Agadez – Quarto capitolo

Di fronte al palazzo c’era una casa molto strana. Alta, stretta e gialla, stranamente non stonava con gli altri edifici della zona, eppure manteneva il proprio aspetto bizzarro. Salvatore la osservava, si chiedeva per quale ragione avessero dovuto costruire una abitazione così stretta, e poi per chi? Quelle congetture furono interrotte dall’arrivo di Maria Grazia. Indossava un cappotto leggero, marrone chiaro, era di qualche taglia in più, probabilmente imprestatole da sua madre, con un foulard azzurro e grigio che portava come sciarpa. Non sorrideva, da qualche giorno era sempre inquieta, aveva avuto qualche problema in famiglia che non aveva voglia di raccontare.
Quell’inquietudine che le segnava il respiro l’aveva però portata ad accettare la proposta di Salvatore, dopo l’iniziale rifiuto. Avrebbero entrambi frequentato il corso di tedesco, pagato da lui per entrambi. «Poi però – gli aveva detto – ti ridò tutti i soldi». Ma sapeva che il suo fidanzato non li avrebbe mai accettati.

Fu così che si trovarono in corso San Maurizio, a novembre inoltrato, per incontrare il professor Luigi Fossati. Docente di tedesco all’Università, appariva come un uomo severo, aspro, che li accolse senza emozione sulla soglia di casa, uno spazioso appartamento pieno di libri in Vanchiglia. I suoi occhialini tondi e la sua barba bianca, corta e curata, costruivano un muro di diffidenza fra il professore e i due giovani studenti. La sua figura da nobiluomo piemontese in decadenza rispettava l’immagine che Salvatore si era costruito nella mente dopo aver parlato con lui al telefono.
«Voi vorreste imparare il tedesco?» disse Fossati, dubbioso, prima di farli entrare. Nell’imbarazzo fu Maria Grazia a pronunciare un «sì» convinto e fiero. Il professore abbozzò un sorriso ironico, poi li fece entrare e chiese il pagamento in anticipo della prima settimana di corso.

L’ampia sala da pranzo fungeva anche da studio, sul tavolo di mogano che dominava lo spazio crescevano pile di volumi, manuali, dizionari e scartoffie. A un estremo sedeva Fossati, all’altro estremo c’erano due sedie. Con un gesto, il professore invitò i due studenti ad accomodarsi. «Vi ho chiesto i soldi in anticipo – esordì lui – perché non è la prima volta che mi trovo di fronte persone come voi. Di solito dopo la prima lezione abbandonano e io non posso permettermi di perdere tempo». I due fidanzati si guardarono negli occhi. «Immagino che voi siate diversi – proseguì, ironico, il professore – e che le vostre motivazioni siano molto forti».
«Ecco, professore, noi vogliamo andare in Germania», disse Salvatore dopo qualche secondo di silenzio. Fossati scoppiò a ridere. «E ci mancherebbe! Altrimenti perché sareste qui?» commentò, alzandosi in piedi. Poi guardò Maria Grazia. «Signorina – disse – vada a in cucina, la porta dietro di lei, sul tavolo c’è un vassoio con del caffè appena fatto. Lo porti qui per cortesia». Lei fu sorpresa, era entrata da pochi minuti e già veniva trattata come una serva. Si voltò verso Salvatore, aspettò una reazione da parte sua, ma non arrivò. Anzi, lui la guardò come per dire «dai, non lo fare arrabbiare». Si alzò furibonda per andare a prendere il maledetto vassoio.

La cucina era piccola, di dimensioni sproporzionate rispetto all’enorme salone. Era chiaramente un angolo cottura di servizio, molto pulito e poco vissuto. Probabilmente il professore mangiava poco a casa. Sul tavolo rotondo che stonava con il resto del mobilio, Maria Grazia vide il vassoio d’argento con tre tazzine e relativi piattini. Erano di ceramica di pregio, ben decorata a mano. C’era anche una zuccheriera dello stesso servizio. Fondo bianco e disegni floreali tra l’azzurro e il rosa, forse un servizio antico che Fossati aveva ereditato, o magari l’aveva ritrovato in qualche mercatino di antiquariato. La ragazza si soffermò sui mobili. Erano in stile moderno, laccati e di un colore che ricordava il ciliegio, con bordature metalliche.
Sul piano c’erano pochissimi oggetti. Un mestolo dimenticato in un poggiacucchiaio, un tostapane argenteo, una bottiglia di vetro che conteneva liquore. Mancava, in quell’ambiente ridotto, il «tocco femminile» di cui le parlava sempre sua madre. La bottiglia vicino ai fuochi era chiaramente inutile, oltre che pericolosa. Segno che, evidentemente, quei fuochi non venivano mai accesi. Per non parlare dell’inspiegabile mestolo lasciato lì.
Di certo un uomo, pensò Maria Grazia, non vi avrebbe mai fatto caso, ma lei notò subito queste incongruenze, che rendevano l’ambiente finto, artefatto. Oltretutto – e si meravigliò di averlo notato solo dopo un po’ – mancava la caffettiera. Come avrebbe potuto preparare il caffè senza la caffetteria? Forse l’aveva già lavata, ma avrebbe dovuto farlo alla velocità della luce dato che il caffè nelle tazzine era ancora caldo. Maria Grazia aprì delicatamente il mobile scolapiatti e trovò soltanto due bicchieri e un piatto. Nulla. L’acquaio era vuoto. Mentre si girava intorno, incuriosita, notò la portafinestra, che dalla cucina dava accesso al balcone con affaccio sul cortile interno del palazzo. Era socchiusa. Da lì poté intravedere, sul balconcino, un fornelletto da campeggio posizionato su una grande piastrella da pavimenti, che era sormontato dalla caffettiera. Il caffè, quindi, arrivava da lì. Chissà per quale assurdo motivo.

Maria Grazia tornò nel salone con il vassoio tra le mani, lo poggiò sul tavolo, tra i libri, e si accorse che la lezione era già iniziata. Salvatore, impegnato a prendere appunti con mano tremolante, l’aveva appena degnata di uno sguardo. Fossati, invece, era di spalle, che scriveva lettere incomprensibili su una lavagna di carta, spuntata da chissà dove, che aveva dispiegato all’estremità del tavolo.
La ragazza tossì per farsi notare. Il professore si voltò, lievemente infastidito. «Quanto ci ha messo, signorina? Il caffè si sarà raffreddato» disse. «Mi scusi» riuscì a dire lei. «Perché avete iniziato senza di me?» aggiunse. Il professore si voltò completamente verso di lei, Salvatore interruppe la difficoltosa scrittura. Fossati spostò gli occhialini sulla punta del naso e la fissò. «Questo tono – ribatté – non è consono a una studentessa alla prima lezione. Le consiglio di guardare l’ora, suppongo la sappia leggere. Una volta osservate le lancette dell’orologio ottocentesco che si trova su quella credenza – e indicò un mobile a lato della stanza – avrà la sua risposta». Poi riprese la sua lezione. Maria Grazia guardò l’ora, erano le tre e venti del pomeriggio, quindi la lezione era già iniziata da venti minuti. Salvatore rivolse alla fidanzata uno sguardo colpevole. «Scusa – sussurrò – ho provato a ritardare l’inizio ma non ha voluto sentire ragioni, ho preso appunti anche per te». Si fece andar bene quella frase, abbozzò un sorriso e servì il caffè per tutti, poi la ragazza si sedette e prese appunti in maniera forsennata. A causa di quel caffè avrebbe dovuto impegnarsi al doppio della velocità per tornare al passo del suo fidanzato.

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