Agadez – Primo capitolo

«Ha finito?».
«Sì, un secondo».
«Ha finito o no?».
«No, un secondo».

Elso sbuffò, con le mani appoggiate sui fianchi, mentre osservava quell’uomo che armeggiava sotto l’acquaio della cucina. Erano passate già due ore e il lavoro non era ancora concluso, certo, era un intervento complesso, perché l’acquaio era ad angolo e non era facile infilarsi lì sotto a stringere i tubi e cambiare le guarnizioni, però da oltre mezz’ora l’idraulico pareva dovesse terminare da un momento all’altro, invece proseguiva, afferrava un altro attrezzo, si alzava per riprendere fiato, beveva un sorso d’acqua. Sudava, accidenti quanto sudava.

Elso non ne poteva più. Il suo evidente nervosismo aveva allertato Gianna, sua moglie, che si era stesa sul divano del salone per rilassare le gambe. «Elso?», lo chiamò. «Vieni qui con me». E il marito, a malincuore, la raggiunse
.«Se gli stai così addosso è normale che ci metta tanto».
«Gianna, lo sai che con questi è meglio fare attenzione, e poi almeno se lo guardo non perde tempo».
«Ma se son due ore che svita e stringe».
«Appunto, di sicuro ci chiederà soldi in più».
«Non ti preoccupare, anzi, vai pure al circolo, tanto sto io qui, dove vuoi che vada con queste gambe malandate».
«Schersuma nen! Ti lascio sola con quello lì? Sai quante ne se ne sentono».

Salvatore, con la fronte imperlata di sudore, aveva da poco terminato il lavoro, mentre stava rifiatando poté sentire le ultime battute di quella conversazione. «Quello lì» l’aveva chiamato, quello lì. «Sì – pensò Salvatore – quello lì tua sorella». Posò le chiavi sulla cucina e aprì il rubinetto. L’acqua riempì l’acquaio in poco tempo, poi tolse il tappo dello scarico. Tutto funzionante, nemmeno una goccia fuoriuscita da posti sbagliati. «Quello lì ha finito» disse Salvatore, a voce bassa, ma Elso era comparso sulla soglia della cucina proprio in quel momento. «Molto bene», disse inespressivo, sorprendendo l’idraulico.
«Ecco…». Provò a giustificarsi Salvatore.
«Sì, lo so, lo so, vuole cento lire in più».
«Prego?».
«Duecento?».
«Ma veramente il lavoro fa 500 lire».
«Lo so bene, ma so anche che mi chiederà dei soldi in più».
«Perché dovrei, mi scusi?».
«Elso – intervenne Gianna dall’altra stanza – dagli 600 lire».
«Tenga», disse Elso, mettendo nelle mani di Salvatore 600 lire. «Se li merita – disse con sorriso paterno, strizzando persino l’occhio – anche se mi ha sporcato tutto».
Salvatore restò interdetto, poi prese i soldi e guardò la cucina con sguardo colpevole. «Non si preoccupi – aggiunse Elso – era una battuta, pulisco io. Vada pure, vada».

Salvatore salutò, riprese i suoi attrezzi, bevve l’ultimo sorso d’acqua e si asciugò la fronte. Poi prese le sue borse, salutò la signora e allungò la mano verso l’uomo, che però non si mosse e non ricambiò il saluto, restò sorridente sulla soglia della porta d’ingresso, aperta nel frattempo. L’idraulico ritrasse la mano, accennò un sorriso e se ne andò. Il tonfo della porta lo fece sobbalzare. «Vaffanculo, stronzo», disse Salvatore, uscendo dal portone.

Si ritrovò all’interno di un cortile elegante, con le finestre adornate da fregi e stucchi di forma animale. Intonaco antico, piante che ricadevano dai davanzali, un paio di biciclette parcheggiate di fianco a una Vespa. Un bell’angolo di quiete riparato dal trambusto di piazza Vittorio Veneto.

Appena varcata la soglia del cortile, Salvatore accese una sigaretta e guardò in alto, per osservare i portici e notare quanto fossero sporchi quei soffitti, pieni di ragnatele e chissà che altro. A pensarci, fu contento di aver spillato 100 lire in più a «quelli lì che stanno bene», come diceva sempre suo padre, anche se la mancia gli era parsa quasi un’offesa. «Piemontesi di merda – commentò ad alta voce – non ti lasciano mai lavorare in pace e poi si puliscono la coscienza con qualche soldo in più».

Torino era fredda, anche se Bari d’inverno non scherzava mica, ma la mancanza del mare era difficilmente sopportabile. Salvatore aveva lasciato la sua casa a poche centinaia di metri dal lungomare barese, si era trasferito al nord da un paio d’anni, insieme alle due sorelle minori, Loredana e Antonietta. Lo avevano fatto a malincuore, ma del resto c’erano poche alternative. Il problema era la Puglia, tanto bella quanto avara di prospettive. Il fratello più grande, Giuseppe, era in Germania già da cinque anni, aveva mollato tutto nel ’63 per tentare fortuna a Hannover, seguendo le orme di tanti altri conterranei. Più volte aveva chiesto a Salvatore di raggiungerlo. Ma oramai, a Torino, Salvatore aveva trovato un lavoro onesto e doveva occuparsi delle due sorelle, era questo il compromesso ottenuto con i genitori: vai su, ma ti porti loro. Anche se il sogno della Germania era stato soltanto posticipato.

E poi aveva trovato anche una fidanzata, Maria Grazia, che era di Gravina. Lei era appena salita dal sud ed era più giovane, faceva qualche lavoretto ma viveva ancora con la famiglia, abitavano alle spalle della Gran Madre. Anche lei, però, riteneva Torino una tappa intermedia, la soluzione per togliersi dalla tenaglia senza futuro del Sud, uno scatto utile a riprendere velocità per poi partire di nuovo verso il traguardo. La Germania, anche per lei, era un sogno, anche se l’industria di Hannover non la stimolava granché, avrebbe preferito Bonn. Ma un passo alla volta.

Mentre pensava già al matrimonio, a una casa insieme e al futuro, Salvatore si ricordò dell’appuntamento successivo. In via Vanchiglia c’era un termosifone che perdeva da altri piemontesi, altra gente che chiamava lui perché costava meno e non faceva troppe storie con le ricevute. «Andiamo a vedere, vah», disse, gettando la sigaretta e avvicinandosi al furgoncino lasciato in piazza.

Iniziavano i preparativi per il luna park. Il suo piccolo mezzo, acquistato da un carrozziere a buon prezzo, era un vecchio Fiat 1100T bianco, leggermente ammaccato ma ancora presentabile. L’aveva infilato tra altri due furgoni più grossi. Quattro o cinque uomini, intanto, scaricavano ferraglia, pezzi di giochi enormi, pannelli pieni di lampadine e una marea di specchi. Erano parti di giostre differenti, la casa degli specchi, appunto, poi quella roba che gira e ti fa venire da vomitare. La piazza sembrava un cantiere, era ricoperta di scheletri di attrazioni, camion, operai al lavoro, attrezzi sparsi in giro.

Faceva ancora freddo ma, come gli aveva detto una volta suo nonno, «chi lavora tanto non sente freddo». E infatti Salvatore indossava una felpa che portava semiaperta, sotto si intravedeva la maglietta sudata, poi la spalla destra tagliata dalla fascia che reggeva il borsone, nella mano sinistra una borsa più piccola. Entrambe pesantissime. Mentre osservava piazza Vittorio che brulicava di lavoratori dalle lingue sconosciute, lanciò i due borsoni nel vano del furgoncino, poi diede ancora uno sguardo alla piazza. «Qua ci porto Maria Grazia», disse, poi salì sul mezzo e andò all’altro appuntamento, a cinque minuti da lì.

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