Borgo Rossini love | Via Catania

L’auto sfila silenziosa fra le siepi, è l’ultimo tratto di via Catania, quello che, al centro, mantiene una piccola lingua d’asfalto che anziché condurre all’incrocio con corso Novara porta alla fine del mondo.

La fine del mondo è il Cimitero Monumentale dove, per la prima volta, la gloriosa utilitaria di produzione torinese varca l’ingresso del piazzale dopo essere passata fra quelle siepi, al seguito di un carro funebre sempre troppo grigio e troppo lussuoso. L’ultimo saluto alla zia è stato dato fra le mascherine, l’odore di gel disinfettante e il distanziamento sociale. Parenti che si incontrano, vorrebbero salutarsi con una stretta di mano e un abbraccio, ma non possono, così le conversazioni non nascono, non ci si racconta qualcosa in attesa di entrare, perché senza quel saluto iniziale si resta come sospesi.
Sono arrivati divisi in due per auto, uno davanti e uno dietro, come in un taxi e, prima di partire alla volta del camposanto, si erano messi in fila dietro al feretro, guardandosi un po’ per controllare i rispettivi stati d’animo, un po’ per verificare le distanze.

La scomparsa della zia, portata via in un soffio dal Covid19, accomuna questa a migliaia di altre famiglie del mondo, così come il funerale al disinfettante. La sofferenza per la dipartita si diluisce nella sofferenza di non potersi accarezzare, di un figlio che non può asciugare le lacrime di sua madre sul proprio petto, una sofferenza appannata dalla paura di togliere la mascherina, di togliere i guanti, di starnutire.
Sullo sfondo via Catania vista dall’altro lato, dal piazzale di fronte al cimitero dove l’aria resta sospesa, non c’è un filo di vento, il tempo si ferma, resta cristallizzato in un momento eterno. È come osservare la vita dall’esterno, vedere le fronde degli alberi mosse da un vento sottile come fossero immagini registrate, trasmesse da un maxischermo.

Via Catania è metafora della vita e della morte. Dalle acque impetuose o placide della Dora spuntano bagliori di vitalità, dove nasce l’esistenza. L’acqua è da sempre metafora di vita, di nascita. Quel nome, «Dora», ha origine greca, da «doron», e vuol dire «dono», e la vita, almeno nella concezione cristiana del termine, è di fatto un dono. Questo, però, riguarda il nome proprio di persona, tendenzialmente la contrazione del nome «Dorotea».
In realtà il nome del fiume ha un’etimologia differente, in dialetto piemontese indica un qualunque corso d’acqua. Ma è bello pensare che la Dora, così come l’acqua può rappresentare, sia un dono.

Via Catania nasce dal fiume, poi prosegue e incrocia via Reggio, ne prende possesso, le scippa il ruolo di asse portante del borgo e si incunea fra gli alberi, cresce, porta con sé case, locali, negozi – tutti, ovviamente, chiusi – e si dirige decisa verso il termine di tutto.
L’ultimo tratto è surreale, fatto per i carri funebri e il loro codazzo. Dalla nascita, dall’acqua, si chiude al camposanto. Si attraversa in auto, velocemente, con le case che scorrono, sfilano una dopo l’altra come gli anni, chiuse, impolverate, con le serrande abbassate.

L’automobile, oggi, appare l’ultimo guscio protettivo rimasto per muoversi in una terra martoriata, abitata eppure desertificata, una protezione attende sorniona di essere messa in moto, indolente e inerme. Ha un rombo rassicurante, che indica un motore in salute, le cui vibrazioni coprono i singhiozzi e danno costanza al movimento.
Un guscio rassicurante dove, al riparo dalle delazioni, il figlio e la madre si stringono. Con mascherine e guanti, entrambi consapevoli della violazione, si dicono che almeno, per via di quella brutta occasione, sono riusciti ad abbracciarsi.

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