8 marzo 2020 – 8 marzo 2021: storia di un anno

Quel giorno avevo deciso di portare la mia metà in un delizioso ristorante a pochi chilometri da Genova, che dalle vetrate sui monti in salita serviva pesce e riflessi del mare. Fu la consapevolezza dell’ultima occasione a indurci a correre, seguendo il profumo delle mimose in fiore e il richiamo dell’asfalto che supera i confini. Una corsa anacronistica, col senno di poi, che ci portò a sfrecciare lungo un’autostrada già preda di cornacchie e rondini, dove la natura iniziava a occupare gli spazi lasciati vuoti dagli uomini. Un’auto, la nostra, e un camion. Così per 120 km fino alle montagne. E poi il blu che avvolge, il caos cittadino, l’asfalto che abbraccia il cemento e sullo sfondo il sole che luccica sull’acqua.

Ricordo i momenti rubati, le mascherine che destavano stupore e le email di lavoro che mettevano in guardia dall’attraversare le «zone rosse». Ricordo le passeggiate in spiaggia e le deliziose stradine che si arrampicano sulla montagna mentre sotto c’è il mare, l’ultimo saluto alla Liguria (che avremmo rivisto solo ad agosto per una settimana, ma ancora non lo sapevamo) e il rientro, incolonnati nel traffico. Ricordo anche la paura di restar bloccati, la cena fugace da mia madre, quando ancora si parlava di politica spiccia e faccenduole di vita privata, e poi il ritorno a casa. Stanchi e preoccupati, ma felici.

Ricordo le passeggiate in spiaggia e le deliziose stradine che si arrampicano sulla montagna mentre sotto c’è il mare, l’ultimo saluto alla Liguria

La data è precisa: 8 marzo 2020. Quando ci rendemmo conto che le «zone rosse», le chiusure e il virus erano qui, che lo stravolgimento della vita era sulla porta di casa, anzi, era già dentro. Lo ricordo perché era la Festa della donna e la gita in Liguria era il mio regalo per lei. Ed era, in realtà, anche un regalo per me, perché amo vederla sorridere di spensieratezza, un risultato che tendenzialmente si ottiene davanti a una spiaggia (e del resto il mare piace anche a me).

Quello che è accaduto dopo si confonde, tutto si mescola. So che le prime volte a far la spesa ci si andava con una mascherina da bricolage, l’unica posseduta. Oggi le mascherine abbondano, ma all’epoca non si trovavano e ogni giorno si facevano telefonate alle farmacie. Stesso discorso per il gel disinfettante, che semplicemente non avevamo mai acquistato. La paura di avvicinarsi a qualcuno, le code al supermercato dove si entrava contati, il tempo passato a disinfettare tutto una volta a casa. Tutte cose che, a un certo punto e senza capire come, sono svanite.

Poi la santificazione dello smartworking come futuro del mondo. In realtà è una soluzione comoda per risparmiare sui costi di gestione di una sede aziendale e un modo per estendere a dismisura l’orario di lavoro. La trasformazione dell’abitazione privata nell’ufficio, i panni da stendere tra un impegno e l’altro, la spesa da mettere in frigo guardando le email, le pulizie con un occhio al telefono. La quiete, la fine degli adempimenti lavorativi, che arriva solo a tarda sera, quando sei troppo stanco per leggere un libro («leggerò tantissimi libri!», sì, come no). Il rovescio della medaglia è rappresentato da quei dipendenti che hanno imparato a utilizzare lo smartworking per restare a casa – in tempi più quieti – a oziare o occuparsi di altro. Chiamatelo «telelavoro», perché di «smart» non ha proprio nulla.

Oggi le mascherine abbondano, ma all’epoca non si trovavano e ogni giorno si facevano telefonate alle farmacie

Il complottismo, i post su Facebook partoriti dalla sicumera di chi ha capito tutto. Quelli che «dittatura sanitaria», quelli che «la mascherina non serve a niente e anzi è dannosa perché respiri la tua anidride carbonica». E mentre ogni giorno muoiono centinaia di persone ti dicono che è tutto pilotato, non si sa come né da chi, ma è pilotato. Ah ok. Quelli che sapevano come gestire una pandemia, quelli che «bisogna aprire tutto» e poi «bisogna chiudere tutto», quelli che dicono «perdiamo un fatturato di 4 miliardi l’anno» e poi si scopre che i numeri sono leggermente diversi al punto che si sospetta una qualche evasione fiscale.

Poi l’estate dove sembrava tutto finito, nella quale decine e decine di Cassandre ci mettevano in guardia, ma ce ne siamo fregati. Gli appelli alla responsabilità mentre tutto è aperto, tutto funziona, tutto è concesso. La colpa delle persone che si assembrano mentre l’unica soluzione proposta dai governanti è «chiudiamo di nuovo tutto». Un po’ come adesso, dove è ancora colpa del singolo cittadino – un po’ a ragione, un po’ no – e ora che finalmente il vaccino c’è (con buona pace dei complottisti di cui sopra), va talmente lento che di questo passo riceverò la prima dose forse fra un altro anno. E mentre osservo i dati che minacciano una nuova risalita capisco che non è cambiato granché, a parte i vaccini (per fortuna, direi, anche se dentro c’è un microchip che ti collega al 5G).

«Ne usciremo migliori» manco per niente. A un anno da quel momento, mi sento di dire che sia avvenuta una frattura insanabile tra due modalità di approccio alla vita. C’è chi lotta, anche in buona fede, per continuare a vivere come prima e c’è chi si sta adattando a farlo in maniera diversa. Nessuno ha ragione e nessuno ha torto. È un fatto, però, che il nostro habitat sia cambiato e noi, se vogliamo sopravvivere, dobbiamo modificarci in sua funzione.

A volte mi rendo conto, oggi, di ripetere alcuni comportamenti del passato, dell’era «pre-Covid». È inutile e troppo complesso andare a vedere il dettaglio di ogni azione, ma per quanto mi riguarda la pandemia ha rimosso alcuni freni inibitori. Alcune cose «vecchie» ci sono ancora ma sono passate in minoranza rispetto ad altri comportamenti «nuovi» o «riadattati». È stato un anno in cui ho centrato alcuni obiettivi per il semplice fatto di averci creduto di più rispetto al passato. Quindi ho capito che per sopravvivere bisogna sforzarsi di appartenere alla seconda categoria di persone, quelle che si adattano e sono strettamente collegate con l’ambiente.

C’è chi lotta, anche in buona fede, per continuare a vivere come prima e c’è chi si sta adattando a farlo in maniera diversa

Ricordo e vedo tuttora i negazionisti, quelli che «io non mi prendo il Covid», quelli che «ma mica devo tenere sempre la mascherina», quelli che cercano di aggirare le norme e se ne vantano pure. Mi chiedo, spesso, dove fossero tutti questi negazionisti, pronti a dubitare di qualunque cosa, quando in passato ci siamo sorbiti riforme dannose e tasse vessatorie. O con che faccia vengano a pretendere servizi efficienti se non fanno nulla per sostenerli. Dov’era tutta questa gente quando le nostre città venivano strangolate dall’inquinamento? Passata la pandemia verranno a dirci che non è mai esistito nulla e che i veri furbi erano loro, che mentre tutti indossavamo «la museruola» andavano in giro senza mascherina a controllare i pronto soccorso. Non ha importanza, perché si estingueranno. Come si estingueranno anche quelli che governano territori letteralmente devastati dal virus e che oggi, con i loro territori ancora devastati, vengono a raccontarci di quanto abbiano gestito bene la pandemia. Pensa se l’avessero gestita male.

Ci sono cose che mancano ma fanno parte della sfera del desiderio, dello svago, dell’intrattenimento e della leggerezza. In questo anno, da quel pranzo rischiarato dalle vibrazioni argentee del Mar Ligure, ho capito che il lavoro è solo una parte della vita, che l’ambizione è giusta e sacrosanta ma deve avere un limite. Quel limite è la famiglia, intesa come nucleo (da soli o in coppia), è la ricerca di piccoli traguardi personali che costellano un anno, una vita, e che talvolta si intrecciano con i risultati professionali, talvolta no. Lo smartworking, o sedicente tale, non può e non deve soffocare ciò che ci rende umani. La ricerca da fare è quella del punto di equilibrio. Ora ho capito che non si può aspettare il momento in cui non ci sono problemi per cercare di fare qualcosa di bello. Si valuta, certo, ma poi si fa, anche se ci sono altri problemi. Magari si fa diversamente da come si vorrebbe, ma si fa. Perché non tutto si risolve e con i problemi irrisolti si convive. E poi, a un certo punto, si scopre che qualcosa (non tutto, ovvio) è svanito.

Anche io non ce la faccio più, sono stanco, voglio tornare a vedere il mare quando mi va. Voglio viaggiare, scoprire, arricchire i miei occhi e i miei ricordi, assaggiare cibi differenti, sentir parlare lingue straniere e imparare parole nuove. Cenare in compagnia senza aver paura del coprifuoco. Anche io voglio tutto questo e adesso non si può, ma se penso a quell’8 marzo 2020 capisco che, al netto della situazione nazionale che meriterebbe un approfondimento a parte, se di base non è cambiato granché – come ha detto l’infermiera a Sanremo, gelando tutti quelli che hanno ascoltato e capito – almeno sono cambiato io. Questo è già un risultato, in fin dei conti. Di sicuro, quando sarà possibile, penserò alla facoltà di muovermi liberamente come una ricchezza, anzi un privilegio.

Risate e prospettive

Strade, lampioni, controviali che si intuivano dalle chiome degli alberi. Seduto sul sedile posteriore dell’auto guidata da suo padre, anzi, oramai sdraiato, Alberto osservava la città che scorreva sopra di lui. Stava iniziando la sera, le luci urbane assumevano riflessi insoliti, persino irreali a causa della rifrazione dei riflessi fra i vetri scuri dell’auto. Abbandonato in quella posizione, mentre l’auto sfilava nel traffico torinese, il ragazzo cambiò la prospettiva del viaggio ed esplorò con curiosità quella nuova percezione. Perché le svolte, le accelerazioni, le frenate, ogni movimento della vettura erano diversi, si sentivano in maniera diversa.

Il momento più emozionante era stato però l’uscita dall’autostrada. Alberto se ne accorse perché riconobbe dai finestrini le ciminiere della centrale termoelettrica, che presidiava l’ingresso della città all’inizio di corso Regina Margherita, quando ancora l’enorme viale non si distingueva, nelle fattezze, dalla tangenziale. Sentì l’auto che rallentava, mentre il peso del suo corpo lo fece lentamente scivolare dal seggiolino al sedile di fronte a lui, dove era seduta sua madre che, probabilmente, si era assopita per via del lungo viaggio. Le forze vettoriali prendevano controllo del suo corpo, Alberto si lasciava piacevolmente dominare mentre le caviglie si infilavano malamente sotto il sedile del passeggero. Poi la svolta, l’auto imboccò lo svincolo per via Pianezza e il cambiamento di direzione diede un’ulteriore spinta al corpo del ragazzo, che lentamente si sdraiava del tutto sul sedile posteriore. Quindi arrivò il culmine di quel viaggio emozionale. Il padre di Alberto, impegnato in una difficoltosa svolta fra la rampa che usciva da corso Regina Margherita e la trafficata via Pianezza, diede un’accelerata vigorosa per consentire all’auto di immettersi nel traffico. Alberto fu riportato con forza sullo schienale del sedile, ma era oramai sdraiato su un fianco e non poteva più tornare seduto composto.

Mentre il cielo che si intravedeva dai finestrini era cambiato, lasciando intravedere i lampioni e gli alberi, Alberto capì che non gli restava molto tempo. A breve sarebbero arrivati a casa e, a vederlo in quella posizione, i genitori lo avrebbero sicuramente rimproverato. Ma era troppo dolce la sensazione dell’auto che rallentava all’altezza dei semafori, così come era divertente scivolare con delicatezza da una parte all’altra del sedile mentre la vettura cambiava corsia o svoltava in una via secondaria. Per non parlare della rotatoria! Oh, quella sì che fu emozionante. Alberto sentiva il viso che si strofinava sul coprisedile, mentre senza troppa convinzione si divincolava in silenzio, per cercare di tornare seduto come prima. L’auto che correva – questa era la sensazione, in realtà non andava granché veloce – faceva credere al ragazzo di trovarsi su una giostra. Una bellissima giostra totalmente sicura.

Gli alberi si fecero più folti, i lampioni più radi, la luce più delicata e il cielo più scuro. Era oramai troppo tardi, Alberto non avrebbe più fatto in tempo a rimettersi composto. Decise, così, di rinunciare e scoppiò a ridere. La risata, però, svegliò sua madre e risvegliò suo padre dalla totale concentrazione che stava dedicando alla guida. «Alberto!», disse il padre. «Alberto!», disse la madre. L’auto si fermò a poche centinaia di metri da casa. I genitori, allarmati, scesero entrambi e si gettarono sul ragazzo per tirarlo su, rimetterlo a sedere composto, poi battibeccarono. «Dovevi allacciarlo meglio!», disse lei. «Mi avevi detto di averlo fatto tu!», disse lei. Si sentivano in colpa, erano smarriti, preoccupati perché quella posizione avrebbe potuto creare danni al già martoriato corpo del loro figlio, che faticava a star dritto, faticava a coordinare i movimenti e a parlare. Ma i genitori si calmarono in poco tempo, perché Alberto riusciva a far bene una cosa più di tutte. Ridere. E Alberto rise, rise tantissimo perché era contento. Almeno per una volta, per poco più di un quarto d’ora, era riuscito a osservare il mondo da una posizione diversa rispetto a quella imposta dal suo seggiolino, una posizione con la quale era obbligato a convivere ogni giorno, in auto o in casa, e che nella sua intraprendenza era riuscito a infrangere. Alberto continuò a ridere.