Il lenzuolo di Lucento

«Nonno?».
«Sì».
«Cosa fate?».
«Riparo questo telaio».
Silenzio.
«Dimmi, Zino».
«Non voglio disturbarvi».
«Oramai l’hai già fatto». Emidio si interruppe e fissò il nipote con falsa severità. Il piccolo era timido, ma curioso come un gatto, di tanto in tanto si presentava dal nonno per farsi raccontare qualcosa, dato che lo considerava un pozzo di storie.
«Cosa vuoi che ti racconti?» incalzò il nonno.
«Alla fontanella ho sentito parlare di un lenzuolo che è passato di qua».
Emidio rise, poi tornò a fissare il piccolo Zino e gli porse uno sgabello. «Siediti qui, così mentre ti racconto vado avanti col lavoro».

Il filatoio era in piena attività, affacciato sulla Dora, che scendeva a valle verso Torino, era dominato soltanto dal Castello di Lucento, che vegliava sulla manifattura come un guardiano. Tutto intorno fiorivano case e botteghe, si muovevano carretti e uomini, scorrazzavano animali di vario tipo e bambini scalzi. I tessuti che partivano da Lucento servivano la capitale del ducato e anche i dintorni, mentre alle porte arrivavano i francesi. In quel momento, però, nessuno aveva voglia di pensarci.
La vita scorreva operosa come sempre, anche se a pochi chilometri già si insediavano le guarnigioni nemiche. Emidio lo sapeva ma confidava nel duca e anche nel Principe Eugenio, dato che si vociferava di un suo arrivo a guidar le truppe in fase di riorganizzazione. Il suo vasto patrimonio di storie era una manna dal cielo per tener buoni i nipotini, Zino soprattutto, lasciati in affidamento alla madre Luisa, la figlia maggiore di Emidio, mentre il padre di quei tre nanerottoli, Gianni, era stato arruolato e spedito a Staffarda. Luisa lavorava al filatoio tutto il giorno e riusciva di solito a tenere con sé i figli, in accordo con le altre operaie che avevano gli stessi problemi, ma quel giorno il piccolo Zino aveva accusato un po’ di febbre ed era rimasto a casa, perché Emidio aveva pensato di restare lì a riparare i telai che gli mandavano dalla manifattura. Poco male, Zino era il più curioso dei tre fratellini e sovente si avvicinava al nonno per farsi raccontare qualcosa.

«Se ho capito cosa mi hai chiesto – esordì Emidio, mentre esaminava il telaio – penso di poterti raccontare una storia». Al bambino tornò il sorriso.
«Dobbiamo tornare indietro di più di cento anni, quando il castello che vedi da qui, il Castello di Lucento, non apparteneva ancora al duca».
«E di chi era?».
«Un tale Beccuti, però non lo conosco, non ti so dire. Sta di fatto che il duca si comprò questo castello perché gli piaceva, pensava di farci una riserva di caccia e così fece. Lo acquistò e fece fare alcuni lavori, il parco che vedi qua intorno l’ha deciso lui. Poi si fece portare i cervi e le volpi, anche qualche leprotto, così da avere qualcosa a cui tirare».
«Ma il duca era cattivo, uccideva gli animali».
«In un certo senso sì, ma cosa vuoi farci, i nobili pare che si annoiassero molto, un tempo, e avere una riserva di caccia personale era un po’ come dire: guardate, sono uno importante. Che ti devo dire, Zino, i nobili son fatti così, tutti presi dalla smania di far vedere quanto sono importanti».
«Io se divento nobile non faccio nessuna riserva di caccia».
Emidio rise, mentre armeggiava con i suoi attrezzi. «Bravo Zino. Ad ogni modo il duca si comprò questo castello, ma mentre che si metteva lì a far sistemare il parco, devi sapere che la capitale era diventata Torino solo da pochissimi anni, una quindicina».
«E prima dove stava?».
«A Chambéry, di là dalle montagne».
«Dai nemici?».
«Dai nemici».

Una carrozza entrò in cortile, interrompendo il racconto. Emidio si alzò e raggiunse il cocchiere. Aveva sbagliato strada, capitava spesso perché in quella fase concitata molti smarrivano la via per Torino e si andavano a incastrare nel borgo di Lucento. Emidio diede le indicazioni corrette, il cocchiere ringraziò e il nonno tornò al suo racconto.
«Eravamo alla capitale, era diventata Torino da pochi anni, ma il duca voleva che anche il Signore Iddio desse un qualche riconoscimento a questa scelta, così da ingraziarsi anche il clero e di conseguenza il popolo. Perché spostare la capitale fu una mossa azzardata. Quindi decise di portare in città un segno divino che stava proprio a Chambéry. Nessuno nella Savoia voleva, però, così dovette aspettare un’occasione».
«Quale?».
«Tu sai che cos’è un vescovo, Zino?».
«No».
«Allora il vescovo è un signore molto importante della chiesa, uno che comanda tutti gli altri preti».
«Come il Papa?».
«Subito sotto il Papa».
«Ho capito».
«Allora c’era il vescovo di Milano, Carlo Borromeo, che era molto anziano e voleva fare un pellegrinaggio fino a questa reliquia, per chiedere al Signore Iddio di far smettere di ammalare la popolazione, che all’epoca stava morendo. Quindi il duca disse: non ti preoccupare, non ti facciamo mica fare un viaggio così lungo, te la portiamo a metà strada. E convinse i preti di Chambéry a dire che andava bene. Mi passi quel martello?».
«Eccolo».
«Grazie. Quindi la reliquia partì, a Chambéry non furono proprio felicissimi, ma vorrai mica dire di no a un vescovo importante? La reliquia viaggiò, viaggiò tanto, andò a Pinerolo, andò a Vercelli, e poi un bel giorno arrivò qui».
«A Lucento?».
«Esatto».
«Che bello!».

Due papere irruppero nel cortile e iniziarono ad azzuffarsi, qualcuno aveva lasciato un tozzo di pane per terra. Emidio si alzò a scacciarle, afferrò il pane e lo lanciò lungo la strada, così da riportare la calma in quell’angolino. Poi riprese il suo racconto.
«Pensa che c’erano i soldati schierati all’ingresso del Castello, venti carrozze entravano lentamente e su quella centrale era conservata la reliquia, chiusa in una teca. Che fu portata nel salone più grande e più bello. Cento paggi accompagnavano il duca, cinquanta ufficiali gli facevano da scorta. Poi la gente del borgo venne a raccogliersi qui davanti, tutti insieme a pregare, per ringraziare di quell’evento».
«E poi?»
«Ci furono dieci giorni di preghiere e benedizioni. Il borgo fece una grande festa del ringraziamento, il duca passò tra il popolo a salutare, fu ringraziato anche lui, furono tutti felici».
«Perché solo dieci giorni?».
«La reliquia doveva raggiungere il vescovo di Milano, ti ricordi? E lui attendeva a Torino. Così dopo dieci giorni, il 14 settembre 1578 partì un grande corteo solenne, che da Lucento attraversò la piana, seguì il corso della Dora e arrivò a Torino. Ci furono tante altre feste e la reliquia trovò posto alla Chiesa di San Lorenzo, dove il vescovo poté pregarla per giorni, chiedendo al Signore Iddio di far guarire i milanesi».
«E guarirono?».
«Sì».
«E la reliquia era il lenzuolo?».
«Esatto, proprio così. Fu quel lenzuolo a passare da qui, da quel momento il Castello di Lucento fu benedetto, per questo, finché sarà in piedi, continuerà a proteggerci. Anche perché il lenzuolo sacro è rimasto a Torino».
«Ma ci proteggerà anche dai nemici?».
«Certo, soprattutto dai nemici».
«Meno male».

Emidio sorrise, anche Zino fu più sereno e iniziò a distrarsi con qualche altra papera che faceva capolino nel cortile in cerca di cibo, segno che la sua febbre era ormai scesa. In cuor suo, Emidio davvero sperava che quel castello li avrebbe protetti dall’avanzata del nemico. Poi le preoccupazioni passarono e tornò a concentrarsi sul telaio.

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