Di rabbia e libertà

1982

Il grigio che tende allo scuro è come una tela nuda da dipingere, il cui effetto migliora se sfumato dalla penombra di tendoni neri, almeno tolgono dalla mia vista la Villa della Regina o gli alberi che sorgono dal Po. Troppo, veramente troppo bella quella vista. Mi distrae, mi entra nella testa e da lì – è un attimo – finisce sul quadro. Non posso permetterlo perché sulla tela, nelle mie mani, nei miei lavori, devo esserci solo io. Altrimenti chi potrei essere? Un essere senziente dotato di intelletto e idee oppure una carta copiativa?
La mia vita è una guerra di trincea, dove gli squarci che apro in queste camere d’aria sono come gli sbuffi di terra sollevati dai proiettili che non riescono a colpirmi. Striscio, mi muovo sui gomiti e con precisione, quando decido io, colpisco. Che siate maledetti, infami sanguisughe. Non avrete i miei colori, né i quadri, gli oggetti, i doni di Man Ray, di Mollino, di Casorati. Al buio solo io posso trovare quel che serve per esprimere ciò che sento.

1997

Il tram sferraglia lungo via Napione. Dicono che quando passa vibrino i muri, tremino i vetri delle finestre. Mi devo fidare dei racconti perché, nella mia bolla, raramente intuisco cosa accada ai piedi del palazzo. Che poi, a volerla dire tutta, non mi riguarda nemmeno. Sento la distanza degli altri, mi temono, pensano che chissà di quali nefandezze sia capace, ma io faccio solo quadri, borse, collage, cose che poi i galleristi chiamano «opere d’arte». Forse sono brutti, ma «nefandezze» proprio no.
Un po’ mi rattrista che mi tengano a distanza, solo perché continuo ad andare in giro truccata come se fossimo negli anni Settanta, almeno così una volta ho sentito. Ma a me gli anni Settanta piacciono, sono luce, colori, amicizie, persone. Poi è arrivato il buio, poi tutto si è spento e questa città si è ripiegata su se stessa, ricoperta dal grigiume delle fabbriche che, anche loro, hanno chiuso una dopo l’altra. Mi rattrista, ma un po’ mi attrae, perché questa distanza dagli altri mi fa sentire libera. Posso dire e fare quello che mi pare, in fin dei conti, perché quando gli altri ti ritengono pazza ti è concesso tutto. Posso annegare nel profumo, chiudermi in casa per settimane, mangiare uova e gelato. Nessuno verrà a dirmi niente e potrò lavorare in pace. Però mi fa rabbia pensare che per essere davvero libera debba essere pazza.

2003

L’ho messo sul tavolino della camera vicino alla finestra rivolta a sud. Mi pare stia bene voltato verso la parete. È un animale, in fondo, e gli animali vogliono la libertà. Il suo problema, però, è che ha il corpo fatto d’oro, perciò non potrebbe andarsene in giro come gli altri leoni, verrebbe catturato, magari fuso, o più semplicemente rinchiuso in una teca. Sta meglio su quel tavolino ad annusare gli spifferi d’aria, mentre brama quella libertà che sa benissimo gli sarebbe letale.
Che strano. Ricevere un premio così mi commuove e mi fa arrabbiare. Dico, solo adesso mi danno questo cosino qui? Forse pensano che stia per morire e vogliono mettersi in pace la coscienza, per non sentirsi dire in eterno che non avevano mai riconosciuto il mio valore. Se le cose stanno così, bene, farò vedere che non sto affatto per morire, anzi, ho ancora talmente tante cose da fare che proprio non posso morire. In ogni caso il mio timore, in fin dei conti, è che non mi meriti quel premio, ogni giorno mi vien voglia di buttarlo in magazzino, perché mi ricorda che probabilmente me l’hanno assegnato solo perché sono vecchia e non brava. L’età avanzata, da queste parti, è considerata una sorta di pregio, forse per riconoscere la bravura di non essere ancora morti.

2015

Un soffio, un alito di vento, muove le fronde dei platani. Dentro, il buio mi avvolge, mi accompagna nel distacco e senza troppi convenevoli. Un saluto solo ad alcuni, gli altri possono anche sparire.

2019

Fa effetto rivederla aperta. La casa sembra rimasta identica, anche se non sono proprio sicura che alcuni oggetti siano rimasti come li avevo lasciati. Ho preso in prestito gli occhi nocciola di questa graziosa ragazza riccia, così posso sbirciare, forse per l’ultima volta, questo tiepido antro. La penombra è rimasta, ma non del tutto, pare dovessero lasciar filtrare un po’ di luce per le foto. Le foto, per Dio! Le foto! Cosa importa delle foto? Piuttosto cercate di non spostare niente. Cristina, mi fido di te.

«Ehi, stai bene?».
«Sì, perché?».
«Avevi lo sguardo perso nel vuoto, sembrava stessi male».
«Non me ne sono nemmeno accorta».
«Dai, sei stanca, tanto il giro è finito. Ti va un caffè sull’altra sponda del Po? C’è un bel bar».
«Sì, dai. Andiamo».

Il caffè fumava sul tavolino, sullo sfondo il fiume, oltre il fiume via Napione, in uno dei primi palazzi, in alto, la casa-museo di Carol Rama.
«Piaciuta?».
«Molto».
«Ma davvero non ti eri accorta di esserti, come dire, incantata?».
«No, che strano».
«Molto strano».
«Comunque è straordinaria, un po’ inquietante ma straordinaria».
«Cosa?».
«Carol Rama».
«Intendi la casa di Carol Rama».
«Sì, scusa, la casa».
«Peccato non averla conosciuta».
«Già, peccato».

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