Birdwatching

«Vorrei fare il birdwatching».
«Che cos’è il birdwatching?».
«Osservare gli uccelli, vedere come mangiano, cosa fanno, come sono fatti, insomma cose così».
«Basta che guardi fuori».
«Ah, certo, piccioni e cornacchie, ogni tanto un gabbiano che con il suo verso ti illude di essere al mare, invece sei a Torino».
«E come facciamo a fare il birdwatching?».
«Ho letto che a Racconigi lo fanno, ci sono anche le cicogne, ho visto le foto, è bello».
«Poi ci andiamo».
«Dici sempre così, ma non andiamo mai da nessuna parte».

Eppure il desiderio di portare Rino a fare birdwatching era forte, ma c’era quell’impedimento, quella cosa che non si voleva mai nominare e che lo stesso Rino faceva finta che non esistesse. Come biasimarlo, del resto?

Pietro lasciò cadere la discussione, passò in cavalleria quella richiesta, insieme alla lunghissima e infinita lista di desideri, cose da fare, luoghi dove «poi ci andiamo», città da vedere, spiagge, cascate, sentieri. Era difficile, ma quella parola, «birdwatching», aveva incuriosito anche lui. Non si chiese dove suo figlio l’avesse letta vista l’immensa quantità di libri che leggeva, abbinati a una intensa attività di ricerca sul web. Ma mentre Pietro usciva per andare a lavorare, dopo aver accolto Luisa, una giovane laureanda che si era offerta di far compagnia al suo figlioletto mentre lui non era in casa, gli tornò in mente quella parola. Con una rapida ricerca sul suo smartphone, scoprì cosa fosse il birdwatching, cioè l’osservazione sistematica delle varie specie di uccelli nel loro habitat, all’interno di postazioni apposite. Tutto chiaro, ma come avrebbe potuto portare Rino a Racconigi?

L’idea arrivò un altro giorno, quando aveva oramai smesso di pensare a quella richiesta, perché subito rimpiazzata da altri desideri del figlio. Mentre si deprimeva pensando che non sarebbe mai stato in grado di portarlo a vedere il Muro di Berlino, Pietro intercettò una discussione in panetteria, dove un uomo raccontava a un conoscente del bellissimo acquario di pesci tropicali che aveva appena costruito a casa sua.

Comprò dei pezzi di legno e li portò in cantina, si accorse così di aver bisogno di un seghetto e di una lima. Uscì di nuovo e corse a comprare anche quegli attrezzi, insieme a guanti, mascherine e occhiali protettivi. Dopo aver chiesto a Luisa di fermarsi ancora un paio d’ore, promettendole un piccolo aumento, Pietro iniziò a lavorare. Proseguì la sua attività per qualche giorno, poi l’oggetto che stava creando iniziò a prendere forma. Andò a comprare della carta vetrata, poi un impregnante per il legno e uno smalto all’acqua rosso, il colore preferito di Rino. Suo figlio iniziò a domandarsi come mai Luisa si fermasse più a lungo del solito, ma Pietro fu evasivo, disse che stava facendo straordinari e che presto avrebbe smesso.

Una settimana dopo, in effetti, il lavoro fu completo, ma mancava ancora qualcosa. Pietro uscì per andare in un negozio di animali, comprò un enorme sacco di semi, quindi entrò in una libreria per acquistare un manuale illustrato. Tornato a casa, portò tutto da suo figlio. Rino dormiva, Luisa vegliava a pochi metri da lui mentre studiava, Pietro la liberò e le pagò il dovuto. Approfittando del sonno del piccolo, l’uomo uscì sul balcone e posizionò accuratamente la nuova casetta per uccelli che aveva costruito, in maniera tale che potesse essere ben visibile anche dall’interno, poi la riempì di mangime. Per fortuna il balcone era piuttosto grande e si estendeva dalla portafinestra della cucina fino alla grande finestra della cameretta di Rino. Pietro, concluse le operazioni, rientrò e sedette accanto al piccolo, con il manuale di ornitologia sulle ginocchia. Attese.

Il primo giorno non successe nulla, nessun uccellino si avvicinò al balcone e Rino cadde in depressione, aveva sfogliato il manuale di ornitologia con entusiasmo ma poi, preso dalla rabbia, lo aveva scaraventato per terra. Si sentiva preso in giro: nessuna visita a Racconigi, nessun birdwatching, solo un manuale inutile e una casetta disabitata. Oltre al danno la beffa. Pietro continuò ad aspettare, gestendo come poteva gli umori di suo figlio. Il secondo giorno fu la stessa cosa, il terzo giorno anche. Passò un’altra settimana, sempre con quella casetta irrimediabilmente vuota, in compenso Rino aveva smesso di lanciare il manuale e, talvolta, lo sfogliava distrattamente. Ma il balcone continuava a non essere frequentato da nessuno, Pietro pensò di aver commesso un grosso sbaglio e fu sul punto di sbaraccare tutto.

Una mattina, mentre preparava la colazione, il figlio urlò. «Una cinciallegra! Una cinciallegra!». Pietro corse da lui, ma l’uccello era fuggito e Rino era già sul punto di disperarsi. «Piano, Rino, dobbiamo fare piano», gli disse. Ci fu silenzio, i due attesero ancora, poi un altro uccellino si avvicinò con diffidenza, zampettando sulla ringhiera. «Una cinciallegra?» chiese Pietro. «No, questa è più piccola, è una cinciarella!» rispose il figlio, che guardò il padre e gli sorrise. «Grazie, papà», disse, cercando di abbracciarlo. «Fai piano – disse Pietro – spaventi gli uccellini e ti si sposta il respiratore, te lo sistemo». Poi lo accarezzò, ma Rino era già assorto nel suo birdwatching.

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