Torino, 3 luglio 1969

«Arturo, Arturo!».
«Ehi».
«Non ti stai dimenticando niente?».
Arturo si fermò sulla soglia della porta, interdetto. Quando sua moglie faceva quella domanda era spesso un trabocchetto, che ogni volta finiva con il dimostrare quanto lui fosse inaffidabile anche per le più piccole commissioni ordinarie. Ma niente, con le chiavi nella mano sinistra, la sporta nella mano destra, proprio non gli venne in mente. Eleonora, sua moglie, abbozzò un ghigno. «Pensaci bene», disse, con tono di sfida.
Allora, il portafogli c’era, le chiavi ce le aveva in mano, la borsa della spesa sì, la ricevuta della tintoria per ritirare la giacca c’era. Le chiavi della macchina no, non servivano perché le botteghe erano tutte lungo corso Traiano, quindi si sarebbe spostato a piedi.
«La lista». Disse Eleonora, allungando sotto il naso del marito un biglietto fittamente scritto. Arturo sorrise, lei non ebbe voglia di arrabbiarsi, lo salutò e tornò alle proprie faccende.

L’uomo scese in strada e capì subito che c’era qualcosa di diverso dal solito, che dal balcone di casa sua, orientato in tutt’altra direzione, sarebbe stato impossibile cogliere. Non era il caldo, che, all’età di 80 anni, Arturo pativa particolarmente, non era nemmeno il sole che già alle 9 del mattino era piuttosto insistente. Erano i poliziotti. Mai visti così tanti, e tutti insieme, in corso Traiano. In effetti, da casa, non si vedeva nulla.
Arturo andò in tintoria, ma era chiusa, questo lo mandò in confusione. Non c’erano avvisi né cartelli, che avesse sbagliato orario?
«Ah, ma certo!» disse l’uomo, dandosi una manata sulla fronte. «Oggi apre al pomeriggio». E se ne andò sereno all’emporio dietro l’angolo, convinto di avere una scusa pronta per Eleonora, per non aver svolto quel semplicissimo compito.

C’era pochissima gente e Giulio, il gestore, accolse Arturo quasi incredulo. «Che ci fai qui?», gli disse. «Eh niente, la spesa».
«Ma lo sai che sto chiudendo?».
Arturo sgranò gli occhi. «Oddio – disse – e dove andiamo adesso a fare la spesa?». Giulio restò a bocca aperta.
«Arturo – riprese –, intendevo dire che sto per chiudere oggi, ma domani riapro. Torna domani, non vedi che succede lì fuori?». Le camionette della Polizia facevano avanti e indietro su corso Traiano, si formavano assembramenti di agenti in divisa, con scudi e caschi, le persone cercavano percorsi alternativi per attraversare la strada e, dal fondo del viale, si sentivano urla indefinite, forse slogan. Arturo guardò sconsolato fuori dalla vetrina.
«Ma se torno a casa senza spesa Eleonora si arrabbia», obiettò l’uomo.
Giulio sospirò, quasi intenerito da quell’obiezione. «Va bene, dammi il biglietto». Arturo sorrise. Il gestore dell’emporio gli riempì la borsa, mettendo tutto quello che era segnato sul biglietto, poi fece il conto. Arturo pagò soddisfatto. «Adesso, però – ammonì il negoziante – vai subito a casa e non uscire». L’uomo annuì, ma sapeva che sarebbe dovuto andare in tintoria.

Con lo sguardo fiero, una volta rientrato, Arturo posizionò la spesa sul tavolo della cucina, poi disse alla moglie, prima che lei potesse obiettare nulla, che la tintoria avrebbe aperto al pomeriggio. «Strano – disse lei – ma non importa, ci puoi andare anche domani, oggi fa caldo».
«Eh no – aggiunse lui, sempre più tronfio – un impegno è un impegno! Oggi intendo chiudere la faccenda, domani porterò il televisore da Giustino a riparare».

Il piccolo schermo che troneggiava su un mobile nella piccola cucina, in effetti, era rotto da tempo. Per seguire i notiziari, Eleonora andava dalla vicina, ma da due settimane non lo poteva più fare perché l’amica era andata in vacanza, sarebbe rientrata quel giorno stesso e in serata, finalmente, avrebbero potuto guardare di nuovo il notiziario insieme. Arturo era così, aveva i suoi tempi.

Dopo pranzo, l’uomo uscì di nuovo, fatto il suo consueto sonnellino, diretto in tintoria. Il clima, però, era cambiato. L’aria era secca, quasi irrespirabile, gli animi caldissimi. Si affacciò su corso Traiano e fu quasi travolto dalla folla. Urla, strattoni, pietre e bottiglie volavano. Arturo si buttò contro un muro, cercando di appiattirsi il più possibile. Riuscì a togliersi dalla folla ma oramai si era spostato già di diversi metri. Quel caos era una scusa più che sufficiente per non aver portato a termine il compito della tintoria, perciò poteva «tranquillamente» rientrare a casa. Tutto stava nel ritornare al cancelletto che dava l’accesso al cortile, che era già distante.

Prese coraggio e fece a spintoni tra giovani e meno giovani, che urlavano insulti alla Polizia.
Arturo non capì niente, ma a un certo punto la folla arretrò e si ritrovò libero. Li guardò correre e sorrise, finalmente sarebbe potuto rientrare. Si voltò, più sereno, ma si trovò di fronte una massa di poliziotti armati di scudi e manganelli, che inseguivano i manifestanti.
L’uomo fu scaraventato per terra, prese anche una manganellata, ma in quel disastro non riuscì a capire bene cosa fosse accaduto. Calpestato, strattonato, riuscì a strisciare verso il cancelletto, mentre alle sue spalle scoppiava la guerra.
A fatica, tornò in piedi, dolorante e sanguinante. Si pulì i pantaloni, aprì il cancelletto tenendo le chiavi con estrema difficoltà, perché le mani tremavano. Tornò a casa, guardò Eleonora e sorrise. Lei si portò le mani sul viso. «Che ti è successo?» urlò, cercando con affanno il proprio dispositivo acustico, che infilò alle orecchie per poter sentire la voce del marito.
«Eh niente – disse lui, appoggiandosi a una antica credenza che dominava l’ingresso –, sono uscito dal cancelletto e sono caduto, uno è passato correndo e mi ha buttato per terra. Ma sto bene, magari mi faccio una doccia».

Eleonora corse a prendere medicamenti e garze, lo fece sedere e gli disse di non preoccuparsi di niente. «Posso andare domani in tintoria?» disse lui. La donna lo guardò con tenerezza. «Ma certo, anzi, domani ci vado io, tu riposati. Vuoi che andiamo all’ospedale?».
«Magari domani se sto ancora male, ma adesso mi passa» rispose Arturo.
«Che cafone quello che ti ha buttato per terra!».
«Eh già».
«Hai visto chi era?».
«Non lo conosco».

La sera, dalla vicina, Eleonora guardò il notiziario e vide la guerra. Le botte, i manganelli, le pietre, le urla, gli arresti di corso Traiano. Chinò la testa e pianse.
«Eh lo so – disse la vicina commentando le immagini – è veramente una cosa triste».
«Triste, già», aggiunse Eleonora, asciugando le lacrime.

Cartolina da Torino #5

Mio caro Ludovico,

auspico che questa lettera ti trovi bene, che trovi bene anche tua moglie Eloisa e i tuoi figli Gilberto, Eusebio e Clotilde. Sono a scriverti per aggiornarti sullo stato dei lavori alla palazzina, che risulta ancora gravemente danneggiata nella sua parte più esterna, che affaccia lungo il viale, ma che per fortuna divina risulta ben solida nella sua struttura portante. Per questo l’ingegnere ha ritenuto di non procedere con lavori di ristrutturazione delle colonne portanti bensì di concentrare il suo intervento negli aspetti più visibili, così da restituire in brevissimo tempo i fasti che più si confanno alla nostra famiglia.

Una volta recuperati gli stucchi e i fregi della facciata, grazie alle carte progettuali che nostro nonno ha saggiamente conservato nel nostro casolare del Monferrato, potremo dedicarci agli interni con la calma adeguata alle necessità di ripartenza di cui abbisogniamo. In proposito mi permetto di suggerirti alcuni cambiamenti che potremmo introdurre approfittando del cantiere, come ad esempio la riduzione dell’ampio salone delle feste, che non abbiamo mai utilizzato, per ricavarne due saloni più piccoli, uno più grande da utilizzare per le cene e l’altro più riservato per le riunioni. Potremmo così meglio gestire le nostre attività e in particolare i rapporti con le altre famiglie della città. Ma vorrei parlartene non appena farete ritorno dalla nostra residenza di Pieve.

Mentre attendo il tuo resoconto della visita del Presidente Woodrow Wilson a Genova, sono ansioso di donarti queste pagine con il mio, perciò perdonami se non attendo la tua lettera prima di scriverti nuovamente. Il sindaco ha tenuto particolarmente a invitare me e Clara in rappresentanza della nostra famiglia, cosicché abbiamo deciso di affidare Roberto e Caterina alla cara Elisabetta, che ha a lungo servito la nostra famiglia e abbiamo fortunatamente ritrovato due mesi fa, come sai. La decisione ha sancito il suo rientro in servizio, era molto provata dagli ultimi anni e necessitava di un impiego. Ci siamo quindi piacevolmente recati in Municipio, due giorni fa, per accogliere il Presidente, che è giunto ieri da Milano passando per Santhià ed ha potuto partecipare a un grande ricevimento che ha ricordato i momenti più cari del passato. Non avevo mai ammirato un Municipio così pulito, persino il giornale ha scritto che uno splendore così non si era mai visto e per una volta aveva ragione. Ne hanno fatto lavare gli esterni per un giorno intero.

Ho potuto stringere la mano al presidente, prima di un altro ricevimento, ancora più fastoso, alla Filarmonica. Anche lì, per fortuna, siamo stati invitati, segno che la nostra famiglia fa ancora parte del consesso dei nomi più in vista della città. Penso che la visita del presidente abbia riportato quell’entusiasmo sopito dal gas nervino degli austriaci, che tanti nostri concittadini ha seppellito lungo le Alpi. Purtroppo non ho potuto parlare con lui, ma gli ho solo porto i saluti della famiglia, lui ha sorriso e mi ha ringraziato. Mi è comunque stato molto utile per recuperare entusiasmo e riallacciare vecchi rapporti, che negli scorsi anni si erano diradati, com’era inevitabile, anche per via del nostro spostamento nel Monferrato.

Il Presidente Wilson si è poi concesso un divertente intermezzo affacciandosi dal balcone di piazza San Carlo, dove lo attendeva una folla festante e riconoscente per l’aiuto che gli Stati Uniti d’America hanno portato al nostro Paese. Un aiuto che ci consente, oggi, di essere liberi, felici, vivi. Tanti di noi, oggi, non ci sono più, ma è anche per loro che il Presidente ha deciso di fare questo importante viaggio nel Regno, ed è per questo che la nostra famiglia deve tornare grande e fare grande Torino.

Ti saluto con affetto e ti mando questa foto, scattata da un amico al quale ho chiesto di svilupparla velocemente, così da renderti partecipe di questo epocale momento per la nostra città.

In attesa di vederti, ti abbraccio

Casimiro

Torino, 8 gennaio 1919

La foto in copertina è tratta dal gruppo “Torino sparita” su Facebook.

Miracolo al Monte dei Cappuccini

«Adesso ci mettiamo qui seduti e mi raccontate di nuovo tutto, dall’inizio».
«Comandante, vi prego».
«Non dite quella parola, soldato, limitatevi a riportare i fatti».
Il soldato prese un respiro profondo, si sedette davanti al comandante e riprese il suo racconto. «Come vi ho detto – esordì – siamo saliti al Monte dei Cappuccini e abbiamo avviato le trattative, come ci era stato indicato».
«Bene».
«Dopo poco tempo, siamo riusciti a convincere gli svizzeri a passare con noi. A quel punto ci sono state aperte le porte della chiesa, anche perché la nostra superiorità numerica era diventata evidente».
«D’accordo, andate avanti».
«Quindi siamo entrati, con l’idea di lasciare il segno, ma abbiamo rilevato delle resistenze da parte degli spagnoli e dei torinesi».
«Ecco!».

Il comandante si alzò in piedi, afferrò una coppa di vino e iniziò a sorseggiare, mentre diede un’occhiata al calamaio e al foglio bianco. «Vedete – disse – il punto è proprio questo. Cosa intendete quando parlate di “lasciare il segno”?».
«Be’, ecco…».
«Non ho finito! Rispondente a questo dubbio ma anche al secondo che sto per porre. Che cosa significa “resistenze” da parte di spagnoli e torinesi?».
Il soldato si imbarazzò, volse lo sguardo distrattamente sugli oggetti che adornavano l’ufficio del comandante nel quartier generale. Cercava un appiglio, qualcosa che gli desse sicurezza per trovare un senso alle sue parole. Il comandante intuì l’imbarazzo e intervenne.
«Allora – disse, tornando a sedere al suo tavolo e posando la coppa di fianco al calamaio –, io penso che vi siate fatti prendere la mano e che ne sia nato un conflitto a fuoco. È corretto?».
Il soldato non rispose.
«Lo prendo come un sì. Detto ciò, a me non interessa cosa abbiate fatto lì dentro, mi interessa solo che non ne restino tracce, siamo intesi?».
«Signorsì».
«Molto bene. Per prima cosa, quali segni avreste lasciato?».
«Ecco… l’altare».
«L’altare cosa?».
«Credo abbia dei buchi, dei proiettili».
«Maledizione!». Il comandante diede un pugno sul tavolo, facendo traballare pericolosamente il vino. Poi si alzò di nuovo in piedi. Era nervoso, prese a fare su e giù per la stanza, fissando il soldato, di tanto in tanto, con odio.
«Statemi a sentire – disse il comandante dopo un po’ – dovete far sparire quell’altare, intesi?».
«Ma come facciamo?».
«Come avete fatto con i corpi».
«Quelli li abbiamo seppelliti».
«Allora seppellite anche l’altare!».
«Ma non sappiamo dove, non c’è spazio lì intorno. Se lo spostassimo nella cripta?».
«Va bene purché non si veda più, poi ci penseremo, fatelo subito».
«Agli ordini».
«Bene».
«Comandante?».
«Ditemi».
«Come spiegheremo l’assenza di un altare in una chiesa?».
Il comandante sbuffò, odiava chi poneva problemi, ma in quella situazione gli pareva la minore delle questioni. «Nessuno entrerà in chiesa finché non avremo costruito un altare nuovo, lo scriverò al Cardinale, mi inventerò qualcosa».
«D’accordo».

Il soldato si alzò, fece il saluto militare e si voltò verso la porta.
«Aspettate!» disse il comandante.
«Scusatemi».
«Non mi avete detto la cosa più importante, che fine ha fatto de Lorraine».
Il soldato restò in piedi e guardò in terra.
«Un cecchino l’ha colpito davanti al tabernacolo, un napoletano che stava con gli spagnoli».
«Cosa ci faceva de Lorraine davanti al tabernacolo?».
«L’aveva aperto con un colpo di moschetto».
«Immagino perché volesse “lasciare il segno” anche lì dentro. Mi sbaglio?».
«No, signore».
«E poi?».
«Lo sparo del cecchino deve aver acceso la polvere che portava al collo. È morto avvolto dalle fiamme».
«Mon Dieu».
«Lo abbiamo detto anche noi».
«Cosa?».
«Mon Dieu, prima di fermarci. Qualcuno ha detto “Mon Dieu”, ma non so bene chi».
«Me ne frego di chi l’ha detto».

Ci fu silenzio. Il soldato rimase in piedi, poi il comandante riprese il discorso.
«Allora, per capirci, de Lorraine ha valorosamente sconfitto alcuni soldati spagnoli che volevano ucciderlo».
«Come?».
«Una volta sconfitti, si è avvicinato al tabernacolo, attirato dal riflesso che emanava».
«Ma…».
«A quel punto, delle lingue di fuoco sono spuntate da lì e l’hanno avvolto, uccidendolo».
«Comandante, ma…».
«Un miracolo! Soldato, è stato proprio un miracolo, non trovate?».
«Veramente…».
«Un miracolo, è stato un miracolo, le lingue di fuoco, la luce».
«S-sì. Certo».
«Soldato, cosa è accaduto?».
«Un miracolo, signore».
«Molto bene. Sono sicuro che anche gli altri soldati saranno d’accordo, giusto?».
«Certo, signore».
«Bene, ora andate».
«Buona giornata, signore».

Il soldato uscì, quindi il comandante riprese in mano il vino, ne bevve alcuni sorsi e poi si sedette a scrivere il resoconto di quanto avvenuto il 12 maggio 1640 a Torino.

Cartolina da Torino #4

Egregio direttore,
Vi scrivo questa mia per anticipare il resoconto che metterò a punto una volta terminato l’intero viaggio, di modo che sia già per Voi possibile ricevere alcune informazioni senza attendere il termine del mio breve soggiorno nelle diverse città che fanno parte del mio itinerario.

Mi sono attardato lungo corso Oporto, dove ha sede l’albergo nel quale gentilmente mi avete alloggiato, affinché mi fosse possibile osservare con la giusta attenzione il comportamento dei torinesi di fronte a questo importante evento naturale. La neve compone grandi masse ai bordi della strada, tanto che è possibile attraversarla solamente in determinati punti, che appositamente la municipalità ha predisposto per agevolare il defluire della cittadinanza e dei mezzi di trasporto. In particolare vorrei far notare l’utilizzo dello spartineve applicato al tranvai del quale vi fornisco esempio nella fotografia che spedisco insieme al mio messaggio, al fine di consentire al mio resoconto di guadagnare in precisione. So che il suddetto spartineve è stato già utilizzato in altre occasioni, in particolare nel 1933, nel 1934 e nel 1936, ma non escludo che la stessa modalità sia stata riproposta anche in situazioni differenti.

A corollario di ciò, intendo sottolineare la diffusa consuetudine di utilizzare alcune pendici collinari come piste da sci, grazie alla grande quantità di neve presenti. Una località, ad esempio, è quella che si sviluppa lungo la collina cosiddetta del Monte dei Cappuccini, che in questi giorni ho potuto risalire prendendo la teleferica e verificandone l’adeguata velocità di percorrenza. Ho notato numerosi gruppi di persone che si spostavano per le vie principali della città al fine di raggiungere il suddetto costone di collina dove i boschi scendendo a valle si diradano, scoprendo un lungo manto innevato che si ferma poco prima del Po, quasi in corrispondenza della stazione di partenza della già citata teleferica. Tuttavia è soprattutto sulla collina di Cavoretto, che ho potuto visitare ieri, che si raccoglie il maggior numero di amanti di questa pratica. Suggerisco di considerare la possibilità di promuovere in futuro questo genere di attività come forma di attrazione turistica anche nelle nostre vallate, come forma di alternativa accessibile alle già note località.

La città di Torino sembra adeguatamente attrezzata per gli eventi atmosferici di carattere invernale, vista la sua collocazione che la rende sì vicina all’arco alpino da imporre una preparazione costante dei suoi addetti alla gestione del pericolo neve. Sono tuttavia costretto a rilevare una forte carenza nella manutenzione del manto stradale, perché solo questa mattina si sono riscontrati alcuni incidenti in via XX Settembre, piazza Castello, via Roma e corso Oporto, occasione di cui io stesso sono stato testimone. A poca distanza dal caffè in cui mi ero recato per incontrare alcuni nostri collaboratori, dei quali poi Vi relazionerò, una donna di circa 40 anni è scivolata al bordo della strada procurandosi una contusione al braccio destro. Non è infrequente che le nevicate causino a Torino diverse situazioni di questo genere, ma mi duole notare come l’amministrazione cittadina sia piuttosto impegnata non tanto nell’affrontare queste problematiche, quanto nel propagandare un senso di tranquillità che mal si riscontra nei suoi abitanti. Suppongo si tratti esclusivamente di una riproposizione di quanto imposto dal Partito, ma per onestà trovo necessario sottolineare quanto i torinesi sembrino molto distanti dalle posizioni del Duce, più di quanto gli amministratori intendano mostrare.

È il motivo per cui questa missiva vi giunge direttamente dalle mani di una persona fidata e non attraverso il mezzo postale, che non ritengo sufficientemente sicuro per lasciar transitare messaggi di questo genere. Ignorate, quindi, la lettera dai toni enfatici che avete da me probabilmente ricevuto in questi giorni al fine di allontanare eventuali sospetti sulla mia attività in città.

Per i maggiori dettagli relativi al consenso e ai nostri legami rimando al nostro incontro.

Cordialmente

La foto è tratta dall’Archivio Storico della Città di Torino, qui il link originale all’immagine >

Il lenzuolo di Lucento

«Nonno?».
«Sì».
«Cosa fate?».
«Riparo questo telaio».
Silenzio.
«Dimmi, Zino».
«Non voglio disturbarvi».
«Oramai l’hai già fatto». Emidio si interruppe e fissò il nipote con falsa severità. Il piccolo era timido, ma curioso come un gatto, di tanto in tanto si presentava dal nonno per farsi raccontare qualcosa, dato che lo considerava un pozzo di storie.
«Cosa vuoi che ti racconti?» incalzò il nonno.
«Alla fontanella ho sentito parlare di un lenzuolo che è passato di qua».
Emidio rise, poi tornò a fissare il piccolo Zino e gli porse uno sgabello. «Siediti qui, così mentre ti racconto vado avanti col lavoro».

Il filatoio era in piena attività, affacciato sulla Dora, che scendeva a valle verso Torino, era dominato soltanto dal Castello di Lucento, che vegliava sulla manifattura come un guardiano. Tutto intorno fiorivano case e botteghe, si muovevano carretti e uomini, scorrazzavano animali di vario tipo e bambini scalzi. I tessuti che partivano da Lucento servivano la capitale del ducato e anche i dintorni, mentre alle porte arrivavano i francesi. In quel momento, però, nessuno aveva voglia di pensarci.
La vita scorreva operosa come sempre, anche se a pochi chilometri già si insediavano le guarnigioni nemiche. Emidio lo sapeva ma confidava nel duca e anche nel Principe Eugenio, dato che si vociferava di un suo arrivo a guidar le truppe in fase di riorganizzazione. Il suo vasto patrimonio di storie era una manna dal cielo per tener buoni i nipotini, Zino soprattutto, lasciati in affidamento alla madre Luisa, la figlia maggiore di Emidio, mentre il padre di quei tre nanerottoli, Gianni, era stato arruolato e spedito a Staffarda. Luisa lavorava al filatoio tutto il giorno e riusciva di solito a tenere con sé i figli, in accordo con le altre operaie che avevano gli stessi problemi, ma quel giorno il piccolo Zino aveva accusato un po’ di febbre ed era rimasto a casa, perché Emidio aveva pensato di restare lì a riparare i telai che gli mandavano dalla manifattura. Poco male, Zino era il più curioso dei tre fratellini e sovente si avvicinava al nonno per farsi raccontare qualcosa.

«Se ho capito cosa mi hai chiesto – esordì Emidio, mentre esaminava il telaio – penso di poterti raccontare una storia». Al bambino tornò il sorriso.
«Dobbiamo tornare indietro di più di cento anni, quando il castello che vedi da qui, il Castello di Lucento, non apparteneva ancora al duca».
«E di chi era?».
«Un tale Beccuti, però non lo conosco, non ti so dire. Sta di fatto che il duca si comprò questo castello perché gli piaceva, pensava di farci una riserva di caccia e così fece. Lo acquistò e fece fare alcuni lavori, il parco che vedi qua intorno l’ha deciso lui. Poi si fece portare i cervi e le volpi, anche qualche leprotto, così da avere qualcosa a cui tirare».
«Ma il duca era cattivo, uccideva gli animali».
«In un certo senso sì, ma cosa vuoi farci, i nobili pare che si annoiassero molto, un tempo, e avere una riserva di caccia personale era un po’ come dire: guardate, sono uno importante. Che ti devo dire, Zino, i nobili son fatti così, tutti presi dalla smania di far vedere quanto sono importanti».
«Io se divento nobile non faccio nessuna riserva di caccia».
Emidio rise, mentre armeggiava con i suoi attrezzi. «Bravo Zino. Ad ogni modo il duca si comprò questo castello, ma mentre che si metteva lì a far sistemare il parco, devi sapere che la capitale era diventata Torino solo da pochissimi anni, una quindicina».
«E prima dove stava?».
«A Chambéry, di là dalle montagne».
«Dai nemici?».
«Dai nemici».

Una carrozza entrò in cortile, interrompendo il racconto. Emidio si alzò e raggiunse il cocchiere. Aveva sbagliato strada, capitava spesso perché in quella fase concitata molti smarrivano la via per Torino e si andavano a incastrare nel borgo di Lucento. Emidio diede le indicazioni corrette, il cocchiere ringraziò e il nonno tornò al suo racconto.
«Eravamo alla capitale, era diventata Torino da pochi anni, ma il duca voleva che anche il Signore Iddio desse un qualche riconoscimento a questa scelta, così da ingraziarsi anche il clero e di conseguenza il popolo. Perché spostare la capitale fu una mossa azzardata. Quindi decise di portare in città un segno divino che stava proprio a Chambéry. Nessuno nella Savoia voleva, però, così dovette aspettare un’occasione».
«Quale?».
«Tu sai che cos’è un vescovo, Zino?».
«No».
«Allora il vescovo è un signore molto importante della chiesa, uno che comanda tutti gli altri preti».
«Come il Papa?».
«Subito sotto il Papa».
«Ho capito».
«Allora c’era il vescovo di Milano, Carlo Borromeo, che era molto anziano e voleva fare un pellegrinaggio fino a questa reliquia, per chiedere al Signore Iddio di far smettere di ammalare la popolazione, che all’epoca stava morendo. Quindi il duca disse: non ti preoccupare, non ti facciamo mica fare un viaggio così lungo, te la portiamo a metà strada. E convinse i preti di Chambéry a dire che andava bene. Mi passi quel martello?».
«Eccolo».
«Grazie. Quindi la reliquia partì, a Chambéry non furono proprio felicissimi, ma vorrai mica dire di no a un vescovo importante? La reliquia viaggiò, viaggiò tanto, andò a Pinerolo, andò a Vercelli, e poi un bel giorno arrivò qui».
«A Lucento?».
«Esatto».
«Che bello!».

Due papere irruppero nel cortile e iniziarono ad azzuffarsi, qualcuno aveva lasciato un tozzo di pane per terra. Emidio si alzò a scacciarle, afferrò il pane e lo lanciò lungo la strada, così da riportare la calma in quell’angolino. Poi riprese il suo racconto.
«Pensa che c’erano i soldati schierati all’ingresso del Castello, venti carrozze entravano lentamente e su quella centrale era conservata la reliquia, chiusa in una teca. Che fu portata nel salone più grande e più bello. Cento paggi accompagnavano il duca, cinquanta ufficiali gli facevano da scorta. Poi la gente del borgo venne a raccogliersi qui davanti, tutti insieme a pregare, per ringraziare di quell’evento».
«E poi?»
«Ci furono dieci giorni di preghiere e benedizioni. Il borgo fece una grande festa del ringraziamento, il duca passò tra il popolo a salutare, fu ringraziato anche lui, furono tutti felici».
«Perché solo dieci giorni?».
«La reliquia doveva raggiungere il vescovo di Milano, ti ricordi? E lui attendeva a Torino. Così dopo dieci giorni, il 14 settembre 1578 partì un grande corteo solenne, che da Lucento attraversò la piana, seguì il corso della Dora e arrivò a Torino. Ci furono tante altre feste e la reliquia trovò posto alla Chiesa di San Lorenzo, dove il vescovo poté pregarla per giorni, chiedendo al Signore Iddio di far guarire i milanesi».
«E guarirono?».
«Sì».
«E la reliquia era il lenzuolo?».
«Esatto, proprio così. Fu quel lenzuolo a passare da qui, da quel momento il Castello di Lucento fu benedetto, per questo, finché sarà in piedi, continuerà a proteggerci. Anche perché il lenzuolo sacro è rimasto a Torino».
«Ma ci proteggerà anche dai nemici?».
«Certo, soprattutto dai nemici».
«Meno male».

Emidio sorrise, anche Zino fu più sereno e iniziò a distrarsi con qualche altra papera che faceva capolino nel cortile in cerca di cibo, segno che la sua febbre era ormai scesa. In cuor suo, Emidio davvero sperava che quel castello li avrebbe protetti dall’avanzata del nemico. Poi le preoccupazioni passarono e tornò a concentrarsi sul telaio.

Dove c’era un architetto

«Che diavolo gli è preso? Che cos’è quella roba? Che cos’è? Che cos’è?».
«State calmo, Rav…».
«Non sto calmo proprio per niente! Ma dico, ci rendiamo conto? Chiamatelo immediatamente e fatelo venire qui!».

Ishmael sospirò, rassegnato, l’ennesima sfuriata del rabbino capo lo avevo stancato. Non tanto per lui, che tutto sommato aveva anche ragione, quanto per la situazione. Il problema era che nessuno della comunità aveva controllato bene i progetti al momento opportuno. Fiducia totale all’architetto e via, ma sarebbe stata solo questione di tempo. Toccava a Ishmael, ora, andare a chiamare quel bizzarro uomo che abitava in una casa ancora più bizzarra di lui. Stretta e lunga, per far passare il letto avevano dovuto abbattere un muro per poi ricostruirlo. Certo, forse gli indizi sulla sua stravaganza erano già sufficienti per lasciare intendere che forse non sarebbe stato la persona giusta. O forse sì, chi lo sa.

Ishmael bussò alla porta.
«Chi è?».
«Sono…».
«Ah sì sì, entrate, entrate». La porta sì aprì e di fronte a lui comparve una donna scapigliata, elegante e trasandata allo stesso tempo. Le sue origini nobili erano evidenti, per questo a Ishmael continuava a sfuggire il motivo per cui si fosse perduta con quell’architetto. Quest’ultimo, invece, sedeva al tavolo della cucina, di fronte a lui un cumulo di fogli, disegni, matite e righelli.
«Buongiorno, architetto». Disse Ishmael.
«Buongiorno a voi, venite». Rispose l’architetto.
Così il ragazzo poté dare un’occhiata ai progetti, vedere disegni cancellati, rifatti, modificati, con aggiunte e segni incomprensibili.
«Vedete – illustrò l’architetto – se noi aggiungessimo due montanti su questa parete, con un paio di tiranti qui, potremmo salire ancora di più».
«Ecco, vorrei parlarvi proprio di questo, signore».
«Ci ho lavorato tutta la notte».
«Non lo metto in dubbio, ma vedete…».
«E poi questi marmi vanno sostituiti, non reggono».
«Certo, ma il rabbino capo vuole vederla».
L’architetto si zittì e lo guardò perplesso. «Ma io devo lavorare», obiettò.
«Sono sicuro che potrà concedergli un’ora del suo prezioso tempo», ribatté Ishmael.
«Se vuole vedermi – aggiunse l’architetto alzandosi in piedi con irruenza – che venga lui al cantiere».
Ishmael fu spiazzato, ma l’architetto fu irremovibile. «Riferirò», disse il ragazzo.

Nell’ufficio del rabbino capo volavano fogli e fermacarte, mentre il calamaio rovesciato aveva imbrattato il pavimento e il tavolo. Solo le urla del rabbino erano più forti della paura di Ishmael di essere colpito da qualche oggetto volante. «Come si permette? – urlava il rabbino – Come si permette? Chi crede di essere?».
«Mi scusi…» provò a dire Ishmael.
«Lo prendo a calci! Giuro che lo prendo a calci! Cosa vuole fare salire ancora? Cosa? Dobbiamo arrivare fino in cielo? Questa è pura blasfemia! Io lo caccio! Lo caccio!».

Il progetto per quell’edificio sacro era sfuggito di mano, l’architetto era un visionario e continuava a cambiare i disegni, aggiungendo centimetri alla costruzione e prosciugando tutti i risparmi della comunità. Ma la situazione era troppo grave, il rabbino capo dovette mettere da parte l’orgoglio, si calmò e decise di correre al cantiere. La decisione era presa, il consiglio aveva stabilito la revoca del progetto.

«Architetto!». Ishmael lo intravide mentre parlava con il capomastro, richiamò la sua attenzione e gli chiese di avvicinarsi. L’architetto, notato il rabbino capo, quella volta ubbidì.
«Buongiorno», disse l’architetto.
«Buongiorno», disse il rabbino capo.
«Siete venuto a controllare i lavori? Ho qui dei disegni che vorrei mostrarvi».
«Architetto…».
«L’ho già detto al ragazzo, pensavo di aggiungere due montanti, ma ci ho ragionato, ne serviranno otto».
«Architetto, dovete interrompere i lavori».
«Scusi?».
«Non abbiamo più soldi, questo progetto è completamente un’altra cosa, ci è sfuggito di mano e la colpa è vostra».
L’architetto scoppiò a ridere.
«Sapevo che la vostra comunità avesse un grande senso dell’ironia – commentò – ma questa era veramente grossa, ci stavo credendo!».
«Ritenetevi sollevato dall’incarico, il progetto si ferma qui, vi pagheremo il dovuto e poi addio». Il rabbino capo girò i tacchi, l’architetto rimase di sasso, Ishmael cercò di incrociarne lo sguardo, voleva dirgli qualcosa, ma fu richiamato dal rabbino.

Le lacrime dell’architetto bagnarono i suoi disegni, ma durò poco, la rabbia prese il sopravvento. Cacciò tutti, capomastro, operai, gettò in terra alcuni trabattelli, strappò i disegni e prese a calci inutilmente un sacco di sabbia. Nessuno lo aveva capito, un’altra volta.

Pochi giorni dopo il rabbino capo ricevette la visita di un messo comunale. Fu un colloquio breve, concluso da una stretta di mano. Il rabbino ritrovò il sorriso e convocò il consiglio. Ishmael fu invitato ad assistere, perché avrebbe dovuto riferire tutto all’architetto. Anche il ragazzo fu contento e corse da lui, non vedeva l’ora di annunciargli che il Comune di Torino avrebbe acquistato l’edificio per completarne la costruzione.

«Architetto! Architetto!».
L’architetto non gli aprì.
«Ho una buonissima notizia per voi!», insisté Ishmael.
La porta si mosse e restò socchiusa.
«Che volete?» disse l’architetto facendo capolino, era scuro in volto.
«Il Comune comprerà tutto».
«Tutto che?».
«L’edificio, il vostro progetto, tutto!».
«Cosa se ne fa il Comune di una sinagoga?».
«Non sarà una sinagoga, credo, ma ho qui tutti i documenti».
«Chi si occuperà del progetto?».
«Voi».

L’architetto non ci credeva, prese subito la copia dell’atto di acquisto da parte del Comune per leggere il nome dell’architetto designato. C’era scritto: Alessandro Antonelli. Un raggio di sole entrò in quel momento dalle finestre di Casa Scaccabarozzi.