Quella storia della movida e delle zone cuscinetto

È un altro di quei momenti in cui si capisce come la pandemia abbia fatto esplodere un problema già esistente. Negli ultimi anni, Torino si è impoverita dal punto di vista dell’offerta serale e notturna, la morte dei Murazzi non è mai stata superata del tutto e non esiste un piano serio per gestire la cosiddetta movida. Anzi, la stessa parola «movida» ha oramai assunto un’accezione negativa. Ci siamo dimenticati che il divertimento serale non è solo cocktail, ma prima di tutto offerta culturale. Ci si preoccupa solo di come «arginare la movida», ma come può uno scoglio, per citare qualcuno, arginare il mare?

Negli ultimi giorni, alcune zone della città hanno fatto ancora da collettore per una massa grande e estesa di giovani. Parliamo principalmente di Vanchiglia, con piazza Santa Giulia, e Borgo Rossini, con le due esedre che si allargano all’inizio di via Reggio, a pochi metri dalla Dora. Dunque vorrei provare a fare un discorso complesso.

Il primo ragionamento riguarda le norme sanitarie in vigore. Perché si consente che una fascia di popolazione rispetti divieti di assembramento oltre a obblighi di distanziamento e mascherine – fra aziende fallite e morti in famiglia – mentre un’altra fascia di popolazione semplicemente se ne infischia? Se le regole valgono, allora valgono per tutti, altrimenti c’è il rischio di pensare che tanto non succede niente, come nel caso della torteria di Chivasso. Oppure togliamo i divieti e togliamoci il pensiero. Una città in cui le regole esistono solo per chi le rispetta non è una città seria.

Veniamo quindi al secondo ragionamento. Al netto delle norme sanitarie, è oramai un fatto l’esistenza di determinati locali – ad esempio Le Panche, Braciamoci e Bell ‘e buon, per restare in Borgo Rossini – che attirano un numero spropositato di clienti. Buon per loro, vien da dire, ma il problema è che non c’è nessuna gestione di questi clienti al di fuori dei suddetti locali. Il risultato è che i bicchieri di spritz si espandono, occupano marciapiedi, vie laterali e tolgono spazio ad altre attività. Lasciano sporcizia, tracce fisiologiche (per così dire) e tutto ciò che ne consegue. Di chi è la responsabilità? Dei locali che ignorano tutto ciò che accade oltre i banconi?

Dare la colpa ai clienti, quindi ai cittadini, è sempre molto comodo. Mi domando se qualche politico – ad esempio il presidente della Regione o la sindaca di Torino – creda sul serio che basti «fare un appello» perché le persone, di punto in bianco, si comportino «bene». Anche perché, al di là della situazione sanitaria, questo problema è sempre esistito. Dunque vogliamo colpevolizzare i giovani che vanno a bere in compagnia? Abbiamo avuto tutti vent’anni e sarebbe di certo un atteggiamento ridicolo. Poi, naturalmente, c’è differenza fra uscire con gli amici e fare pipì davanti a un portone. C’è chi ha educazione e chi no, per questo esistono le sanzioni (ma vi ricordate i controlli di un anno fa?).

Il problema grave, a Torino, è che il grosso della «movida» era prima canalizzato dai Murazzi, dove c’erano sì dei problemi, ma era una realtà esclusivamente dedicata a questo genere di offerta. Con la chiusura di quel luogo – che oggi ricordiamo tutti con nostalgia come se fosse stato il Paradiso, andiamoci piano anche con questo – i flussi di movida si sono spostati. Nulla si crea, nulla si distrugge, vien da dire.

Ecco che il grosso della movida è tornato ad appesantire San Salvario e Quadrilatero Romano, poi si è riversato su Vanchiglia, letteralmente crollata sotto il peso dei locali che prendevano il posto delle botteghe artigiane (sì, c’è anche quel problema lì e non è colpa della movida, semmai ne è una causa). Nei successivi anni di non gestione del fenomeno i flussi si sono mossi ancora e così il Quadrilatero ha perso appeal in favore di Borgo Rossini. C’è, però, un piccolo problema: nessuno dei quartieri citati ha spazi a sufficienza per ospitare gruppi e gruppi di persone. È così che le librerie vengono ricoperte dagli spritz e non si riesce ad attraversare un marciapiede per entrare in edicola. Non ci sono panchine, non ci sono piazze, non ci sono giardini, restano solo esedre e marciapiedi.

Del resto le piazze vere, a Torino, non le puoi mica toccare, perché sono «auliche». Ci abitano quelli ricchissimi che la sera vogliono riposare e sai, con quello che costano le case hanno pure ragione (quelli degli altri quartieri invece sono brutti e cattivi, le case fanno schifo ed è già tanto che qualcuno parli di loro, perciò zitti). Piazza Vittorio Veneto, con la chiusura dei Murazzi, ha perso di attrattiva. Piazza San Carlo, per la vita serale e notturna, è semplicemente vuota e inutile, piazza Castello pure, ma comunque funziona meglio per i selfie. L’unica rimasta semi-attraente è piazza Gran Madre, che tuttavia non ha gli spazi delle altre piazze. Poi c’è piazza IV Marzo, carina, ma piccola. Via Roma andrebbe bene ed è stata pure pedonalizzata a metà, ma è sono una sfilata di negozi e di sera non ha alcun senso attraversarla. Ma anche di giorno, a meno di non dover fare shopping. Piazza Carlo Felice? Una delle più buie e tristi delle serate torinesi, anzi forse pure pericolosa con poca luce. Ci sarebbe il Parco del Valentino, peccato che i locali al suo interno siano stati ammazzati uno dopo l’altro, fra bandi mal fatti, concessioni scadute e  manovre poco chiare di alcuni gestori. Ora forse riparte l’ex discoteca Chalet. Con calma. E non venitemi a dire che è colpa della pandemia: era così anche prima, solo che facevamo finta di non vedere.

Il punto centrale è che a Torino manca una vera zona dedicata alla vita notturna, come possono essere i Navigli per Milano. Qualcuno obietterà che a Milano ci sono anche altre zone. Grazie, lo so, era solo un esempio. L’amministrazione torinese ha preferito le zone cuscinetto alle zone notturne – che non vuol dire «a luci rosse», per quanto non sarei nemmeno contrario – e vien da chiedersi perché. Forse perché ci sono locali intoccabili? Forse perché ci sono gestori che è meglio non contrariare? O forse perché fa comodo avere zone cuscinetto? Se la movida – utimamente contrapposta all’orribile parola «malamovida» – si riversa tutta fra San Salvario (meno che in passato), Vanchiglia e Borgo Rossini, significa che tutti gli altri quartieri della città non romperanno le scatole.

Il discorso è che questo fenomeno va gestito e l’offerta serale e notturna fa parte di una città completa e civile. Lasciamo perdere le limitazioni di adesso, è una questione di pubblico di riferimento: quelli che affollano le esedre di Borgo Rossini per gli spritz a 2 euro sono grosso modo gli stessi che andrebbero a far serata ai Murazzi o al Valentino. Se l’offerta non c’è, le persone si spostano come meglio credono e i sono i gestori a comandare. Il Far West, però, va bene solo nei film: è comodo dire «viva la libertà» se non hai il caos sotto il tuo balcone.

Una volta sono sceso a lamentarmi con un locale che si trovava sotto casa mia, erano le quattro del mattino e tremavano i vetri delle finestre (abitavo al quinto piano e mi domandavo per quale motivo nessuno fosse sceso a lamentarsi, una vicina però dormiva con i tappi alle orecchie, sul serio). I gestori mi hanno risposto malissimo facendomi sentire un bigotto, poi hanno abbassato il volume sbruffando. Ah, l’età media dei gestori e dei clienti di quel locale era cinquant’anni, perciò non è una questione di anagrafe, ma di educazione. Se poi esistono zone cuscinetto a Torino dove vige la legge del Far West, chi se ne importa se qualcuno (fatto realmente successo) decide di fare i suoi bisogni dentro il portone di casa tua perché gli scappava? Chi se ne importa se esci di casa e trovi un bicchiere di birra abbandonato sul marciapiede a pochi passi da uno di quei locali che, poverini, hanno talmente tanti clienti che mica possono sorvegliarli tutti?

Agadez – Quarto capitolo

Di fronte al palazzo c’era una casa molto strana. Alta, stretta e gialla, stranamente non stonava con gli altri edifici della zona, eppure manteneva il proprio aspetto bizzarro. Salvatore la osservava, si chiedeva per quale ragione avessero dovuto costruire una abitazione così stretta, e poi per chi? Quelle congetture furono interrotte dall’arrivo di Maria Grazia. Indossava un cappotto leggero, marrone chiaro, era di qualche taglia in più, probabilmente imprestatole da sua madre, con un foulard azzurro e grigio che portava come sciarpa. Non sorrideva, da qualche giorno era sempre inquieta, aveva avuto qualche problema in famiglia che non aveva voglia di raccontare.
Quell’inquietudine che le segnava il respiro l’aveva però portata ad accettare la proposta di Salvatore, dopo l’iniziale rifiuto. Avrebbero entrambi frequentato il corso di tedesco, pagato da lui per entrambi. «Poi però – gli aveva detto – ti ridò tutti i soldi». Ma sapeva che il suo fidanzato non li avrebbe mai accettati.

Fu così che si trovarono in corso San Maurizio, a novembre inoltrato, per incontrare il professor Luigi Fossati. Docente di tedesco all’Università, appariva come un uomo severo, aspro, che li accolse senza emozione sulla soglia di casa, uno spazioso appartamento pieno di libri in Vanchiglia. I suoi occhialini tondi e la sua barba bianca, corta e curata, costruivano un muro di diffidenza fra il professore e i due giovani studenti. La sua figura da nobiluomo piemontese in decadenza rispettava l’immagine che Salvatore si era costruito nella mente dopo aver parlato con lui al telefono.
«Voi vorreste imparare il tedesco?» disse Fossati, dubbioso, prima di farli entrare. Nell’imbarazzo fu Maria Grazia a pronunciare un «sì» convinto e fiero. Il professore abbozzò un sorriso ironico, poi li fece entrare e chiese il pagamento in anticipo della prima settimana di corso.

L’ampia sala da pranzo fungeva anche da studio, sul tavolo di mogano che dominava lo spazio crescevano pile di volumi, manuali, dizionari e scartoffie. A un estremo sedeva Fossati, all’altro estremo c’erano due sedie. Con un gesto, il professore invitò i due studenti ad accomodarsi. «Vi ho chiesto i soldi in anticipo – esordì lui – perché non è la prima volta che mi trovo di fronte persone come voi. Di solito dopo la prima lezione abbandonano e io non posso permettermi di perdere tempo». I due fidanzati si guardarono negli occhi. «Immagino che voi siate diversi – proseguì, ironico, il professore – e che le vostre motivazioni siano molto forti».
«Ecco, professore, noi vogliamo andare in Germania», disse Salvatore dopo qualche secondo di silenzio. Fossati scoppiò a ridere. «E ci mancherebbe! Altrimenti perché sareste qui?» commentò, alzandosi in piedi. Poi guardò Maria Grazia. «Signorina – disse – vada a in cucina, la porta dietro di lei, sul tavolo c’è un vassoio con del caffè appena fatto. Lo porti qui per cortesia». Lei fu sorpresa, era entrata da pochi minuti e già veniva trattata come una serva. Si voltò verso Salvatore, aspettò una reazione da parte sua, ma non arrivò. Anzi, lui la guardò come per dire «dai, non lo fare arrabbiare». Si alzò furibonda per andare a prendere il maledetto vassoio.

La cucina era piccola, di dimensioni sproporzionate rispetto all’enorme salone. Era chiaramente un angolo cottura di servizio, molto pulito e poco vissuto. Probabilmente il professore mangiava poco a casa. Sul tavolo rotondo che stonava con il resto del mobilio, Maria Grazia vide il vassoio d’argento con tre tazzine e relativi piattini. Erano di ceramica di pregio, ben decorata a mano. C’era anche una zuccheriera dello stesso servizio. Fondo bianco e disegni floreali tra l’azzurro e il rosa, forse un servizio antico che Fossati aveva ereditato, o magari l’aveva ritrovato in qualche mercatino di antiquariato. La ragazza si soffermò sui mobili. Erano in stile moderno, laccati e di un colore che ricordava il ciliegio, con bordature metalliche.
Sul piano c’erano pochissimi oggetti. Un mestolo dimenticato in un poggiacucchiaio, un tostapane argenteo, una bottiglia di vetro che conteneva liquore. Mancava, in quell’ambiente ridotto, il «tocco femminile» di cui le parlava sempre sua madre. La bottiglia vicino ai fuochi era chiaramente inutile, oltre che pericolosa. Segno che, evidentemente, quei fuochi non venivano mai accesi. Per non parlare dell’inspiegabile mestolo lasciato lì.
Di certo un uomo, pensò Maria Grazia, non vi avrebbe mai fatto caso, ma lei notò subito queste incongruenze, che rendevano l’ambiente finto, artefatto. Oltretutto – e si meravigliò di averlo notato solo dopo un po’ – mancava la caffettiera. Come avrebbe potuto preparare il caffè senza la caffetteria? Forse l’aveva già lavata, ma avrebbe dovuto farlo alla velocità della luce dato che il caffè nelle tazzine era ancora caldo. Maria Grazia aprì delicatamente il mobile scolapiatti e trovò soltanto due bicchieri e un piatto. Nulla. L’acquaio era vuoto. Mentre si girava intorno, incuriosita, notò la portafinestra, che dalla cucina dava accesso al balcone con affaccio sul cortile interno del palazzo. Era socchiusa. Da lì poté intravedere, sul balconcino, un fornelletto da campeggio posizionato su una grande piastrella da pavimenti, che era sormontato dalla caffettiera. Il caffè, quindi, arrivava da lì. Chissà per quale assurdo motivo.

Maria Grazia tornò nel salone con il vassoio tra le mani, lo poggiò sul tavolo, tra i libri, e si accorse che la lezione era già iniziata. Salvatore, impegnato a prendere appunti con mano tremolante, l’aveva appena degnata di uno sguardo. Fossati, invece, era di spalle, che scriveva lettere incomprensibili su una lavagna di carta, spuntata da chissà dove, che aveva dispiegato all’estremità del tavolo.
La ragazza tossì per farsi notare. Il professore si voltò, lievemente infastidito. «Quanto ci ha messo, signorina? Il caffè si sarà raffreddato» disse. «Mi scusi» riuscì a dire lei. «Perché avete iniziato senza di me?» aggiunse. Il professore si voltò completamente verso di lei, Salvatore interruppe la difficoltosa scrittura. Fossati spostò gli occhialini sulla punta del naso e la fissò. «Questo tono – ribatté – non è consono a una studentessa alla prima lezione. Le consiglio di guardare l’ora, suppongo la sappia leggere. Una volta osservate le lancette dell’orologio ottocentesco che si trova su quella credenza – e indicò un mobile a lato della stanza – avrà la sua risposta». Poi riprese la sua lezione. Maria Grazia guardò l’ora, erano le tre e venti del pomeriggio, quindi la lezione era già iniziata da venti minuti. Salvatore rivolse alla fidanzata uno sguardo colpevole. «Scusa – sussurrò – ho provato a ritardare l’inizio ma non ha voluto sentire ragioni, ho preso appunti anche per te». Si fece andar bene quella frase, abbozzò un sorriso e servì il caffè per tutti, poi la ragazza si sedette e prese appunti in maniera forsennata. A causa di quel caffè avrebbe dovuto impegnarsi al doppio della velocità per tornare al passo del suo fidanzato.