Ci racconti Porta Palazzo?

La foto in copertina è di Michele D’Ottavio

Esattamente un anno fa, il nostro Paese riapriva dopo il primo lockdown. Molte persone si sono riabbracciate dopo oltre due mesi proprio in questo giorno. Con il libraio Rocco Pinto avevamo appena concluso il progetto Borgo Rossini stories, che poi sarebbe diventato un libro con la casa editrice Graphot. Il percorso è proseguito, ora stiamo lavorando al volume Barriera stories, in uscita fra qualche settimana, e da oggi lanciamo una nuova iniziativa: Porta Palazzo stories.

Lo facciamo con una associazione, Ponti di parole, creata da me e Rocco Pinto, di cui fa parte anche Claudio Aicardi, per costruire legami sul territorio attraverso la scrittura e i libri Riassume questo concetto un logo bellissimo, realizzato dall’artista Antonio Lapone.

Il logo dell’associazione “Ponti di parole”

Ora tocca di nuovo a te. Ci racconti la tua Porta Palazzo? Come la vivi, se ci vivi, che ricordo ne hai, com’era in passato e com’è adesso. Si tratta di una zona centrale per Torino, una vera porta di accesso che separa, di fatto, due città. Del resto è sempre stato così anche storicamente. Insomma, “Porta Pila” non è solo il mercato, è molto di più.

Chiunque potrà partecipare inviando un racconto (al massimo 5000 battute spazi inclusi), meglio se corredato da un’immagine di proprietà dell’autore, all’indirizzo email: pontidiparole.to@gmail.com con oggetto “Porta Palazzo stories”.

Dal 15 maggio al 30 giugno, i racconti sul quartiere di Porta Palazzo saranno pubblicati sul sito web della libreria Il Ponte sulla Dora, che è partner di questa nuova iniziativa.

Al termine dell’iniziativa online, sarà effettuata una selezione, con eventuali integrazioni da parte dei curatori, per arrivare alla pubblicazione di un volume, la cui uscita è ipotizzata nel mese di ottobre 2021.

Associazione “Ponti di parole”

Nasce a Torino nel 2021 da un’idea di Rocco Pinto e Paolo Morelli. Ne fanno parte i due ideatori, con Rocco Pinto nelle vesti di presidente, e il libraio Claudio Aicardi. Ponti di parole promuove il progetto “Stories”, che ha l’obiettivo di raccontare i quartieri e le città attraverso le voci degli abitanti o dei frequentatori, con l’intento di ricostruire una memoria collettiva e condivisa.

FAQ

Proviamo a sciogliere qualche dubbio eventuale.

  • In quale formato devo inviare il mio racconto? Qualunque formato di testo editabile. Per favore, evita i pdf. Ti prego.
  • Inviare un’immagine è obbligatorio? No, ma se lo fai ci aiuti a organizzare il lavoro. Anche perché in funzione di un futuro libro, le immagini serviranno.
  • Devo aggiungere anche un titolo? Non per forza, ma se lo fai è meglio, almeno sarebbe un titolo “tuo”.
  • Abito fuori Torino o in un altro quartiere, posso partecipare lo stesso? Certo, basta che al centro del tuo racconto ci sia Porta Palazzo.
  • Ho già scritto su Borgo Rossini e Barriera di Milano, posso scrivere anche su Porta Palazzo? Se hai qualcosa di interessante da raccontare non c’è nessun problema.
  • Borgo Dora è incluso? Non fa parte di Porta Palazzo, ma i confini dei quartieri sono solo delle convenzioni, perciò se si tratta di zone confinanti o con stretti legami fra loro (Borgo Dora è un esempio) terremo in considerazione anche questi territori.
  • Che tipo di racconto devo scrivere? Un ricordo personale, un aneddoto storico, un racconto legato a un evento di interesse, ma anche un racconto inventato, purché sia ambientato a Porta Palazzo.
  • Ho scritto 5100 battute, vanno bene lo stesso o devo tagliare? Se sfori di così poco non c’è problema. Ecco, se hai scritto 15000 battute ti chiediamo di lavorarci un altro po’, non possiamo tagliare noi, non sarebbe nemmeno corretto nei tuoi confronti.

Hai altri dubbi? Scrivi a pontidiparole.to@gmail.com

L’associazione organizza iniziative sul territorio insieme ad altre realtà culturali, per promuovere la lettura, la scrittura, la memoria e il senso di comunità.

Quella storia della movida e delle zone cuscinetto

È un altro di quei momenti in cui si capisce come la pandemia abbia fatto esplodere un problema già esistente. Negli ultimi anni, Torino si è impoverita dal punto di vista dell’offerta serale e notturna, la morte dei Murazzi non è mai stata superata del tutto e non esiste un piano serio per gestire la cosiddetta movida. Anzi, la stessa parola «movida» ha oramai assunto un’accezione negativa. Ci siamo dimenticati che il divertimento serale non è solo cocktail, ma prima di tutto offerta culturale. Ci si preoccupa solo di come «arginare la movida», ma come può uno scoglio, per citare qualcuno, arginare il mare?

Negli ultimi giorni, alcune zone della città hanno fatto ancora da collettore per una massa grande e estesa di giovani. Parliamo principalmente di Vanchiglia, con piazza Santa Giulia, e Borgo Rossini, con le due esedre che si allargano all’inizio di via Reggio, a pochi metri dalla Dora. Dunque vorrei provare a fare un discorso complesso.

Il primo ragionamento riguarda le norme sanitarie in vigore. Perché si consente che una fascia di popolazione rispetti divieti di assembramento oltre a obblighi di distanziamento e mascherine – fra aziende fallite e morti in famiglia – mentre un’altra fascia di popolazione semplicemente se ne infischia? Se le regole valgono, allora valgono per tutti, altrimenti c’è il rischio di pensare che tanto non succede niente, come nel caso della torteria di Chivasso. Oppure togliamo i divieti e togliamoci il pensiero. Una città in cui le regole esistono solo per chi le rispetta non è una città seria.

Veniamo quindi al secondo ragionamento. Al netto delle norme sanitarie, è oramai un fatto l’esistenza di determinati locali – ad esempio Le Panche, Braciamoci e Bell ‘e buon, per restare in Borgo Rossini – che attirano un numero spropositato di clienti. Buon per loro, vien da dire, ma il problema è che non c’è nessuna gestione di questi clienti al di fuori dei suddetti locali. Il risultato è che i bicchieri di spritz si espandono, occupano marciapiedi, vie laterali e tolgono spazio ad altre attività. Lasciano sporcizia, tracce fisiologiche (per così dire) e tutto ciò che ne consegue. Di chi è la responsabilità? Dei locali che ignorano tutto ciò che accade oltre i banconi?

Dare la colpa ai clienti, quindi ai cittadini, è sempre molto comodo. Mi domando se qualche politico – ad esempio il presidente della Regione o la sindaca di Torino – creda sul serio che basti «fare un appello» perché le persone, di punto in bianco, si comportino «bene». Anche perché, al di là della situazione sanitaria, questo problema è sempre esistito. Dunque vogliamo colpevolizzare i giovani che vanno a bere in compagnia? Abbiamo avuto tutti vent’anni e sarebbe di certo un atteggiamento ridicolo. Poi, naturalmente, c’è differenza fra uscire con gli amici e fare pipì davanti a un portone. C’è chi ha educazione e chi no, per questo esistono le sanzioni (ma vi ricordate i controlli di un anno fa?).

Il problema grave, a Torino, è che il grosso della «movida» era prima canalizzato dai Murazzi, dove c’erano sì dei problemi, ma era una realtà esclusivamente dedicata a questo genere di offerta. Con la chiusura di quel luogo – che oggi ricordiamo tutti con nostalgia come se fosse stato il Paradiso, andiamoci piano anche con questo – i flussi di movida si sono spostati. Nulla si crea, nulla si distrugge, vien da dire.

Ecco che il grosso della movida è tornato ad appesantire San Salvario e Quadrilatero Romano, poi si è riversato su Vanchiglia, letteralmente crollata sotto il peso dei locali che prendevano il posto delle botteghe artigiane (sì, c’è anche quel problema lì e non è colpa della movida, semmai ne è una causa). Nei successivi anni di non gestione del fenomeno i flussi si sono mossi ancora e così il Quadrilatero ha perso appeal in favore di Borgo Rossini. C’è, però, un piccolo problema: nessuno dei quartieri citati ha spazi a sufficienza per ospitare gruppi e gruppi di persone. È così che le librerie vengono ricoperte dagli spritz e non si riesce ad attraversare un marciapiede per entrare in edicola. Non ci sono panchine, non ci sono piazze, non ci sono giardini, restano solo esedre e marciapiedi.

Del resto le piazze vere, a Torino, non le puoi mica toccare, perché sono «auliche». Ci abitano quelli ricchissimi che la sera vogliono riposare e sai, con quello che costano le case hanno pure ragione (quelli degli altri quartieri invece sono brutti e cattivi, le case fanno schifo ed è già tanto che qualcuno parli di loro, perciò zitti). Piazza Vittorio Veneto, con la chiusura dei Murazzi, ha perso di attrattiva. Piazza San Carlo, per la vita serale e notturna, è semplicemente vuota e inutile, piazza Castello pure, ma comunque funziona meglio per i selfie. L’unica rimasta semi-attraente è piazza Gran Madre, che tuttavia non ha gli spazi delle altre piazze. Poi c’è piazza IV Marzo, carina, ma piccola. Via Roma andrebbe bene ed è stata pure pedonalizzata a metà, ma è sono una sfilata di negozi e di sera non ha alcun senso attraversarla. Ma anche di giorno, a meno di non dover fare shopping. Piazza Carlo Felice? Una delle più buie e tristi delle serate torinesi, anzi forse pure pericolosa con poca luce. Ci sarebbe il Parco del Valentino, peccato che i locali al suo interno siano stati ammazzati uno dopo l’altro, fra bandi mal fatti, concessioni scadute e  manovre poco chiare di alcuni gestori. Ora forse riparte l’ex discoteca Chalet. Con calma. E non venitemi a dire che è colpa della pandemia: era così anche prima, solo che facevamo finta di non vedere.

Il punto centrale è che a Torino manca una vera zona dedicata alla vita notturna, come possono essere i Navigli per Milano. Qualcuno obietterà che a Milano ci sono anche altre zone. Grazie, lo so, era solo un esempio. L’amministrazione torinese ha preferito le zone cuscinetto alle zone notturne – che non vuol dire «a luci rosse», per quanto non sarei nemmeno contrario – e vien da chiedersi perché. Forse perché ci sono locali intoccabili? Forse perché ci sono gestori che è meglio non contrariare? O forse perché fa comodo avere zone cuscinetto? Se la movida – utimamente contrapposta all’orribile parola «malamovida» – si riversa tutta fra San Salvario (meno che in passato), Vanchiglia e Borgo Rossini, significa che tutti gli altri quartieri della città non romperanno le scatole.

Il discorso è che questo fenomeno va gestito e l’offerta serale e notturna fa parte di una città completa e civile. Lasciamo perdere le limitazioni di adesso, è una questione di pubblico di riferimento: quelli che affollano le esedre di Borgo Rossini per gli spritz a 2 euro sono grosso modo gli stessi che andrebbero a far serata ai Murazzi o al Valentino. Se l’offerta non c’è, le persone si spostano come meglio credono e i sono i gestori a comandare. Il Far West, però, va bene solo nei film: è comodo dire «viva la libertà» se non hai il caos sotto il tuo balcone.

Una volta sono sceso a lamentarmi con un locale che si trovava sotto casa mia, erano le quattro del mattino e tremavano i vetri delle finestre (abitavo al quinto piano e mi domandavo per quale motivo nessuno fosse sceso a lamentarsi, una vicina però dormiva con i tappi alle orecchie, sul serio). I gestori mi hanno risposto malissimo facendomi sentire un bigotto, poi hanno abbassato il volume sbruffando. Ah, l’età media dei gestori e dei clienti di quel locale era cinquant’anni, perciò non è una questione di anagrafe, ma di educazione. Se poi esistono zone cuscinetto a Torino dove vige la legge del Far West, chi se ne importa se qualcuno (fatto realmente successo) decide di fare i suoi bisogni dentro il portone di casa tua perché gli scappava? Chi se ne importa se esci di casa e trovi un bicchiere di birra abbandonato sul marciapiede a pochi passi da uno di quei locali che, poverini, hanno talmente tanti clienti che mica possono sorvegliarli tutti?

Sei pronto a tornare a teatro?

In copertina: il Teatro Carignano di Torino.

Il nuovo decreto in arrivo apre una prospettiva e tante incognite. Da lunedì prossimo, 26 aprile, il Piemonte – insieme ad altre regioni – potrebbe tornare in zona gialla e togliere i lucchetti ai luoghi della cultura. Ci sono i teatri, i cinema, i musei, i centri culturali. Tanti cosiddetti «terzi luoghi» che sono il cibo dell’anima, come si dice, ma che più semplicemente rappresentano una «terza via» che si colloca a metà fra il lavoro (o la scuola) e la casa, insomma fra il dovere e il riposo.

Ci sono tanti dubbi. La situazione epidemiologica nazionale è tutt’altro che rassicurante e c’è il rischio che le prossime riaperture diventino una sorta di «liberi tutti», e tanti saluti alle precauzioni sanitarie. Dando uno sguardo a questo stesso periodo dello scorso anno, i dati di oggi sono fin peggiori, ha quindi senso riaprire? Non è questa la sede per discuterne, non abbiamo le competenze né le informazioni necessarie, ma la clausura forzata del tempo libero è una questione da affrontare. Perché negli ultimi mesi abbiamo vissuto un lockdown a metà, dove le attività lavorative o di «necessità» erano consentite mentre erano limitati o impediti lo svago, l’arricchimento culturale e personale, la possibilità di crescere come esseri umani. È inevitabile: siamo nel bel mezzo di una pandemia (tuttavia con lo spiraglio che ci offre la campagna di vaccinazione).

La domanda è ora: torneresti a teatro? Andresti al cinema? Ti piacerebbe visitare un museo? Nel mio caso la risposta è sì. Anzi, non vedo l’ora. Però c’è un piccolo problema. Nell’ultimo anno e mezzo la routine quotidiana è radicalmente cambiata. L’abitudine a vivere e lavorare dentro casa ha tolto in molti casi quell’attitudine a uscire, scambiare, vivere. I rapporti si sono sfilacciati, le relazioni si sono affievolite, tutto è mediato da un telefono o da un computer. Che effetto ci farà tornare ad assistere a qualcosa «in presenza»? Avremo un livello di attenzione ancora adeguato a restare seduti per una o due ore senza guardare il telefono? Sto utilizzando molti punti interrogativi e me ne rendo conto, ma del resto è un post pieno di domande alle quali, spero, di trovare risposta nelle prossime settimane.

Forse accadrà l’esatto opposto. Magari capiremo che tutti quei momenti vissuti di fronte a un palco o a un megaschermo, fra i papiri del Museo Egizio o fra i capolavori della Galleria Sabauda, sono invece preziosissimi. No. La cultura non è uno svago, ma è una dimensione centrale dell’essere umano. I libri, i giornali, i concerti (già, i concerti), sono tutte attività che ci definiscono come persone. Il coprifuoco permarrà ancora per un po’, questo comporterà una ulteriore ridefinizione della nostra routine quotidiana per conciliare lo straripare del lavoro con attività di crescita mentale. Si potrà fare più o meno tutto, ma in un tempo minore. Paradossalmente, questo potrebbe dare più valore a ogni istante. Può darsi che questo ci aiuterà ad apprezzare meglio ogni cosa.

Qui di seguito riporto alcune notizie sui teatri, che ho scritto qualche giorno fa sulle pagine del Corriere della Sera di Torino. Un piccolo vademecum che può iniziare a dare indicazioni su cosa aspettarci.

Sorelle di Rambert e Festen di Vinterberg e Rukov. Sono le due produzioni di Fondazione Tpe pronte al debutto che potremmo vedere in scena già dalla prossima settimana. Stesso discorso per il Teatro Stabile, che di produzioni pronte ne ha ben di più: Le sedie di Ionesco per la regia di Valerio Binasco, oppure La casa di Bernarda Alba e 10mg. Ma ce ne sono molte altre. Per tutti i teatri, comunque, le decisioni saranno prese dopo un confronto con la Regione: sarà necessario capire se il Piemonte, stando al trend di contagi, dal 26 aprile sarà in zona gialla. Una volta avuto l’ok, partiranno le chiamate ad artisti e tecnici. Per le realtà più piccole il discorso è diverso. Fertili Terreni Teatro, che raccoglie Tedacà, Acti, Cubo e Mulino di Amleto, ha già pronto il format Progetto 21 ma attende le note interpretative del decreto, è probabile che con il distanziamento di due metri la capienza dei locali si riduca troppo, quindi l’ipotesi è avere spettacoli all’aperto. Casa Fools punta tutto su Hell, spettacolo su Dante riconosciuto dal comitato per il 700°, e su Troiane, ma prevale la cautela: riaprire per poi chiudere dopo poco tempo sarebbe un problema serio.

Il teatro come sostegno alle energie

Il teatro è un volano di iniziative ed energie. Il territorio piemontese, e Torino in particolare, ha al suo interno una miriade di compagnie e realtà teatrali, spesso impegnate su più fronti (non c’è solo il palcoscenico come lo intendiamo), che tengono insieme un tessuto culturale piuttosto ricco. Ciò che manca, in un Paese nel quale è ancora il consumo a dominare ogni finalità produttiva, è un sostegno strutturato al settore. Difficile immaginare che qualcuno paghi delle persone per pensare, per creare, per proporre idee e soluzioni.

Ci ha pensato il Teatro Stabile di Torino. Verso la fine del 2020, l’ente diretto da Filippo Fonsatti aveva lanciato il progetto Argo coinvolgendo decine di artisti del territorio per la produzione, letteralmente, di idee. Scritturati e pagati per un mese. Ora ci riprova e «occupa» il palcoscenico dei teatri Gobetti e Carignano, in centro a Torino, per concederli per circa un mese a sei compagnie selezionate sul territorio: Lab Perm, Piccola Compagnia della Magnolia, Mulino ad Arte, Accademia dei Folli, Asterlizze Teatro, Giacopini-Vacis.

Potranno completare le prove di sei spettacoli che saranno poi programmati nel cartellone estivo dello Stabile: Dall’altra parte di Ariel Dorfman, L’Arte del Vivere e del Morire – Tragodia Project di Domenico Castaldo, Aldiquà di tutto di Christian di Filippo, Un pianeta ci vuole di Ugo Dighero, Daniele Ronco e Marco Melloni, Signorina, lei è un maschio o una femmina di Gloria Giacopini e Giulietta Vacis, Una cosa che so di certo di Giulia Ottaviano e Alba Maria Porto.

E poi la formazione. Per dieci giorni, il direttore artistico, Valerio Binasco, terrà un workshop per otto allievi (e 12 uditori) a Teatro Carignano. C’è un bando per partecipare sul sito ufficiale dell’ente teatrale nazionale.

È un modo per sostenere il pensiero, le energie culturali di un territorio. Gli enti pubblici, di solito, fanno così. Lo Stabile è sempre più un punto di riferimento in questo campo, un nodo di raccordo fra il tessuto culturale e le istituzioni.

Il dettaglio è qui.

La Torino dei poeti

La foto in copertina è di Michele Guaraldo ed è stata pubblicata sulla pagina Facebook del Mercato dei Poeti.

Di poesia si parla sempre troppo poco. O meglio, se ne parla in canali dedicati e quando ne esce viene spesso trattata come una chimera. Eppure nella poesia ci sono le chiavi per capire il mondo, per interpretarlo e per alleggerire la pressione della quotidianità. No, c’è molto di più. Tuttavia non parlerò di poesia perché non è il mio campo, ne riconosco l’importanza e la meraviglia, ma non fingerò di esserne esperto. Mi piacerebbe ricordare, piuttosto, il legame fra la poesia e la città di Torino.

Poesia non è soltanto la paginetta scritta in versi che racconta una storia. Poesia è soprattutto il poetry slam, le letture, gli eventi. Un mondo che è stato praticamente spento e che anche i poeti torinesi hanno ricordato, con un flashmob, lo scorso 5 novembre. A guidare l’evento sono stati Max Ponte e Valerio Vigliaturo, che hanno poi lanciato un concorso a gennaio. Fra gli esponenti della poesia torinese più noti al grande pubblico c’è sicuramente Guido Catalano, che ha all’attivo diversi libri e alcune apparizioni in televisione. La poesia, tuttavia, non è fatta solo di volti noti e meno noti, alla base ci sono i progetti.

Perché parlo di questo argomento? Perché domenica 21 marzo ricorre la Giornata mondiale della poesia. Per l’occasione, la Fondazione Cirko Vertigo propone uno spettacolo su Nice Platform sabato 20 marzo alle ore 21. Si tratta di Magnificat di Arianna Scommegna, opera dedicata ad Alda Merini, per i 90 anni dalla nascita della poetessa. In scena anche Giulia Bertasi alla filarmonica per la regia di Paolo Bignamini.

Il legame di Alda Merini con il Piemonte è piuttosto tenue. Durante la Seconda guerra mondiale, lei con la sua famiglia fu costretta a scappare da Milano per sfuggire alle bombe. Si rifugiarono a Vercelli, dove viveva una zia della futura poetessa (all’epoca dodicenne). Restò lì fino alla fine della guerra, lavorando come mondina. A raccontare la sua vita c’è un bellissimo sito web curato da una delle sue figlie, Flavia Carniti.

Torino in più occasioni ha ricordato Alda Merini con spettacoli e letture, pur non avendo con la poetessa particolari legami storici a parte alcune pubblicazioni con Einaudi. Ad esempio l’antologia Fiore di poesia curata da Maria Corti. Nel periodo in cui Alda Merini si preparava a diventare la grandissima poetessa che tutti conosciamo, peraltro, a Torino nacquero interessanti progetti letterari che è bene ricordare per capire quanto la dimensione poetica faccia parte di questa città senza per forza risalire a Giovanni Arpino o Guido Gozzano.

Nel 1968, Adriano e Maurizio Spatola fondarono le celebri Edizioni Geiger, che pubblicarono esperimenti poetici di rilievo fino al 1979. Per tornare ai giorni nostri, o quasi, è degna di nota l’esperienza di Torino Poesia, che fra il 2006 e il 2010 portò alla nascita di un festival omonimo e anche della casa editrice Manifattura Torino Poesia. Ne parla sul suo sito web uno dei fondatori, Tiziano Fratus, elencando anche i nomi di tutti i principali esponenti di quell’avventura. Infine arriviamo al Mercato dei Poeti. La sera del 12 maggio 2019, Piazza della Repubblica, dove di giorno si tiene abitualmente il mercato di Porta Palazzo, ospitò questa iniziativa. I banchi furono allestiti da poeti e artisti di strada, che distribuivano poesie, performance, attività creative e piccoli reading. Un’esperienza stimolante, intensa, che rendeva palpabile quanto fosse fertile il terreno culturale torinese. Un’esperienza che forse si sarebbe ripetuta, se non fosse accaduto quello con cui ancora oggi ci confrontiamo.

Questo piccolo excursus, senza pretesa di storicità, vuole solo ricordare che il mondo culturale a Torino esiste e produce. Le forze per trovare idee nuove, a ben vedere, ci sono. Tocca esprimerle e declinarle in base al momento che viviamo.

Da Mozart all’Unità d’Italia, pitòst che nient…

Foto in copertina: Wikimedia Commons

Fra il 1771 e il 1861, Torino passò da semplice spettatrice di un fatto di media rilevanza a storica ad assoluta protagonista per le sorti di quella che, un giorno, si sarebbe chiamata Italia. Due ricorrenze differenti che trovano una sintesi in questi giorni grazie ad alcuni eventi per celebrarle.

La prima è l’arrivo di Leopold e Wolfgang Amadeus Mozart in città, rispettivamente padre e figlio, giunti nell’allora capitale del Regno di Sardegna per incontrare Carlo Emanuele III e sperare di ottenere una commissione importante: un’opera da rappresentare a Carnevale. Non andò in porto, ma è oramai certo che fra il 15 e il 31 gennaio 1771, un giovanissimo Mozart visitò una città ricoperta di neve bianchissima (e chi se la ricorda, oggi, la neve?). Della ricostruzione di quegli eventi si è occupato, facendo un lavoro egregio, Marco Testa sul Corriere Musicale. I Mozart alloggiarono all’hotel Dogana Nova e assistettero a L’Annibale in Torino di Giovanni Paisiello al Teatro Regio, visitarono probabilmente il Teatro Carignano e Palazzo Barolo e, negli ultimi giorni di permanenza in città, il giovane Wolfgang ebbe modo di festeggiare anche il suo compleanno. Non si sa nient’altro.

A distanza di 250 anni da quel momento, il Teatro Stabile, con l’Unione Musicale e il Conservatorio di Torino, ha costruito una produzione originale a partire dal libro Amadé di Laura Mancinelli. Tre puntate in cui l’attrice e regista Olivia Manescalchi interpreta altrettanti brani insieme a 12 musicisti del Conservatorio. La prima andrà online il 17 marzo alle 21 sul sito dell’Unione Musicale. Le successive saranno disponibili il 24 e il 31 marzo, sempre alle 21. Una produzione nuova per un anniversario come il 250°, pressoché l’unica iniziativa di rilevanza cittadina dedicata al grande compositore. E meno male. Altrimenti ce ne saremmo dimenticati.

Un anno fa ho scritto un racconto ispirato alla vicenda di Mozart a Torino. Un racconto molto fantasioso, in cui mi sono preso qualche libertà, ma se lo volete leggere si trova qui.

Novant’anni dopo l’arrivo dei Mozart, Torino era radicalmente cambiata. Nel mezzo c’era stato il dominio francese di Napoleone, la Restaurazione, i moti del 1820-21, lo Statuto Albertino del 1848 e addirittura una sorta di cambio di dinastia fra i Savoia, dove il ramo di governo divenne quello “cadetto” dei Carignano. Tutto intorno un grande fervore politico. Il 17 marzo fu proclamata, nel primo Parlamento italiano allestito a Palazzo Carignano, la nascita del Regno d’Italia.

Ecco che il 17 marzo 2021 si incrociano in città gli eventi per celebrare due ricorrenze di importanza differente. Per il 160° dell’Unità d’Italia c’è una conferenza degli storici Andrea Merlotti e Pierangelo Gentile, promossa dalla Direzione regionale dei Musei del Piemonte (nella sede di Palazzo Carignano) per parlare proprio del ramo dei Savoia-Carignano. Il Museo del Risorgimento invece si illumina di tricolore (insieme alla Mole Antonelliana) e presenta un nuovo logo, realizzato dagli studenti dello Ied, mentre a Santena si inaugura, virtualmente, il Memoriale Cavour. Fra le novità grafiche, l’ente ospiterà una conferenza dedicata al terzo settore, alla quale dovrebbe intervenire anche Dario Franceschini, Ministro della Cultura. Forse sarebbe potuta nascere un’iniziativa comune, dato che i due enti sono praticamente coinquilini nello stesso edificio. Pazienza.

La città dove sostanzialmente il Risorgimento italiano è nato, a ben vedere, avrebbe potuto fare qualcosa di più, magari attivando un coordinamento a livello istituzionale. Nessuno, visti i tempi, ha voglia di infierire, ma certo è curioso notare come per una ricorrenza tutto sommato secondaria per la storia di Torino (la breve visita dei Mozart) si crei una produzione nuova – e ciò rende onore ai tre enti che l’hanno fatto – mentre per una ricorrenza pressoché centrale si riduca tutto a due conferenze, pur lodevoli, e ai tricolori.

A Torino si dice pitòst che nient, l’è mej pitòst (piuttosto che niente è meglio piuttosto). Forse ci siamo abituati così.

Se vuoi segnalare qualche iniziativa scrivi a press(at)paolomorelli.net

8 marzo 2020 – 8 marzo 2021: storia di un anno

Quel giorno avevo deciso di portare la mia metà in un delizioso ristorante a pochi chilometri da Genova, che dalle vetrate sui monti in salita serviva pesce e riflessi del mare. Fu la consapevolezza dell’ultima occasione a indurci a correre, seguendo il profumo delle mimose in fiore e il richiamo dell’asfalto che supera i confini. Una corsa anacronistica, col senno di poi, che ci portò a sfrecciare lungo un’autostrada già preda di cornacchie e rondini, dove la natura iniziava a occupare gli spazi lasciati vuoti dagli uomini. Un’auto, la nostra, e un camion. Così per 120 km fino alle montagne. E poi il blu che avvolge, il caos cittadino, l’asfalto che abbraccia il cemento e sullo sfondo il sole che luccica sull’acqua.

Ricordo i momenti rubati, le mascherine che destavano stupore e le email di lavoro che mettevano in guardia dall’attraversare le «zone rosse». Ricordo le passeggiate in spiaggia e le deliziose stradine che si arrampicano sulla montagna mentre sotto c’è il mare, l’ultimo saluto alla Liguria (che avremmo rivisto solo ad agosto per una settimana, ma ancora non lo sapevamo) e il rientro, incolonnati nel traffico. Ricordo anche la paura di restar bloccati, la cena fugace da mia madre, quando ancora si parlava di politica spiccia e faccenduole di vita privata, e poi il ritorno a casa. Stanchi e preoccupati, ma felici.

Ricordo le passeggiate in spiaggia e le deliziose stradine che si arrampicano sulla montagna mentre sotto c’è il mare, l’ultimo saluto alla Liguria

La data è precisa: 8 marzo 2020. Quando ci rendemmo conto che le «zone rosse», le chiusure e il virus erano qui, che lo stravolgimento della vita era sulla porta di casa, anzi, era già dentro. Lo ricordo perché era la Festa della donna e la gita in Liguria era il mio regalo per lei. Ed era, in realtà, anche un regalo per me, perché amo vederla sorridere di spensieratezza, un risultato che tendenzialmente si ottiene davanti a una spiaggia (e del resto il mare piace anche a me).

Quello che è accaduto dopo si confonde, tutto si mescola. So che le prime volte a far la spesa ci si andava con una mascherina da bricolage, l’unica posseduta. Oggi le mascherine abbondano, ma all’epoca non si trovavano e ogni giorno si facevano telefonate alle farmacie. Stesso discorso per il gel disinfettante, che semplicemente non avevamo mai acquistato. La paura di avvicinarsi a qualcuno, le code al supermercato dove si entrava contati, il tempo passato a disinfettare tutto una volta a casa. Tutte cose che, a un certo punto e senza capire come, sono svanite.

Poi la santificazione dello smartworking come futuro del mondo. In realtà è una soluzione comoda per risparmiare sui costi di gestione di una sede aziendale e un modo per estendere a dismisura l’orario di lavoro. La trasformazione dell’abitazione privata nell’ufficio, i panni da stendere tra un impegno e l’altro, la spesa da mettere in frigo guardando le email, le pulizie con un occhio al telefono. La quiete, la fine degli adempimenti lavorativi, che arriva solo a tarda sera, quando sei troppo stanco per leggere un libro («leggerò tantissimi libri!», sì, come no). Il rovescio della medaglia è rappresentato da quei dipendenti che hanno imparato a utilizzare lo smartworking per restare a casa – in tempi più quieti – a oziare o occuparsi di altro. Chiamatelo «telelavoro», perché di «smart» non ha proprio nulla.

Oggi le mascherine abbondano, ma all’epoca non si trovavano e ogni giorno si facevano telefonate alle farmacie

Il complottismo, i post su Facebook partoriti dalla sicumera di chi ha capito tutto. Quelli che «dittatura sanitaria», quelli che «la mascherina non serve a niente e anzi è dannosa perché respiri la tua anidride carbonica». E mentre ogni giorno muoiono centinaia di persone ti dicono che è tutto pilotato, non si sa come né da chi, ma è pilotato. Ah ok. Quelli che sapevano come gestire una pandemia, quelli che «bisogna aprire tutto» e poi «bisogna chiudere tutto», quelli che dicono «perdiamo un fatturato di 4 miliardi l’anno» e poi si scopre che i numeri sono leggermente diversi al punto che si sospetta una qualche evasione fiscale.

Poi l’estate dove sembrava tutto finito, nella quale decine e decine di Cassandre ci mettevano in guardia, ma ce ne siamo fregati. Gli appelli alla responsabilità mentre tutto è aperto, tutto funziona, tutto è concesso. La colpa delle persone che si assembrano mentre l’unica soluzione proposta dai governanti è «chiudiamo di nuovo tutto». Un po’ come adesso, dove è ancora colpa del singolo cittadino – un po’ a ragione, un po’ no – e ora che finalmente il vaccino c’è (con buona pace dei complottisti di cui sopra), va talmente lento che di questo passo riceverò la prima dose forse fra un altro anno. E mentre osservo i dati che minacciano una nuova risalita capisco che non è cambiato granché, a parte i vaccini (per fortuna, direi, anche se dentro c’è un microchip che ti collega al 5G).

«Ne usciremo migliori» manco per niente. A un anno da quel momento, mi sento di dire che sia avvenuta una frattura insanabile tra due modalità di approccio alla vita. C’è chi lotta, anche in buona fede, per continuare a vivere come prima e c’è chi si sta adattando a farlo in maniera diversa. Nessuno ha ragione e nessuno ha torto. È un fatto, però, che il nostro habitat sia cambiato e noi, se vogliamo sopravvivere, dobbiamo modificarci in sua funzione.

A volte mi rendo conto, oggi, di ripetere alcuni comportamenti del passato, dell’era «pre-Covid». È inutile e troppo complesso andare a vedere il dettaglio di ogni azione, ma per quanto mi riguarda la pandemia ha rimosso alcuni freni inibitori. Alcune cose «vecchie» ci sono ancora ma sono passate in minoranza rispetto ad altri comportamenti «nuovi» o «riadattati». È stato un anno in cui ho centrato alcuni obiettivi per il semplice fatto di averci creduto di più rispetto al passato. Quindi ho capito che per sopravvivere bisogna sforzarsi di appartenere alla seconda categoria di persone, quelle che si adattano e sono strettamente collegate con l’ambiente.

C’è chi lotta, anche in buona fede, per continuare a vivere come prima e c’è chi si sta adattando a farlo in maniera diversa

Ricordo e vedo tuttora i negazionisti, quelli che «io non mi prendo il Covid», quelli che «ma mica devo tenere sempre la mascherina», quelli che cercano di aggirare le norme e se ne vantano pure. Mi chiedo, spesso, dove fossero tutti questi negazionisti, pronti a dubitare di qualunque cosa, quando in passato ci siamo sorbiti riforme dannose e tasse vessatorie. O con che faccia vengano a pretendere servizi efficienti se non fanno nulla per sostenerli. Dov’era tutta questa gente quando le nostre città venivano strangolate dall’inquinamento? Passata la pandemia verranno a dirci che non è mai esistito nulla e che i veri furbi erano loro, che mentre tutti indossavamo «la museruola» andavano in giro senza mascherina a controllare i pronto soccorso. Non ha importanza, perché si estingueranno. Come si estingueranno anche quelli che governano territori letteralmente devastati dal virus e che oggi, con i loro territori ancora devastati, vengono a raccontarci di quanto abbiano gestito bene la pandemia. Pensa se l’avessero gestita male.

Ci sono cose che mancano ma fanno parte della sfera del desiderio, dello svago, dell’intrattenimento e della leggerezza. In questo anno, da quel pranzo rischiarato dalle vibrazioni argentee del Mar Ligure, ho capito che il lavoro è solo una parte della vita, che l’ambizione è giusta e sacrosanta ma deve avere un limite. Quel limite è la famiglia, intesa come nucleo (da soli o in coppia), è la ricerca di piccoli traguardi personali che costellano un anno, una vita, e che talvolta si intrecciano con i risultati professionali, talvolta no. Lo smartworking, o sedicente tale, non può e non deve soffocare ciò che ci rende umani. La ricerca da fare è quella del punto di equilibrio. Ora ho capito che non si può aspettare il momento in cui non ci sono problemi per cercare di fare qualcosa di bello. Si valuta, certo, ma poi si fa, anche se ci sono altri problemi. Magari si fa diversamente da come si vorrebbe, ma si fa. Perché non tutto si risolve e con i problemi irrisolti si convive. E poi, a un certo punto, si scopre che qualcosa (non tutto, ovvio) è svanito.

Anche io non ce la faccio più, sono stanco, voglio tornare a vedere il mare quando mi va. Voglio viaggiare, scoprire, arricchire i miei occhi e i miei ricordi, assaggiare cibi differenti, sentir parlare lingue straniere e imparare parole nuove. Cenare in compagnia senza aver paura del coprifuoco. Anche io voglio tutto questo e adesso non si può, ma se penso a quell’8 marzo 2020 capisco che, al netto della situazione nazionale che meriterebbe un approfondimento a parte, se di base non è cambiato granché – come ha detto l’infermiera a Sanremo, gelando tutti quelli che hanno ascoltato e capito – almeno sono cambiato io. Questo è già un risultato, in fin dei conti. Di sicuro, quando sarà possibile, penserò alla facoltà di muovermi liberamente come una ricchezza, anzi un privilegio.

Fare comunità, fare un libro: è uscito Borgo Rossini stories

In copertina: la vetrina della libreria Il Ponte sulla Dora realizzata da Pane e tulipani

Né io né l’amico libraio Rocco Pinto avremmo immaginato di riuscire, in un anno così complicato, a realizzare un piccolo progetto di quartiere con una così ampia eco. Eppure, da una serie di racconti pubblicati online, con l’innesto dell’editore Graphot siamo arrivati a Borgo Rossini stories. Durante il primo lockdown, su questo blog ho talvolta pubblicato qualche post dal titolo Borgo Rossini love: scritti dedicati a questa piccola zona di Torino, affacciata sulla Dora e a pochi passi dal centro. Ho scoperto che quest’area, pur essendo circoscritta a livello geografico, è in realtà conosciuta e frequentata da parecchi torinesi – o anche non torinesi – per i motivi più svariati. Così quella piccola rassegna che io e Rocco abbiamo creato grazie alla sua libreria Il Ponte sulla Dora è cresciuta. Avremmo dovuto curarla per un mese, dal 1° aprile al 1° maggio. Abbiamo chiuso «di forza» a metà maggio perché continuavamo a ricevere racconti, ma anche le cose belle devono avere una fine. L’idea del libro, poi, è arrivata dopo e, neanche a farlo apposta, Graphot non è così distante dal borgo.

In questi giorni trovate Borgo Rossini stories alla libreria Il Ponte sulla Dora e in due edicole di questo delizioso quartiere torinese, ma si può anche ordinare. Oppure potete approfittare del riconoscimento delle librerie come «beni essenziali» e arrivare fino qui. Gli autori, grazie a un buon numero di inediti, sono cresciuti ancora e sono diventati 53. Ma più di ogni altra cosa, al di là dell’enorme soddisfazione nel tenere in mano questo oggetto rilegato e costellato di immagini d’epoca (grazie a Piero Bianchi e a Simone Schiavi per ATTS-Archivio Gtt), è incredibile vedere l’entusiasmo che smuove questo piccolo lavoro. Amici mi segnalano post su Facebook di loro amici – a me sconosciuti – che hanno acquistato il libro. Durante un’intervista, un paio di giorni fa, la persona con cui parlavo (che nulla aveva a che vedere con questo argomento) mi ha rivelato di abitare nel borgo e di aver preso il libro.

Il progetto è importante non solo per il quartiere, ma per la comunità del quartiere stesso. È nato nel primo lockdown, per una strana combinazione è uscito durante il secondo lockdown (per così dire, dato che non ha nulla a che vedere con la situazione di marzo-aprile). Si è risvegliato un entusiasmo per il territorio che raramente ricordo di aver visto. È il motivo per cui questo progetto sarà riproposto su altri quartieri, a partire da Barriera di Milano, con Barriera stories in partenza l’8 dicembre. I racconti e le voci delle persone, all’interno di un percorso curato e strutturato, ci terranno compagnia almeno fino alle feste natalizie.

Può essere, questo, uno strumento di marketing del territorio? Troppo presto per dirlo, ma sicuramente abbiamo prodotto – tutti insieme, oltre 50 persone – un documento che fissa un pezzetto di memoria collettiva. Un documento variegato che, in questo caso, riesce ad andare indietro fino all’inizio del secolo scorso. L’idea è produrre tanti piccoli pezzetti di memoria perché è proprio nella memoria, se condivisa (in tutte le accezioni di questo termine), che la comunità si rafforza e cresce. È una banalità ricordarlo, ma mai come in questo momento è ciò di cui abbiamo bisogno. E poi che emozione uscire a far commissioni in quartiere e vedere le vetrine di alcune attività – le poche aperte – che espongono Borgo Rossini stories.

Il nastro rosa

Il mio nastro! Ce l’avevo in mano fino a un secondo fa ma è sparito tra la gente che corre.
Devo trovarlo, non posso andarmene da qui senza trovarlo. Sono venuta apposta, volevo danzare con le mie colleghe, e avevo deciso di portare quel nastro rosa che mi aveva regalato mia mamma. Era della nonna, faceva parte del suo completo da danza classica, mamma aveva deciso di regalarmelo quando mi sono iscritta alla scuola.

Vedo facce spaventate. Un botto, due, tre. Sento lo spostamento d’aria e le mie compagne sono già distanti, sento Lorena che mi chiama, mi dice di togliermi da lì. Ma io devo prima ritrovare il maledetto nastro.
Un ragazzo incappucciato mi dà una spallata, quasi cado. Non se n’è nemmeno accorto, sta correndo con qualcosa in mano verso la Polizia. Un altro botto, urla, insulti, c’è uno che continua a urlare «Libertà!». Ma non ne capisco il senso, perché tutto questo caos, perché?

E pensare che mentre danzavo, dalla mia posizione, vedevo il Teatro Regio. Il mio sogno, il nostro sogno, era quello di danzare, sì, ma su quel palco. Tutto chiuso, per adesso non se ne parla, dicono che ci vorrà ancora tanto tempo. Ma il sogno resta, prima o poi il teatro dovrà riaprire e prima o poi dovrò salire su quel palco.

Mi muovo al contrario, la gente corre verso via Roma, io mi sposto verso Palazzo Reale. Fino a poco fa eravamo qui, poi la folla ci ha spinte a cinquanta metri di distanza. Devo tornarci, a costo di fare a spallate con tutta questa gente incappucciata, che un po’ mi ignora, un po’ mi guarda stranita. Che avete da guardare? Criminali, siete dei criminali. Criminali, criminali, criminali!

Lo dico ad alta voce, non mi sente nessuno. Urlo «criminali!» mentre corro al contrario, mentre guardo per terra e cerco di capire dove fossi prima. Oramai è buio, non vedo niente, o forse sì, vedo delle forme, qualche carta per terra, oggetti che non riconosco e cianfrusaglie. Il nastro sarà lì in mezzo.

Vedo una striscia chiara, forse è il nastro. Corro, è il nastro! Il nastro!
Un’altra spallata mi scaraventa per terra, ho dei graffi, sento la faccia umida. Qualcuno mi ha buttato per terra ma non so chi. Urlo «criminali!», urlo «delinquenti!» e cerco di rialzarmi. Sento una mano sotto il braccio, mi tira su. È un ragazzo incappucciato, mi guarda senza vedermi.

«Sei stato tu! Criminale!», gli dico. «No – risponde – ti ho vista per terra e ti ho tirata su. Vattene». Ma vattene tu! Così vorrei dirgli, ma corre via. «Fascista!», urlo ancora. Mentre sento bruciore agli occhi, altri botti, insulti. Una nebbia di fumogeni e lacrimogeni che mi avvolge come se fossi dentro gli scontri da stadio che si vedono in televisione. «Macché fascista» urla lui. E corre.

Il nastro!
Mi volto nella direzione in cui l’avevo visto, corro, vedo del ciarpame che non so nemmeno cosa sia. Mi metto a rovistare mentre intorno a me sento il vuoto, si sono spostati tutti verso via Roma. Lacrime, lacrime a fiotti, ma vedo qualcosa che sembra il mio nastro. Lo prendo tra le mani, lo porto a due centimetri dal viso, per vederlo. È lui!

Lo ficco bene in tasca e scappo verso la piazzetta reale. Oltre i dioscuri mi fermo, sono sola. Guardo verso la piazza e vedo il fumo che sale. Sembra acqua che evapora dalle pietre calde, come se avesse piovuto dopo una giornata di sole in estate. Sullo sfondo, verso via Roma, vedo oggetti che volano, persone incappucciate, uomini con caschi e manganelli.

Squilla il telefono, è Lorena.
«Simona dove cazzo sei finita?».
«Dovevo cercare il nastro!».
«Ma quale nastro! Dove sei?».
«In piazzetta reale».
«Stai ferma lì e non ti muovere, accidenti a te».

Passano pochi minuti, Simona arriva, vuole prendermi a ceffoni ma mi abbraccia. Piange. Anche io piango, ma per i lacrimogeni, sono felice di aver ritrovato il mio nastro.
«Simona», mi dice, «ma i tuoi occhiali?».
Mi tocco la faccia, non ce li ho più. Forse era per quello che non trovavo il nastro, non ci vedevo. Tutto spiegato.
«Li andiamo a cercare?», dico. «Non ci penso nemmeno – risponde Lorena –, tuo papà te ne compra un altro paio e piuttosto li pago io. Ora leviamoci da qui, ho chiamato Gigi, ci viene a prendere con il furgoncino davanti al Duomo».

Lì ci sono le altre, tutte si preoccupano per me, nessuna può abbracciarmi e ora che ci penso nemmeno Lorena avrebbe potuto. Pazienza. Alcune mi chiedono scusa per avermi lasciato da sola. Altre piangono, ma non credo sia per i lacrimogeni. Io sorrido, ho ritrovato il mio nastro.

Chissà quando potrò danzare al Teatro Regio, chissà perché affumicare la città, chissà perché quel fascista mi ha tirata su, chissà che volevano tutti. Forse non volevano proprio niente. Ci penso e ho paura, ma poi mi passa, io sto meglio di quel ragazzo incappucciato perché voglio qualcosa? Forse sì, anche se ho bisogno di mamma e papà per fare tutto, anche se Lorena deve starmi sempre attaccata altrimenti chissà che mi succede. Però, alla fine, mi hanno insegnato tutti a volere qualcosa, un obiettivo, come lo chiamano loro.

E comunque ho ritrovato il nastro. Lo tengo tra le mani, mentre mi sistemo la mascherina e salgo sul furgoncino con Lorena. Saluto le altre dal finestrino. Il nastro è un po’ sporco e sgualcito, tornerà rosa come prima.

Torino, 3 luglio 1969

«Arturo, Arturo!».
«Ehi».
«Non ti stai dimenticando niente?».
Arturo si fermò sulla soglia della porta, interdetto. Quando sua moglie faceva quella domanda era spesso un trabocchetto, che ogni volta finiva con il dimostrare quanto lui fosse inaffidabile anche per le più piccole commissioni ordinarie. Ma niente, con le chiavi nella mano sinistra, la sporta nella mano destra, proprio non gli venne in mente. Eleonora, sua moglie, abbozzò un ghigno. «Pensaci bene», disse, con tono di sfida.
Allora, il portafogli c’era, le chiavi ce le aveva in mano, la borsa della spesa sì, la ricevuta della tintoria per ritirare la giacca c’era. Le chiavi della macchina no, non servivano perché le botteghe erano tutte lungo corso Traiano, quindi si sarebbe spostato a piedi.
«La lista». Disse Eleonora, allungando sotto il naso del marito un biglietto fittamente scritto. Arturo sorrise, lei non ebbe voglia di arrabbiarsi, lo salutò e tornò alle proprie faccende.

L’uomo scese in strada e capì subito che c’era qualcosa di diverso dal solito, che dal balcone di casa sua, orientato in tutt’altra direzione, sarebbe stato impossibile cogliere. Non era il caldo, che, all’età di 80 anni, Arturo pativa particolarmente, non era nemmeno il sole che già alle 9 del mattino era piuttosto insistente. Erano i poliziotti. Mai visti così tanti, e tutti insieme, in corso Traiano. In effetti, da casa, non si vedeva nulla.
Arturo andò in tintoria, ma era chiusa, questo lo mandò in confusione. Non c’erano avvisi né cartelli, che avesse sbagliato orario?
«Ah, ma certo!» disse l’uomo, dandosi una manata sulla fronte. «Oggi apre al pomeriggio». E se ne andò sereno all’emporio dietro l’angolo, convinto di avere una scusa pronta per Eleonora, per non aver svolto quel semplicissimo compito.

C’era pochissima gente e Giulio, il gestore, accolse Arturo quasi incredulo. «Che ci fai qui?», gli disse. «Eh niente, la spesa».
«Ma lo sai che sto chiudendo?».
Arturo sgranò gli occhi. «Oddio – disse – e dove andiamo adesso a fare la spesa?». Giulio restò a bocca aperta.
«Arturo – riprese –, intendevo dire che sto per chiudere oggi, ma domani riapro. Torna domani, non vedi che succede lì fuori?». Le camionette della Polizia facevano avanti e indietro su corso Traiano, si formavano assembramenti di agenti in divisa, con scudi e caschi, le persone cercavano percorsi alternativi per attraversare la strada e, dal fondo del viale, si sentivano urla indefinite, forse slogan. Arturo guardò sconsolato fuori dalla vetrina.
«Ma se torno a casa senza spesa Eleonora si arrabbia», obiettò l’uomo.
Giulio sospirò, quasi intenerito da quell’obiezione. «Va bene, dammi il biglietto». Arturo sorrise. Il gestore dell’emporio gli riempì la borsa, mettendo tutto quello che era segnato sul biglietto, poi fece il conto. Arturo pagò soddisfatto. «Adesso, però – ammonì il negoziante – vai subito a casa e non uscire». L’uomo annuì, ma sapeva che sarebbe dovuto andare in tintoria.

Con lo sguardo fiero, una volta rientrato, Arturo posizionò la spesa sul tavolo della cucina, poi disse alla moglie, prima che lei potesse obiettare nulla, che la tintoria avrebbe aperto al pomeriggio. «Strano – disse lei – ma non importa, ci puoi andare anche domani, oggi fa caldo».
«Eh no – aggiunse lui, sempre più tronfio – un impegno è un impegno! Oggi intendo chiudere la faccenda, domani porterò il televisore da Giustino a riparare».

Il piccolo schermo che troneggiava su un mobile nella piccola cucina, in effetti, era rotto da tempo. Per seguire i notiziari, Eleonora andava dalla vicina, ma da due settimane non lo poteva più fare perché l’amica era andata in vacanza, sarebbe rientrata quel giorno stesso e in serata, finalmente, avrebbero potuto guardare di nuovo il notiziario insieme. Arturo era così, aveva i suoi tempi.

Dopo pranzo, l’uomo uscì di nuovo, fatto il suo consueto sonnellino, diretto in tintoria. Il clima, però, era cambiato. L’aria era secca, quasi irrespirabile, gli animi caldissimi. Si affacciò su corso Traiano e fu quasi travolto dalla folla. Urla, strattoni, pietre e bottiglie volavano. Arturo si buttò contro un muro, cercando di appiattirsi il più possibile. Riuscì a togliersi dalla folla ma oramai si era spostato già di diversi metri. Quel caos era una scusa più che sufficiente per non aver portato a termine il compito della tintoria, perciò poteva «tranquillamente» rientrare a casa. Tutto stava nel ritornare al cancelletto che dava l’accesso al cortile, che era già distante.

Prese coraggio e fece a spintoni tra giovani e meno giovani, che urlavano insulti alla Polizia.
Arturo non capì niente, ma a un certo punto la folla arretrò e si ritrovò libero. Li guardò correre e sorrise, finalmente sarebbe potuto rientrare. Si voltò, più sereno, ma si trovò di fronte una massa di poliziotti armati di scudi e manganelli, che inseguivano i manifestanti.
L’uomo fu scaraventato per terra, prese anche una manganellata, ma in quel disastro non riuscì a capire bene cosa fosse accaduto. Calpestato, strattonato, riuscì a strisciare verso il cancelletto, mentre alle sue spalle scoppiava la guerra.
A fatica, tornò in piedi, dolorante e sanguinante. Si pulì i pantaloni, aprì il cancelletto tenendo le chiavi con estrema difficoltà, perché le mani tremavano. Tornò a casa, guardò Eleonora e sorrise. Lei si portò le mani sul viso. «Che ti è successo?» urlò, cercando con affanno il proprio dispositivo acustico, che infilò alle orecchie per poter sentire la voce del marito.
«Eh niente – disse lui, appoggiandosi a una antica credenza che dominava l’ingresso –, sono uscito dal cancelletto e sono caduto, uno è passato correndo e mi ha buttato per terra. Ma sto bene, magari mi faccio una doccia».

Eleonora corse a prendere medicamenti e garze, lo fece sedere e gli disse di non preoccuparsi di niente. «Posso andare domani in tintoria?» disse lui. La donna lo guardò con tenerezza. «Ma certo, anzi, domani ci vado io, tu riposati. Vuoi che andiamo all’ospedale?».
«Magari domani se sto ancora male, ma adesso mi passa» rispose Arturo.
«Che cafone quello che ti ha buttato per terra!».
«Eh già».
«Hai visto chi era?».
«Non lo conosco».

La sera, dalla vicina, Eleonora guardò il notiziario e vide la guerra. Le botte, i manganelli, le pietre, le urla, gli arresti di corso Traiano. Chinò la testa e pianse.
«Eh lo so – disse la vicina commentando le immagini – è veramente una cosa triste».
«Triste, già», aggiunse Eleonora, asciugando le lacrime.