Tricolori

«Verde, bianco e rosso. In quest’ordine, da sinistra a destra, tutti verticali e tutti uguali».
«Sì, ok».
«Hai capito, sì?».
«Sì, sì, ho capito».
Giorgio disegnava, si destreggiava fra quei tre colori e di tanto in tanto utilizzava anche la matita nera per segnare i contorni. Ogni matita riportava un’etichetta con su scritto il colore corrispondente.
Giulia osservava il fratello con serietà, sorvegliando la sua esecuzione. Nel frattempo dava un’occhiata al bancone, dove il barista non aveva ancora provveduto a mettere il suo caffè in macchina, si stava attardando a chiacchierare con certe persone eleganti, che parevano essere clienti abituali del bar.
«Ho finito!». Giorgio annunciò la conclusione del suo lavoro con orgoglio, Giulia restò dubbiosa e prese tra le mani il foglio bianco. «Ma che hai fatto?», commentò sorpresa.
Il Tricolore disegnato dal fratellino era arrotondato, pieno di ghirigori sui contorni e aveva sì i tre colori nell’ordine giusto e in verticale, ma pareva un palloncino più che una bandiera. «La bandiera è rettangolare!» disse lei. «Non me lo avevi detto!» protestò il ragazzino. Nel frattempo arrivarono finalmente il caffè e il succo di ananas.

Giulia era andata a prendere suo fratello a scuola, aveva finito presto di lavorare e ne aveva approfittato per stare un po’ con lui. In quei giorni, infatti, l’istituto che frequentava Giorgio si stava preparando ai festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Del resto, tutta Torino si stava vestendo di verde, bianco e rosso. Piazza Castello era diventata una grande platea, attrezzata per l’occasione, perché di lì a poco sarebbe arrivato il Presidente della Repubblica, tra eventi e festeggiamenti le persone in giro erano tantissime. E poi le Frecce Tricolori! Giorgio aspettava solo quelle. Però c’era un problema, il ragazzino proprio non riusciva a disegnare un Tricolore. La professoressa di arte aveva dato quell’esercizio a tutti gli alunni e si era molto sorpresa delle sue difficoltà, al punto da aver convocato i suoi genitori per chiedere se ci fossero dei problemi. Ma niente, non c’era nessun problema, Giorgio non sapeva concentrarsi e sbagliava sempre qualcosa. Una volta l’ordine dei colori, una volta le dimensioni, un’altra volta, addirittura, aveva disegnato tutto in orizzontale. La versione «a palloncino», creata al tavolino di un bar tra via XX Settembre e via Barbaroux, era del tutto nuova.

Mentre sorseggiava il suo caffè, Giulia impose al fratello una nuova esecuzione. Lui appariva sfinito, ma si prestò ancora una volta. «La bandiera è rettangolare, mi raccomando», ripeté la ragazza, prima di tirar fuori dalla borsa gli appunti di un corso che stava seguendo, a distanza, all’Università, barcamenandosi tra lavoro e studi. «Finito!» annunciò il fratellino, prima di gettarsi nuovamente sul suo succo d’ananas. Giulia prese il foglio e lo guardò con delusione. Il Tricolore era corretto, i colori giusti, l’ordine giusto, i contorni giusti, ed era anche rettangolare. Peccato che fosse orientato in verticale – anche se, a voler essere precisi, era decisamente storto, ma comunque più verticale che orizzontale – e lo fece notare al fratello. Lui pianse, lei lo accarezzò, era stata crudele nel fargli notare l’ennesimo errore, ma solo così lui avrebbe potuto imparare.

Una targa ricordava che in quel palazzo, moltissimi anni prima, Goffredo Mameli e Michele Novaro avevano composto l’inno. Uscendo dal bar, Giulia decise di raccontare quella storia a Giorgio, mentre uscivano dal bar. Sperava così di tirargli su il morale. «Quindi – commentò il ragazzino – ho bevuto un succo dove hanno scritto l’inno?». La sorella sorrise. «Non proprio – rispose – ma è bello pensarla così».

Arrivò poi il 17 marzo. Stipati nella folla di piazza Castello, Giulia e Giorgio osservarono le Frecce Tricolore e le loro evoluzioni nel cielo sopra Torino.
«I colori sono giusti?» chiese Giorgio.
«Sono giusti» confermò Giulia.
«Visto che sono verticali?».
«Cosa vuol dire?»
«Guarda, gli aerei vanno dal basso verso l’alto, sopra di noi, i colori sono verticali come li avevo disegnati io».
La ragazza sorrise. Finito lo spettacolo, tante bandiere sventolarono tra la folla.
«Giulia, guarda – disse Giorgio – questo qui davanti a noi ha la bandiera al contrario!». Era solo la prospettiva, vista da dietro, la bandiera sembrava al contrario. Ma Giorgio, inaspettatamente, se n’era accorto.
«Hai ragione, è al contrario!» confermò la ragazza.
«Che bello che l’ho vista!» ripeté il ragazzino. Giulia lo strinse a sé.

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