Statue che scappano

Imprescindibile, quasi una regola che, volente o nolente, tutti i torinesi devono in qualche modo subire. Accadde anche a Irene, che quando frequentava la quarta elementare fu portata in gita al Museo Egizio. La maestra di storia, tale Turco, era emozionata come una bambina nel varcare la maestosa soglia di quell’imponente palazzo. I bambini, invece, erano emozionati come adulti, nel senso che dai loro volti non traspariva nessuna emozione, se non la voglia di essere da un’altra parte. A differenza degli adulti, però, non avevano altri impegni oltre alla scuola, quindi niente scuse. Irene e i suoi compagni dovettero sorbirsi tre ore a spasso fra statue, papiri e soprattutto mummie. Tante, tantissime, poste nelle teche, a volte a due a due, a volte singole, a volte di animali e di bambini, a volte semiscoperte, con parti del volti rinsecchiti che emergevano dalle bende sudicie, a volte talmente ben fasciate da sembrare dei bambolotti di pezza.

Irene ascoltava la spiegazione della maestra Turco con sincera noia, mentre si guardava intorno cercando di trovare qualcosa di interessante. A dire il vero, qualche suo compagno di classe aveva innalzato il proprio livello di attenzione, ad esempio Luca, che però era strano e studiava sempre, ma anche Elisa, che di solito se ne stava sempre per conto suo e prendeva sempre «sufficiente» nelle verifiche. Irene evitò di sbuffare come facevano alcuni maschi, che apparivano maleducati, ma a un certo punto non riuscì a trattenere uno sbadiglio. La Turco se ne accorse. «Irene – si interruppe – vuoi aggiungere qualcosa alla mia spiegazione?». «No, maestra» disse lei, mentre cercava di riprendersi. «Allora mi sai dire di che cosa ho appena parlato». Il silenzio, il panico. Luca, che nel frattempo si era avvicinato a lei, sussurrò: «I monili». Irene ripeté. «Brava Irene – commentò la Turco – e che cosa dicevo a proposito dei monili?». Un altro sussurro e Irene proseguì. «Che li mettevano tra le bende come buon aspicio». «Auspicio», corresse la maestra, che comunque apparve soddisfatta, facendo finta di non notare i suggerimenti, e riprese a spiegare. L’aveva scampata, Irene guardò Luca e sussurrò: «Grazie». Lui sorrise, poi tornò a concentrarsi sulla spiegazione.

Però lei stette vicino a Luca, non voleva rischiare di incappare in un’altra interrogazione lampo e apparire distratta. Lui era strano, portava gli occhiali spessi e sembrava appassionarsi agli Antichi Egizi. A Irene annoiavano, preferiva la parte sull’Impero Romano, ma a Torino non c’era un Museo Romano e di conseguenza le toccava il giro all’Egizio. Stando vicina al compagno di classe, però, in qualche modo fu costretta ad ascoltare. Geroglifici, altri monili, oggetti vari, poi di nuovo geroglifici, geroglifici, gerogligici. Non riusciva nemmeno a ripetere la parola «geroglifici» e si chiedeva per quale motivo avessero scelto una parola così complicata per indicare quei segni a occhio così semplici. La visita terminò, con grande sollievo di buona parte della classe, ma una volta usciti la Turco annunciò che avrebbe fatto una verifica su quella piccola gita. Maledizione. Luca si avvicinò a Irene e la rassicurò. «Ho preso degli appunti – disse – e se vuoi te li faccio ricopiare». Irene restò colpita, sia dalla genorosità di Luca, sia dal «tradimento» della Turco. Antichi Egizi, gioie e dolori, insomma.

La verifica, tutto sommato, andò bene, ma qualcosa era cambiato. Un giorno, infatti, mentre suo padre la accompagnava in un negozio di abbigliamento, dal finestrino dell’auto vide una enorme sfinge, che troneggiava al centro della rotonda al fondo di corso Giulio Cesare. Non l’aveva mai notata, eppure non era la prima volta che passava da lì. Fu leggermente turbata. «Papà – chiese – ma hanno messo una sfinge?». «Una che?» disse lui. «La sfinge, la statua egizia». «Ah, quella! Ma c’è da anni». Irene avrebbe giurato di non averla mai vista prima di quel giorno. Non fu l’unico episodio. Qualche settimana dopo uscì per una passeggiata in centro con sua zia e sua cugina e, in piazza Castello, vide la sagoma di Ramesse II che troneggiava alle spalle di Palazzo Madama. Seduto, anzi «assiso», incorniciato dai simboli del potere, sereno e imperscrutabile. Irene non se n’era mai accorta. Ma da dove spuntava anche quello? E poi il colpo finale. Piazza Savoia, ancora qualche settimana dopo, si trovava lì con la madre per una commissione. Al centro della piazza campeggiava un enorme obelisco. «Oddio, ma questo quando l’hanno messo?». La madre sorrise. «Credo da poco, forse meno di trecento anni», rispose ironica.

Era evidente che qualcosa fosse uscito fuori dal Museo Egizio e si fosse diffuso in città. Irene non ci credeva, non era possibile che tutti quei simboli egizi fossero sempre stati sotto i suoi occhi. Non era possibile, non era semplicemente possibile. E chissà quanti altri ce n’erano! E poi piazza Savoia, ma cosa c’entravano i Savoia con gli Antichi Egizi? Ma dai. Però il cerchio andava chiuso, c’era sicuramente un buco nelle pareti del Museo Egizio che faceva scappare statue e simboli. L’unica soluzione era tornare lì, scoprire il buco e chiuderlo per sempre. Irene, quindi, convinse sua madre a riportarla al museo, lei ne fu stupita, dato che sapeva della pessima esperienza vissuta dalla figlia, ma acconsentì. Le due entrarono, Irene si guardò intorno, avida di scoperte, mentre la madre si perdeva a leggere le targhette, a osservare anfore e gioielli, a scoprire le storie dietro ogni statua. Irene si muoveva per le sale, cercava il buco, non lo trovò, sua madre la osservava con curiosità. Dov’era il buco? Dov’era? Da dove erano uscite tutte quelle statue? Da dove era passato quell’obelisco?

«Serve aiuto?». Una guida avvicinò Irene. «Sto cercando un… un… un buco», rispose lei. «Che buco?» ribatté la guida, una giovane laureata, incuriosita da quella risposta. «Quello che ha fatto uscire le statue». Nel frattempo, la madre di Irene si era avvicinata, rassicurando la guida. «Ah, ho capito!», disse la giovane, «vieni con me». E condusse Irene in una parte nuova del museo, che raccontava il museo stesso. «Ecco da dove sono uscite», le disse. Irene ritrovò tutto, l’obelisco, le immagini delle statue che si spostavano, che arrivavano in città sotto la guida degli esploratori, che si facevano spazi tra gli edifici di Torino. «Quindi ce le avete messe voi» commentò, rivolta alla guida. «In un certo senso sì, ma in un certo senso ce le hai messe anche tu». Irene non capì. «Lasciamo questa ragazza al suo lavoro? Non può star dietro solo a te» intervenne la madre, che liberò la guida. Quella visita finì, ma Irene uscì dal museo elettrizzata. «Non avevi detto che non ti piaceva?» chiese sua madre. «Sì, più o meno, ma devo scoprire da dove arrivano le statue, chi ce le ha messe. Torniamo un’altra volta?». «Certo – rispose la madre – tutte le volte che vuoi».

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