Intermittenze

La tazzina segnata dai residui di caffè giaceva nell’acquaio, tutto intorno un cimitero di stoviglie. Un distratto risciacquo aveva scostato appena gli ultimi residui della cena, che si erano allargati lungo la superficie della vasca a testimoniare un pasto, consumato rapidamente, a base di verdure riscaldate e affettati. Le briciole puntellavano quell’accozzaglia di materiali e anche il bordo del lavello, sparse da una tovaglietta di vimini intrecciati sbattuta alla bell’e meglio. Poco più in là, sul tavolino di servizio, torreggiava una bottiglia di vetro semivuota, imperlata dalla condensa che man mano si faceva più liquida, stimolata dallo sbalzo termico fra il freddo dell’acqua che conteneva e l’avvolgente tepore dell’ambiente. Il clima ballerino, strapazzato dagli stravolgimenti termici del pianeta, comunque richiedeva l’intervento dei termosifoni per rendere accogliente l’abitazione.

Poco più in là, in salotto, Guido sprofondava nella sua comoda poltrona di fronte ai 60 pollici di luce del suo televisore. Combatteva con il sonno, che ora lo accarezzava senza insistenza, ora lo afferrava per il colletto della camicia e cercava di tenerlo stretto. Ma Guido sobbalzava, riapriva gli occhi e si schiaffeggiava le guance con poca convinzione. L’impulso, alla sua età, sarebbe stato quello di infilarsi nel letto e spegnere tutto, ma quella sera Loredana era in libera uscita con le amiche, perché al Teatro Regio c’era la «Tosca» e non aveva nessuna intenzione di perdersela. Lei che amava l’opera, lui che invece la odiava e mal tollerava le obbligatorie comparsate alla prima di stagione, utili a mantenere buoni i rapporti con l’alta borghesia della città ma che, una volta in platea, si trasformavano in una lotta lacerante contro la pesantezza delle palpebre. Guido voleva godersi una serata da single. Non che pensasse di fare chissà che, intendiamoci, chiedeva soltanto la libertà di fare quello che gli pareva senza dar conto a nessuno. Fosse anche passare un paio d’ore davanti alla tv senza nemmeno infilare i piatti in lavastoviglie.

L’amica poltrona, però, si trasformò in breve in un’acerrima nemica. Dopo una mezz’oretta in cui riuscì a malapena a seguire il telegiornale, Guido si alzò e si affacciò alla finestra, per prendere un po’ d’aria e osservare dall’alto la magnifica piazza San Carlo. Era, quella, una visuale invidiabile, perché non tutti, a Torino, potevano godere di una vista del genere dal salotto di casa. Quella sera, poi, c’era anche un capannello di persone dal lato di via Santa Teresa, all’altezza dell’imbocco di via Roma. Avevano persino montato un palco. Dalla finestra, Guido vide i flash e intuì la presenza dei fotografi. «Ci sarà qualcuno», pensò. Poi si attardò a osservare ancora la piazza e nel frattempo, da quel palco, iniziarono a dire delle cose. Guido ascoltò distrattamente, sentì la parola «domotizzazione», sentì qualcosa a proposito della «città del futuro», di lampadine e cavi elettrici. Non capì, o meglio, non ebbe voglia di star lì a capire e chiuse la finestra. Poi si affacciò in cucina, diede un’occhiata all’acquaio e sbuffò, prima di andare a stendersi sul divano con l’idea di rinunciare alla serata.

Fu in quel momento che il suo cellulare iniziò a squillare con insistenza. Squillò e squillò ancora, ma Guido impiegò qualche minuto a riemergere dal torpore. Sulle prime pensò a un fastidiosissimo call center e decise di ignorare la chiamata, finché l’aggeggino infernale non riprese a squillare. A quel punto decise di alzarsi, con lentezza, e dirigersi verso la camera da letto, dove sul comodino aveva lasciato il telefono. Ma non lo raggiunse in tempo e mancò la chiamata. Poi toccò al telefono di casa, Guido si preoccupò e allungò il passo verso il salotto, ma anche questa volta non fece in tempo, la chiamata si interruppe prima che lui raggiungesse la cornetta. Fu di nuovo il momento del cellulare, Guido iniziò ad agitarsi e corse verso la camera. Uno, due, tre, cinque, dieci passi che divennero falcate, alla sua età era ancora piuttosto atletico. Ma ancora nulla, squilli troppo brevi e di nuovo attaccò a squillare il telefono di casa. Guido corse, su e giù per la casa come un cagnolino festoso, finché riuscì a prendere la maledetta cornetta del telefono fisso.

«Pronto!» urlò.
«Guido, le luci!». Era Loredana.
«Che?».
«Le luci, maledizione!».
«Ma quali luci?».
«Devi spegnere le luci! Mi stanno chiamando dal Comune! Veloce!».
E a quel punto Guido si ricordò. Quella sera avrebbero inaugurato le Luci d’artista e proprio su piazza San Carlo era stata allestita una maestosa installazione, che prevedeva lo spegnimento progressivo di tutte le luci della piazza. Serviva, però, la collaborazione dei cittadini, perché con le luci accese nelle case non si sarebbe mai avuto il buio completo cercato dall’autore di quel lavoro. Ecco a che servivano tutti quei biglietti sparsi per casa.
«Criste!» urlò Guido.
«Muoviti!» urlò a sua volta Loredana.

Lanciò la cornetta alla base del telefono, che carambolò sul pavimento. Guido inciampò nel divano ma restò in piedi, si infilò in cucina e fu preso da un’altra amnesia nel cercare l’interruttore della luce. Riprese a squillare il suo cellulare. «Ma va a caghé!». Guido imprecò e fu preso dal panico, nel voltarsi alla ricerca disperata del pulsante urtò la bottiglia di vetro, che finì in frantumi sul pavimento. Altre imprecazioni, poi la visione: l’infame interruttore! E via al buio in cucina, con i vetri della bottiglia che crepitavano sotto le sue pantofole, Guido si lanciò in salotto, il suo cellulare squillò ancora e l’uomo fu preso dal dubbio. «Chi sarà a quest’ora?», ma almeno in quel frangente il suo cervello non cedette all’amnesia. «Badòla!», si disse ad alta voce, ricordandosi che si trattava di Loredana che stressava sulle luci. «Le luci!», urlò Guido, dandosi una manata in fronte. Guardò l’ora, erano le 20.12 e vicino all’orologio scorse un biglietto con una scritta: «Spegnere tutto entro le 20.10». «Boja faust!», urlò ancora, smanacciando sul muro alla ricerca dell’interruttore. Lo trovò, lo premette, le luci si spensero. E fu buio.

La calma fu surreale, il cellulare smise di squillare, probabilmente Loredana era stata avvertita. Guido, ansimante per l’agitazione, si mosse a tentoni per trovare la sua poltrona, sprofondò di nuovo. Diede uno sguardo alla finestra, vide strani lampi e poi il buio, anche lì. Pochi secondi dopo la luce tornò, ma Guido evitò accuratamente di cercare di nuovo gli interruttori. Il cuore palpitava, lentamente rallentò, poi tornò a un ritmo normale. Nel frattempo il sonno era tornato, lui si lasciò prendere.

Il rumore delle chiavi nella toppa fece sobbalzare Guido sulla sua poltrona, ma era Loredana, che si sincerò delle condizioni di suo marito, comprese il trambusto e intuì il disastro della cucina.
«Come stai?», gli chiese a voce bassa.
«Bene, scusa».
«Non è successo niente».
«Era bella la Tosca?».
«Stupenda». Loredana gli diede una carezza, notò che si era ricordato del Teatro Regio. C’era ancora qualcosa, nel cervello di suo marito, che non si spegneva mai del tutto, piuttosto lavorava a intermittenza, come le luci di piazza San Carlo. Guardò l’ora, era mezzanotte.

«Metti le scarpe e una giacca», gli disse, «ti porto a vedere una cosa». Lui ubbidii senza far domande. La coppia, a braccetto, scese sotto i portici, si lasciò alle spalle il Caval d’brons e si posizionò sul bordo della piazza, dal lato di via Santa Teresa. «Guarda verso le chiese», disse Loredana a Guido. I due osservarono, era mezzanotte e un quarto e la piazza iniziò a spegnersi gradualmente, come fosse un blackout, poi fu completamente buia, poi si riaccese.
«Ti piace?», chiese Loredana.
«Carino», rispose Guido, «ma l’avrei fatto durare di più. Che cos’è?».
«Una luce d’artista».
«Ah, non ci avevo mai fatto caso. Bella». Lei gli strinse forte la mano.

L’immagine in copertina è un rendering diffuso dall’ufficio stampa del Comune di Torino, perché non ci sono foto in grado di immortalare l’installazione di piazza San Carlo con sufficiente fedeltà.
I personaggi di questo racconto, in un certo senso, sono anch’essi un rendering.

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