui ha sorriso e mi ha ringraziato. Mi è comunque stato molto utile per recuperare entusiasmo e riallacciare vecchi rapporti, che negli scorsi anni si erano diradati, com’era inevitabile, anche per via del nostro spostamento nel Monferrato.

Il Presidente Wilson si è poi concesso un divertente intermezzo affacciandosi dal balcone di piazza San Carlo, dove lo attendeva una folla festante e riconoscente per l’aiuto che gli Stati Uniti d’America hanno portato al nostro Paese. Un aiuto che ci consente, oggi, di essere liberi, felici, vivi. Tanti di noi, oggi, non ci sono più, ma è anche per loro che il Presidente ha deciso di fare questo importante viaggio nel Regno, ed è per questo che la nostra famiglia deve tornare grande e fare grande Torino.

Ti saluto con affetto e ti mando questa foto, scattata da un amico al quale ho chiesto di svilupparla velocemente, così da renderti partecipe di questo epocale momento per la nostra città.

In attesa di vederti, ti abbraccio

Casimiro

Torino, 8 gennaio 1919

La foto in copertina è tratta dal gruppo “Torino sparita” su Facebook.

Cartolina da Torino #4

Egregio direttore,
Vi scrivo questa mia per anticipare il resoconto che metterò a punto una volta terminato l’intero viaggio, di modo che sia già per Voi possibile ricevere alcune informazioni senza attendere il termine del mio breve soggiorno nelle diverse città che fanno parte del mio itinerario.

Mi sono attardato lungo corso Oporto, dove ha sede l’albergo nel quale gentilmente mi avete alloggiato, affinché mi fosse possibile osservare con la giusta attenzione il comportamento dei torinesi di fronte a questo importante evento naturale. La neve compone grandi masse ai bordi della strada, tanto che è possibile attraversarla solamente in determinati punti, che appositamente la municipalità ha predisposto per agevolare il defluire della cittadinanza e dei mezzi di trasporto. In particolare vorrei far notare l’utilizzo dello spartineve applicato al tranvai del quale vi fornisco esempio nella fotografia che spedisco insieme al mio messaggio, al fine di consentire al mio resoconto di guadagnare in precisione. So che il suddetto spartineve è stato già utilizzato in altre occasioni, in particolare nel 1933, nel 1934 e nel 1936, ma non escludo che la stessa modalità sia stata riproposta anche in situazioni differenti.

A corollario di ciò, intendo sottolineare la diffusa consuetudine di utilizzare alcune pendici collinari come piste da sci, grazie alla grande quantità di neve presenti. Una località, ad esempio, è quella che si sviluppa lungo la collina cosiddetta del Monte dei Cappuccini, che in questi giorni ho potuto risalire prendendo la teleferica e verificandone l’adeguata velocità di percorrenza. Ho notato numerosi gruppi di persone che si spostavano per le vie principali della città al fine di raggiungere il suddetto costone di collina dove i boschi scendendo a valle si diradano, scoprendo un lungo manto innevato che si ferma poco prima del Po, quasi in corrispondenza della stazione di partenza della già citata teleferica. Tuttavia è soprattutto sulla collina di Cavoretto, che ho potuto visitare ieri, che si raccoglie il maggior numero di amanti di questa pratica. Suggerisco di considerare la possibilità di promuovere in futuro questo genere di attività come forma di attrazione turistica anche nelle nostre vallate, come forma di alternativa accessibile alle già note località.

La città di Torino sembra adeguatamente attrezzata per gli eventi atmosferici di carattere invernale, vista la sua collocazione che la rende sì vicina all’arco alpino da imporre una preparazione costante dei suoi addetti alla gestione del pericolo neve. Sono tuttavia costretto a rilevare una forte carenza nella manutenzione del manto stradale, perché solo questa mattina si sono riscontrati alcuni incidenti in via XX Settembre, piazza Castello, via Roma e corso Oporto, occasione di cui io stesso sono stato testimone. A poca distanza dal caffè in cui mi ero recato per incontrare alcuni nostri collaboratori, dei quali poi Vi relazionerò, una donna di circa 40 anni è scivolata al bordo della strada procurandosi una contusione al braccio destro. Non è infrequente che le nevicate causino a Torino diverse situazioni di questo genere, ma mi duole notare come l’amministrazione cittadina sia piuttosto impegnata non tanto nell’affrontare queste problematiche, quanto nel propagandare un senso di tranquillità che mal si riscontra nei suoi abitanti. Suppongo si tratti esclusivamente di una riproposizione di quanto imposto dal Partito, ma per onestà trovo necessario sottolineare quanto i torinesi sembrino molto distanti dalle posizioni del Duce, più di quanto gli amministratori intendano mostrare.

È il motivo per cui questa missiva vi giunge direttamente dalle mani di una persona fidata e non attraverso il mezzo postale, che non ritengo sufficientemente sicuro per lasciar transitare messaggi di questo genere. Ignorate, quindi, la lettera dai toni enfatici che avete da me probabilmente ricevuto in questi giorni al fine di allontanare eventuali sospetti sulla mia attività in città.

Per i maggiori dettagli relativi al consenso e ai nostri legami rimando al nostro incontro.

Cordialmente

La foto è tratta dall’Archivio Storico della Città di Torino, qui il link originale all’immagine >

Tepore #3

Quando c’è non si vede.

«Nebbia!».
Guidare la sera dà una sensazione di libertà, soprattutto se hai appena preso la patente, magari da un paio di settimane, e poter uscire per conto tuo ti fa sentire adulto. Quella sera, poco più che maggiorenne, Enzo rientrava da una delle prime serate passate fuori in autonomia con gli amici. Aveva potuto muoversi per conto proprio grazie all’automobile gentilmente concessagli da suo padre, non senza mille raccomandazioni, anziché attendere il passaggio e dipendere da qualcun altro. Ora il destino era suo.

Lo sguardo notturno alla città era una cosa che a Enzo mancava, solo da pochissimo tempo aveva iniziato ad affacciarsi su quel mondo. Prendere la patente e avere a disposizione un’automobile nel fine settimana sanciva definitivamente il suo ingresso nell’età adulta. Almeno, questo era ciò che pensava in quei momenti.

Ma il nuovo mondo era tanto attraente e seducente quanto colmo di insidie, che più semplicemente erano punti di vista insoliti su fenomeni già noti. Fu in un una di quelle prime uscite che Enzo scoprì la nebbia notturna in città. Al suo rientro in quartiere si ritrovò avvolto da un abbraccio di quella materia indefinibile, sfuggente e al tempo stesso tangibile. A lungo andare si abituò alla sua presenza, perché quella cosa fluttuante era uno spartiacque tra gli ultimi ambienti cittadini e la periferia. Era come attraversare un confine ed entrare in un mondo diverso, il suo, quello che l’aveva creato e dal quale desiderava fuggire il prima possibile. Una nebbia spessa ma gentile, che cambiava le forme delle case, che trasformava l’ambiente in un quadro astratto, dove i colori che rappresentavano le luci uscivano dai margini ricoprendo ogni cosa. Una nebbia, che, in realtà, lo faceva sentire al sicuro su quelle strade che conosceva a menadito. Era una nebbia che disegnava dei limiti.

4.

Una volta terminato l’evento, Enzo partecipò all’applauso convintamente. Non aveva capito nulla del discorso di Greta Thunberg, ma aveva letto i suoi discorsi e l’aveva vista in televisione talmente tante volte da riuscire a immaginare cosa avesse detto. Insomma le cose eran quelle e a lui stava bene. Si tolse i guanti perché aveva caldo, poi si avviò lentamente verso casa godendosi un po’ di tepore.

Mentre rientrava insieme a sua moglie, oramai entrambi scarichi di impegni lavorativi, Enzo si ritrovò a osservare i tetti. Era un’operazione che non faceva mai e che riservava sempre delle sorprese. Nessuno si fermava mai a guardare verso l’alto in città, ma farlo consentiva di avere una prospettiva diversa sui percorsi quotidiani, scoprendo così qualcosa di nuovo all’interno del già noto. Forse per via delle nuvole, che continuava a osservare con amarezza, Enzo restò con il naso all’insù per un po’, con le dovute cautele per evitare di finire contro un lampione o cadere da un marciapiede. Fu in quel momento che si accorse delle spigolature delle case. «Che strano – mormorò – stamattina non le avevo notate». «Io sì», gli rispose Gloria, sua moglie, che come sempre aveva già visto tutto quello che Enzo non afferrava al primo colpo. «Sono affilate», concluse, poi aprì il portone del palazzo in cui abitavano, inondando l’androne di riflessi estivi. «Certo che per essere inverno oggi si sta proprio bene», commentò Enzo, rallegrandosi di quel sole senza limiti di calendario.

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La giovane olandese alla finestra

Soglio era un ragazzo piuttosto colto, di quell’intelligenza cresciuta solo allo scopo di sviluppare sufficiente furbizia. Da lì in avanti, poi, lui sfoggiava un grande bagaglio di cultura che utilizzava per compensare le carenze umane di cui ora soffriva, ora si vantava. Nella sua costante ricerca di cose da sapere era disposto a passare sopra relazioni e amicizie, era capace di dimenticare il rispetto solo per costruire la sua ascesa sociale a colpi di nozioni, collegamenti, approfondimenti estetici nutriti da una filosofia scopiazzata da testi recuperati chissà dove. Libri rispettabili, per carità, anche portatori di senso, ma che lui piegava ai propri scopi, al solo fine di giustificare la propria inedia.

Non so per quale motivo, ma quel personaggio sbucato dal nulla mi attraeva. Ne pativo il carattere e le conoscenze, mi nutrivo delle sue nozioni e delle sue spiegazioni, come un assetato che si abbevera a una fontana. Continuavo a bere, ma non mi dissetavo. In quel flusso di pillole culturali ben radicate, sostenute da solidi studi e utili ad aprirmi la mente, mi sfuggiva il senso, mi sfuggiva la possibilità di poter trovare attraverso la cultura una strada per emanciparmi, per soddisfare il mio bisogno di crescere.

Qualcosa avvenne quando Soglio mi portò alla Galleria Sabauda. Un edificio cupo e massiccio, incastrato tra piazza Carignano e via Accademia delle Scienze, che ogni giorno faceva a spallate con il Museo Egizio (che piano piano si preparava a sbarazzarsi dell’ingombrante coinquilino). Soglio mi salutò appena, era già concentrato sul percorso da fare all’interno della galleria, dato che lui era almeno alla quinta visita e conosceva quegli spazi a menadito. Con fare da docente universitario mi fece da guida.

Un po’ mi piacque, mi era sempre mancata una persona che mi insegnasse qualcosa di culturale e fui grato a Soglio per avermi fatto scoprire la Galleria Sabauda. L’enorme quadreria che intimoriva i visitatori, una tappezzeria di cornici che si arrampicava sulle pareti, pareva incombere su di me, severa e silenziosa. Ma con le spiegazioni della mia guida personale quei quadri iniziarono a parlare. Mi parlavano i re, mi parlavano le regine, mi parlavano anche i pittori, che attraverso le loro opere d’arte si rivolgevano all’ignaro osservatore con messaggi vecchi di secoli eppure ancora da interpretare del tutto.

Con le mani ossute e allungate, Soglio mi indicava i dettagli, i particolari che facevano la «firma» dell’autore, mi apriva il percorso tra le stanze e mi guidava da un’opera all’altra. Mi teneva al riparo dai lavori di qualità più scarsa, che improvvisamente mi apparvero in tutta la loro approssimazione, al punto che, ingenuamente, chiesi «ma perché questo quadro così brutto si trova in un museo?». Soglio sorrise, forse si rendeva conto di stare insinuando dentro di me la capacità di critica, che è la base di un pensatore, di un uomo di cultura, che fonda l’essere umano come elemento attivo della società. Il problema, capii molto tempo dopo, è che la differenza fra la persona di cultura e il colto arrogante sta nella capacità di modulare il proprio livello di critica in base al contesto.

Lui, intanto, pareva condurmi lungo un percorso già delineato, che in un crescendo di bellezza intendeva concludersi alla summa di quelle sensazioni, che venivano raccolte nella estrema precisione di un minuscolo quadro. Era lì, appeso con noncuranza, in una posizione anonima. Giovane olandese alla finestra fu dipinto da Gerrit Dou nel 1662. Al centro di questa minuta opera d’arte c’è una ragazza, intenta a raccogliere un grappolo d’uva da una vite che si arrampica intorno alla sua finestra. Forse è stata colta di sorpresa, una sorpresa piacevole, forse aspetta il suo astante e quella del grappolo è una scusa. Impossibile saperlo.

Mi colpì la cura del dettaglio, il tratto essenziale ma esaustivo, i lineamenti dolci e delicati della ragazza, che con altrettanta delicatezza compiva i suoi gesti. Ne rimasti impressionato, fu un regalo che Soglio mi concesse e ne fui emozionato. Mi informai sul quadro, sul pittore, scoprii che l’opera fu registrata nell’inventario di Palazzo Reale, a Torino, dal 1754. Poi fu prestata al Louvre insieme a un altro quadro di Gerrit Dou nel periodo della Rivoluzione Francese, ma nel 1815 tornò soltanto questo. A Parigi rimase La donna idropica e mi ritenni fortunato che quella «giovane olandese» avesse fatto ritorno a Torino, così da permettermi di osservarla, quasi di innamorarmene.

Anni dopo eliminai Soglio dalla mia vita. Le motivazioni furono diverse e tutte profonde, estrememente legate al suo uso delle conoscenze per scavare nelle anime delle persone e poi, dopo averle svuotate, gettarle vita. Il suo unico scopo era scavalcarle, ergersi a paladino del sapere e con questo sottomettere gli altri al suo servizio. Decisi di cancellare tutto di lui, ma subito dopo capii che non era giusto nei miei confronti. Così conservai qualcosa, la sete di cultura, l’ansia di sapere, liberandomi dall’uso che ne faceva. Le conoscenze erano mattoni per crescere, non strumenti per offendere.

Così conservai la Giovane olandese alla finestra e, quando la Galleria Sabauda si spostò a Palazzo Reale, diventando parte integrante del percorso dei Musei Reali, tornai a cercarla. Ma la sete di cultura che avevo mantenuto mi impedì di ritrovarla. La cercai distrattamente, perdendomi tra i quadri della nuova galleria, tra le stanze più ariose, bianche e accoglienti, che non intimorivano più ma anzi invitavano a sostare, a osservare, a perdersi. Quindi mi perdetti, passai alcune ore all’interno del museo e solo quando fu tardi mi ricordai di Gerrit Dou. Cercai velocemente il suo quadro ma non lo trovai, la fretta mi impose di lasciar perdere. Me ne andai sentendomi quasi in colpa nei suoi confronti, ripromettendomi che sarei tornato, che avrei rivisto quell’opera. Con la certezza che l’avrei trovata lì ad attendermi, senza alcuna arroganza, ma la piacevole sorpresa di una ragazza che apre la finestra, alla ricerca di un grappolo d’uva, e trova di fronte a sé una persona che l’ama.

Tepore #2

2.

Il caffè ribolliva nella moka e sbuffava vapore caldo, mentre i doveri iniziavano ad accavallarsi nella mente. L’idea era quella di sbrigare le corvées il prima possibile, incluse le incombenze lavorative, per ritagliare un paio d’ore e andare in centro per ascoltare Greta Thunberg, che aveva scelto Torino per la sua prima visita in Italia.

Fu così che, mentre già sistemava le prime faccende e risolveva le prime questioni legate al lavoro, la coppia non si accorse che là fuori, dove prima le tinte seppia parevano descrivere un altro mondo, tutto era tornato alla normalità. Quando Enzo uscì di casa attraversò velocemente la strada, ma solo dopo aver superato un paio di isolati si accorse che la neve non c’era più. «Dove è andata a finire?», disse ad alta voce, guardandosi intorno e attirando l’attenzione di un passante che lo scrutò con curiosità. Niente, sulle auto non c’era, sulle case nemmeno, i marciapiedi erano appena inumiditi mentre le strade, a guardarle distrattamente, davano addirittura l’idea di essere del tutto asciutte. La neve era sparita e a Enzo parve quasi di averla sognata.

Nessun trucco, le infami gocce di una pioggia leggera e senza motivazioni avevano spazzato via l’atmosfera di cioccolata calda e regali, suggerita dal candore improvviso di una mattinata d’inverno che sembrava normale ma che, in realtà, era normalmente strana. Dopo aver cancellato le tracce dei fiocchi, poi, la pioggia aveva immediatamente tolto il disturbo. Il primo pallido sole fece capolino dalle nuvole mentre Enzo si trovava già in ufficio, questo contribuì a rimuovere ogni flebile ricordo di quell’inverno breve, ingannevole.

3.

Piazza Castello era piena ma non troppo, ma al cospetto di Greta Thunberg si presentava comunque un raggruppamento dignitoso, tale da intimorire quella semplice ragazzina che in realtà, quando parlava, sembrava più adulta degli adulti. Un sole fuori luogo, splendente seppur pallido, riversava sulla piazza un impercettibile tepore, tale da rendere inutili i guanti e il cappello. Greta parlava ma Enzo non la sentiva, però riusciva a intuire le parole. Gli applausi, gli slogan, i cartelli, le facce, tutto era come annebbiato, ma di una nebbia che non c’era, non come quelle che oramai si vedevano solo fuori città e che, un tempo, annunciavano l’arrivo dell’autunno.

«Cosa ha detto?», gli chiese sua moglie, ma Enzo non seppe rispondere. Anche le persone intorno a lui erano in difficoltà. Qualcuno urlò «voce!», ma era l’impianto di amplificazione a mancare del tutto, oltre al fatto che l’attivista usava un volume di decibel piuttosto contenuto. «Nemmeno un tenore ce la farebbe», disse Enzo ad alta voce, qualcuno lo rimproverò con un sonoro «shhh!». Si capì poco, ma si intuirono gli slogan, del resto erano ben noti.

Poi il cielo si ingrigì di nuovo e le nuvole offuscarono il sole. Nuvole chiare e nemmeno piovose, inutili nel loro insperato candore, fuori luogo anche quello come se i canoni classici delle caratteristiche stagionali fossero stati già messi in discussione in altre sedi. La giovane sul palco cedette il microfono agli urlatori che l’avevano introdotta, grazie alle loro qualità vocali erano in grado di farsi sentire anche senza l’amplificatore. Le nuvole, però, restarono lì e a Enzo tornò in mente l’annebbiamento che aveva provato all’inizio. Probabilmente perché una volta, anni prima, si era ritrovato in alta montagna durante una gita, alla congiuzione fra cielo e terra. Aveva passeggiato lungo un piccolo altopiano, chissà dove, offuscato dalla fitta umidità dell’aria, ma solo dopo diverso tempo si era reso conto di trovarsi all’interno di una nuvola letteralmente appoggiata sulla montagna. Eppure gli era sembrata semplicemente nebbia.

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Tepore #1

1.

Gli avvenimenti si agganciano ai ricordi che così giudicano il presente. Quella mattina le spigolature degli edifici erano addolcite da una sottile patina biancastra, ora si estendeva rapidamente sulle superfici piatte, ora scivolava leggera lungo i profili delle case. Distorceva la portata dei fasci luminosi prodotti dai lampioni, intercettandone i riflessi e trasformandone il riverbero in un manto a tinte seppia, come fosse un film noir.

«Pensa te», disse Enzo, scostando la tenda che adornava la finestra della sua camera da letto. Poi si rivolse a sua moglie, «vieni a vedere». Chissà perché svegliarsi con la visione della neve gli dava una sensazione di calore. Enzo osservava i fiocchi depositarsi sulle automobili, sui marciapiedi, anche sulle persone che si spostavano di fretta. Una tipica immagine da cartolina invernale, ma Enzo, mentre appannava il vetro fissando l’esterno, si rese conto di aver perso l’abitudine a quel momento. «Oggi c’è Greta Thunberg e nevica» esclamò. «Sarà un segno», gli rispose sua moglie. «Si vede che s’è sbagliata – ironizzò lui – perché parla di riscaldamento globale, clima impazzito, invece oggi è una mattina d’inverno e nevica».

Disgelo.

«Nevica!»
Enzo urlava alla finestra, mentre suo padre a sua volta gli urlava di calmarsi. La neve aveva fatto esplodere le urla in quella casa della periferia torinese che si era risvegliata, così come accaduto in tanti altri quartieri, con il giardino interno del condominio completamente bianco. Il ragazzino si emozionava, si agitava più per scherzare che per reale agitazione, perché quel momento, da anni, era un appuntamento fisso. Il tredicenne, per quanto in piena crisi puberale, era ancora a tutti gli effetti un bambino. Voleva costruire il pupazzo di neve e temeva che, per chissà quale assurdo motivo, la nevicata si interrompesse troppo presto. Finì velocemente di fare colazione, poi andò a vestirsi, seguendo le precise indicazioni per combattere il freddo impartite da sua madre, poi si affrettò a uscire di casa.

Suo padre metteva i guanti spessi e la sciarpa pesante, indossava il giaccone e scendeva con lui in giardino. Enzo sentiva lo scricchiolio ruvido della neve che si compattava sotto gli scarponi a ogni passo. Aveva sempre i guanti indosso ma di solito li sfilava dopo poco tempo, perché la neve si ammucchiava tra le mani e non gli permetteva di costruire alcunché. Andava a finire che i guanti tornavano in tasca, anche se suo padre non voleva e sua madre, dal balcone, gli gridava di rimetterseli. Quante urla in quella mattina di neve. Con le mani rosse, brucianti, intirizzite, Enzo ammucchiava la neve mentre suo padre cercava qualche ramo spezzato per fare le braccia del pupazzo. Poi un rametto più piccolo per il naso, mentre la neve continuava a scendere copiosa e si infilava tra la sciarpa e la giacca. Quando i fiocchi scendevano lungo il collo, Enzo provava un brivido fastidioso che rapidamente scompariva mentre lui, intento a realizzare la sua opera, si adoperava per terminare la testa. Non sceglieva mai un nome per quel bianco ometto – un pupazzo è un pupazzo, poi c’era il rischio di affezionarsi – ma lo controllava ogni giorno dalla finestra, finché l’inverno che terminava non se lo portava via ai primi caldi.

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Cartolina da Torino #2

Caro Michele,

grazie per i guanti che mi hai mandato, li ho provati e mi vanno bene, tengono anche molto caldo e per l’inverno sono giusti. Sono contenta che Luisa ha trovato lavoro a Bari, anche se questo significa che dovrà lasciare il paese, ma non ti disperare perché è una ragazza che sa il fatto suo, quella i ragazzi li mette in riga e non ti devi stare a preoccupare se non la tieni vicina a te. La cosa importante è che ti deve chiamare tutti i giorni, ma questo non c’è bisogno che glielo dici, perché lei già lo sa. Chiedile anche di mandarti una lettera ogni settimana, così se poi non riuscite a chiamarvi vi potete sentire lo stesso.

Io ti racconto che Antonio ha cambiato mestiere. Visto che il contadino non lo pagava abbastanza, perché gli dava troppo poco per portare le cassette a Porta Palazzo, lui ha trovato un altro contadino che gli dà di più. Siccome è bravo, però, dopo poco tempo gli ha chiesto di gestire il banco insieme a lui, così ha potuto provare un mestiere nuovo e gli piace. Dice che urla tutta la mattina, chiede alle signore di comprare la frutta, di comprare la verdura, gli dice che è buona, che costa poco, gli fa li sconti. Insomma sono andata al mercato a vedere come lavora e ho visto che è molto bravo, anche se mi da un poco fastidio perché con le signore più carine fa le battute, però so che è una persona seria e non mi manca di rispetto. La cosa importante è che adesso guadagna di più.

Io pure mi sono trovata un mestiere perché, come ti ho detto l’altra volta, la signora del piano di sotto aveva bisogno per fare i servizi. Così ha detto anche ad altre amiche sue che c’ero io per fare i servizi, dice che anche se sono meridionale sono brava. Dall’ultima volta che ti ho scritto ho trovato altre persone, adesso lavoro tanto ma nella nostra casa entrano più soldi e abbiamo cambiato il letto. Finalmente possiamo dormire bene che fino alla settimana scorsa mi alzavo sempre con il mal di schiena.

Però la cosa più bella è che ho trovato una vecchia foto, solo che mi sono dimenticata di segnare la data e non mi ricordo bene quando l’abbiamo fatta, te la mando così la vedi anche tu. Ci sono io piccola con la mamma quando andavamo a camminare sul lungo Po Antonelli, dove abitavamo prima. Mi sembra che qui avevo due o tre anni, quindi forse era il 1954 o il 1955, pensa che mi ricordo ancora delle passeggiate che facevamo la domenica mattina. Quel cappellino l’ho passato a Simonetta, che se lo toglie sempre e vuole tenerselo sempre in mano. Non mi ricordo se qui c’eri ancora tu o stavi già dalla zia a Settimo, prima che siete tornati giù. Ho pensato ai giri sul fiume e l’altro giorno ci sono tornata. Sai che da quando ci siamo spostati in via Pisa non c’ero più andata? Adesso è tutto diverso, ci sono le case, le macchine, se provi a camminare ti mettono sotto, ma c’è una viuzza che scende e che ti fa avvicinare al fiume. La prima volta che sali per le feste ci andiamo così vedi come è diventato.

Fammi sapere se le canottiere per Vito vanno bene, così ve ne mando giù altre, perché la merceria dove lavora la signora ha roba buona anche se costa tanto, ma ogni tanto ce le possiamo permettere. Domani vado alla scuola elementare per iscrivere Simonetta, che a settembre inizia e siamo tutti già agitati perché ci dobbiamo comprare i libri. Adele invece sta crescendo, ha messo i denti e le fanno male, non sta mai ferma e o ride o piange, ma però la notte ci fa dormire.

Ti abbraccio tanto, tua sorella Loredana

Torino, 7 febbraio 1975

Statue che scappano

Imprescindibile, quasi una regola che, volente o nolente, tutti i torinesi devono in qualche modo subire. Accadde anche a Irene, che quando frequentava la quarta elementare fu portata in gita al Museo Egizio. La maestra di storia, tale Turco, era emozionata come una bambina nel varcare la maestosa soglia di quell’imponente palazzo. I bambini, invece, erano emozionati come adulti, nel senso che dai loro volti non traspariva nessuna emozione, se non la voglia di essere da un’altra parte. A differenza degli adulti, però, non avevano altri impegni oltre alla scuola, quindi niente scuse. Irene e i suoi compagni dovettero sorbirsi tre ore a spasso fra statue, papiri e soprattutto mummie. Tante, tantissime, poste nelle teche, a volte a due a due, a volte singole, a volte di animali e di bambini, a volte semiscoperte, con parti del volti rinsecchiti che emergevano dalle bende sudicie, a volte talmente ben fasciate da sembrare dei bambolotti di pezza.

Irene ascoltava la spiegazione della maestra Turco con sincera noia, mentre si guardava intorno cercando di trovare qualcosa di interessante. A dire il vero, qualche suo compagno di classe aveva innalzato il proprio livello di attenzione, ad esempio Luca, che però era strano e studiava sempre, ma anche Elisa, che di solito se ne stava sempre per conto suo e prendeva sempre «sufficiente» nelle verifiche. Irene evitò di sbuffare come facevano alcuni maschi, che apparivano maleducati, ma a un certo punto non riuscì a trattenere uno sbadiglio. La Turco se ne accorse. «Irene – si interruppe – vuoi aggiungere qualcosa alla mia spiegazione?». «No, maestra» disse lei, mentre cercava di riprendersi. «Allora mi sai dire di che cosa ho appena parlato». Il silenzio, il panico. Luca, che nel frattempo si era avvicinato a lei, sussurrò: «I monili». Irene ripeté. «Brava Irene – commentò la Turco – e che cosa dicevo a proposito dei monili?». Un altro sussurro e Irene proseguì. «Che li mettevano tra le bende come buon aspicio». «Auspicio», corresse la maestra, che comunque apparve soddisfatta, facendo finta di non notare i suggerimenti, e riprese a spiegare. L’aveva scampata, Irene guardò Luca e sussurrò: «Grazie». Lui sorrise, poi tornò a concentrarsi sulla spiegazione.

Però lei stette vicino a Luca, non voleva rischiare di incappare in un’altra interrogazione lampo e apparire distratta. Lui era strano, portava gli occhiali spessi e sembrava appassionarsi agli Antichi Egizi. A Irene annoiavano, preferiva la parte sull’Impero Romano, ma a Torino non c’era un Museo Romano e di conseguenza le toccava il giro all’Egizio. Stando vicina al compagno di classe, però, in qualche modo fu costretta ad ascoltare. Geroglifici, altri monili, oggetti vari, poi di nuovo geroglifici, geroglifici, gerogligici. Non riusciva nemmeno a ripetere la parola «geroglifici» e si chiedeva per quale motivo avessero scelto una parola così complicata per indicare quei segni a occhio così semplici. La visita terminò, con grande sollievo di buona parte della classe, ma una volta usciti la Turco annunciò che avrebbe fatto una verifica su quella piccola gita. Maledizione. Luca si avvicinò a Irene e la rassicurò. «Ho preso degli appunti – disse – e se vuoi te li faccio ricopiare». Irene restò colpita, sia dalla genorosità di Luca, sia dal «tradimento» della Turco. Antichi Egizi, gioie e dolori, insomma.

La verifica, tutto sommato, andò bene, ma qualcosa era cambiato. Un giorno, infatti, mentre suo padre la accompagnava in un negozio di abbigliamento, dal finestrino dell’auto vide una enorme sfinge, che troneggiava al centro della rotonda al fondo di corso Giulio Cesare. Non l’aveva mai notata, eppure non era la prima volta che passava da lì. Fu leggermente turbata. «Papà – chiese – ma hanno messo una sfinge?». «Una che?» disse lui. «La sfinge, la statua egizia». «Ah, quella! Ma c’è da anni». Irene avrebbe giurato di non averla mai vista prima di quel giorno. Non fu l’unico episodio. Qualche settimana dopo uscì per una passeggiata in centro con sua zia e sua cugina e, in piazza Castello, vide la sagoma di Ramesse II che troneggiava alle spalle di Palazzo Madama. Seduto, anzi «assiso», incorniciato dai simboli del potere, sereno e imperscrutabile. Irene non se n’era mai accorta. Ma da dove spuntava anche quello? E poi il colpo finale. Piazza Savoia, ancora qualche settimana dopo, si trovava lì con la madre per una commissione. Al centro della piazza campeggiava un enorme obelisco. «Oddio, ma questo quando l’hanno messo?». La madre sorrise. «Credo da poco, forse meno di trecento anni», rispose ironica.

Era evidente che qualcosa fosse uscito fuori dal Museo Egizio e si fosse diffuso in città. Irene non ci credeva, non era possibile che tutti quei simboli egizi fossero sempre stati sotto i suoi occhi. Non era possibile, non era semplicemente possibile. E chissà quanti altri ce n’erano! E poi piazza Savoia, ma cosa c’entravano i Savoia con gli Antichi Egizi? Ma dai. Però il cerchio andava chiuso, c’era sicuramente un buco nelle pareti del Museo Egizio che faceva scappare statue e simboli. L’unica soluzione era tornare lì, scoprire il buco e chiuderlo per sempre. Irene, quindi, convinse sua madre a riportarla al museo, lei ne fu stupita, dato che sapeva della pessima esperienza vissuta dalla figlia, ma acconsentì. Le due entrarono, Irene si guardò intorno, avida di scoperte, mentre la madre si perdeva a leggere le targhette, a osservare anfore e gioielli, a scoprire le storie dietro ogni statua. Irene si muoveva per le sale, cercava il buco, non lo trovò, sua madre la osservava con curiosità. Dov’era il buco? Dov’era? Da dove erano uscite tutte quelle statue? Da dove era passato quell’obelisco?

«Serve aiuto?». Una guida avvicinò Irene. «Sto cercando un… un… un buco», rispose lei. «Che buco?» ribatté la guida, una giovane laureata, incuriosita da quella risposta. «Quello che ha fatto uscire le statue». Nel frattempo, la madre di Irene si era avvicinata, rassicurando la guida. «Ah, ho capito!», disse la giovane, «vieni con me». E condusse Irene in una parte nuova del museo, che raccontava il museo stesso. «Ecco da dove sono uscite», le disse. Irene ritrovò tutto, l’obelisco, le immagini delle statue che si spostavano, che arrivavano in città sotto la guida degli esploratori, che si facevano spazi tra gli edifici di Torino. «Quindi ce le avete messe voi» commentò, rivolta alla guida. «In un certo senso sì, ma in un certo senso ce le hai messe anche tu». Irene non capì. «Lasciamo questa ragazza al suo lavoro? Non può star dietro solo a te» intervenne la madre, che liberò la guida. Quella visita finì, ma Irene uscì dal museo elettrizzata. «Non avevi detto che non ti piaceva?» chiese sua madre. «Sì, più o meno, ma devo scoprire da dove arrivano le statue, chi ce le ha messe. Torniamo un’altra volta?». «Certo – rispose la madre – tutte le volte che vuoi».

Dove c’era un architetto

«Che diavolo gli è preso? Che cos’è quella roba? Che cos’è? Che cos’è?».
«State calmo, Rav…».
«Non sto calmo proprio per niente! Ma dico, ci rendiamo conto? Chiamatelo immediatamente e fatelo venire qui!».

Ishmael sospirò, rassegnato, l’ennesima sfuriata del rabbino capo lo avevo stancato. Non tanto per lui, che tutto sommato aveva anche ragione, quanto per la situazione. Il problema era che nessuno della comunità aveva controllato bene i progetti al momento opportuno. Fiducia totale all’architetto e via, ma sarebbe stata solo questione di tempo. Toccava a Ishmael, ora, andare a chiamare quel bizzarro uomo che abitava in una casa ancora più bizzarra di lui. Stretta e lunga, per far passare il letto avevano dovuto abbattere un muro per poi ricostruirlo. Certo, forse gli indizi sulla sua stravaganza erano già sufficienti per lasciare intendere che forse non sarebbe stato la persona giusta. O forse sì, chi lo sa.

Ishmael bussò alla porta.
«Chi è?».
«Sono…».
«Ah sì sì, entrate, entrate». La porta sì aprì e di fronte a lui comparve una donna scapigliata, elegante e trasandata allo stesso tempo. Le sue origini nobili erano evidenti, per questo a Ishmael continuava a sfuggire il motivo per cui si fosse perduta con quell’architetto. Quest’ultimo, invece, sedeva al tavolo della cucina, di fronte a lui un cumulo di fogli, disegni, matite e righelli.
«Buongiorno, architetto». Disse Ishmael.
«Buongiorno a voi, venite». Rispose l’architetto.
Così il ragazzo poté dare un’occhiata ai progetti, vedere disegni cancellati, rifatti, modificati, con aggiunte e segni incomprensibili.
«Vedete – illustrò l’architetto – se noi aggiungessimo due montanti su questa parete, con un paio di tiranti qui, potremmo salire ancora di più».
«Ecco, vorrei parlarvi proprio di questo, signore».
«Ci ho lavorato tutta la notte».
«Non lo metto in dubbio, ma vedete…».
«E poi questi marmi vanno sostituiti, non reggono».
«Certo, ma il rabbino capo vuole vederla».
L’architetto si zittì e lo guardò perplesso. «Ma io devo lavorare», obiettò.
«Sono sicuro che potrà concedergli un’ora del suo prezioso tempo», ribatté Ishmael.
«Se vuole vedermi – aggiunse l’architetto alzandosi in piedi con irruenza – che venga lui al cantiere».
Ishmael fu spiazzato, ma l’architetto fu irremovibile. «Riferirò», disse il ragazzo.

Nell’ufficio del rabbino capo volavano fogli e fermacarte, mentre il calamaio rovesciato aveva imbrattato il pavimento e il tavolo. Solo le urla del rabbino erano più forti della paura di Ishmael di essere colpito da qualche oggetto volante. «Come si permette? – urlava il rabbino – Come si permette? Chi crede di essere?».
«Mi scusi…» provò a dire Ishmael.
«Lo prendo a calci! Giuro che lo prendo a calci! Cosa vuole fare salire ancora? Cosa? Dobbiamo arrivare fino in cielo? Questa è pura blasfemia! Io lo caccio! Lo caccio!».

Il progetto per quell’edificio sacro era sfuggito di mano, l’architetto era un visionario e continuava a cambiare i disegni, aggiungendo centimetri alla costruzione e prosciugando tutti i risparmi della comunità. Ma la situazione era troppo grave, il rabbino capo dovette mettere da parte l’orgoglio, si calmò e decise di correre al cantiere. La decisione era presa, il consiglio aveva stabilito la revoca del progetto.

«Architetto!». Ishmael lo intravide mentre parlava con il capomastro, richiamò la sua attenzione e gli chiese di avvicinarsi. L’architetto, notato il rabbino capo, quella volta ubbidì.
«Buongiorno», disse l’architetto.
«Buongiorno», disse il rabbino capo.
«Siete venuto a controllare i lavori? Ho qui dei disegni che vorrei mostrarvi».
«Architetto…».
«L’ho già detto al ragazzo, pensavo di aggiungere due montanti, ma ci ho ragionato, ne serviranno otto».
«Architetto, dovete interrompere i lavori».
«Scusi?».
«Non abbiamo più soldi, questo progetto è completamente un’altra cosa, ci è sfuggito di mano e la colpa è vostra».
L’architetto scoppiò a ridere.
«Sapevo che la vostra comunità avesse un grande senso dell’ironia – commentò – ma questa era veramente grossa, ci stavo credendo!».
«Ritenetevi sollevato dall’incarico, il progetto si ferma qui, vi pagheremo il dovuto e poi addio». Il rabbino capo girò i tacchi, l’architetto rimase di sasso, Ishmael cercò di incrociarne lo sguardo, voleva dirgli qualcosa, ma fu richiamato dal rabbino.

Le lacrime dell’architetto bagnarono i suoi disegni, ma durò poco, la rabbia prese il sopravvento. Cacciò tutti, capomastro, operai, gettò in terra alcuni trabattelli, strappò i disegni e prese a calci inutilmente un sacco di sabbia. Nessuno lo aveva capito, un’altra volta.

Pochi giorni dopo il rabbino capo ricevette la visita di un messo comunale. Fu un colloquio breve, concluso da una stretta di mano. Il rabbino ritrovò il sorriso e convocò il consiglio. Ishmael fu invitato ad assistere, perché avrebbe dovuto riferire tutto all’architetto. Anche il ragazzo fu contento e corse da lui, non vedeva l’ora di annunciargli che il Comune di Torino avrebbe acquistato l’edificio per completarne la costruzione.

«Architetto! Architetto!».
L’architetto non gli aprì.
«Ho una buonissima notizia per voi!», insisté Ishmael.
La porta si mosse e restò socchiusa.
«Che volete?» disse l’architetto facendo capolino, era scuro in volto.
«Il Comune comprerà tutto».
«Tutto che?».
«L’edificio, il vostro progetto, tutto!».
«Cosa se ne fa il Comune di una sinagoga?».
«Non sarà una sinagoga, credo, ma ho qui tutti i documenti».
«Chi si occuperà del progetto?».
«Voi».

L’architetto non ci credeva, prese subito la copia dell’atto di acquisto da parte del Comune per leggere il nome dell’architetto designato. C’era scritto: Alessandro Antonelli. Un raggio di sole entrò in quel momento dalle finestre di Casa Scaccabarozzi.