Torino, 3 luglio 1969

«Arturo, Arturo!».
«Ehi».
«Non ti stai dimenticando niente?».
Arturo si fermò sulla soglia della porta, interdetto. Quando sua moglie faceva quella domanda era spesso un trabocchetto, che ogni volta finiva con il dimostrare quanto lui fosse inaffidabile anche per le più piccole commissioni ordinarie. Ma niente, con le chiavi nella mano sinistra, la sporta nella mano destra, proprio non gli venne in mente. Eleonora, sua moglie, abbozzò un ghigno. «Pensaci bene», disse, con tono di sfida.
Allora, il portafogli c’era, le chiavi ce le aveva in mano, la borsa della spesa sì, la ricevuta della tintoria per ritirare la giacca c’era. Le chiavi della macchina no, non servivano perché le botteghe erano tutte lungo corso Traiano, quindi si sarebbe spostato a piedi.
«La lista». Disse Eleonora, allungando sotto il naso del marito un biglietto fittamente scritto. Arturo sorrise, lei non ebbe voglia di arrabbiarsi, lo salutò e tornò alle proprie faccende.

L’uomo scese in strada e capì subito che c’era qualcosa di diverso dal solito, che dal balcone di casa sua, orientato in tutt’altra direzione, sarebbe stato impossibile cogliere. Non era il caldo, che, all’età di 80 anni, Arturo pativa particolarmente, non era nemmeno il sole che già alle 9 del mattino era piuttosto insistente. Erano i poliziotti. Mai visti così tanti, e tutti insieme, in corso Traiano. In effetti, da casa, non si vedeva nulla.
Arturo andò in tintoria, ma era chiusa, questo lo mandò in confusione. Non c’erano avvisi né cartelli, che avesse sbagliato orario?
«Ah, ma certo!» disse l’uomo, dandosi una manata sulla fronte. «Oggi apre al pomeriggio». E se ne andò sereno all’emporio dietro l’angolo, convinto di avere una scusa pronta per Eleonora, per non aver svolto quel semplicissimo compito.

C’era pochissima gente e Giulio, il gestore, accolse Arturo quasi incredulo. «Che ci fai qui?», gli disse. «Eh niente, la spesa».
«Ma lo sai che sto chiudendo?».
Arturo sgranò gli occhi. «Oddio – disse – e dove andiamo adesso a fare la spesa?». Giulio restò a bocca aperta.
«Arturo – riprese –, intendevo dire che sto per chiudere oggi, ma domani riapro. Torna domani, non vedi che succede lì fuori?». Le camionette della Polizia facevano avanti e indietro su corso Traiano, si formavano assembramenti di agenti in divisa, con scudi e caschi, le persone cercavano percorsi alternativi per attraversare la strada e, dal fondo del viale, si sentivano urla indefinite, forse slogan. Arturo guardò sconsolato fuori dalla vetrina.
«Ma se torno a casa senza spesa Eleonora si arrabbia», obiettò l’uomo.
Giulio sospirò, quasi intenerito da quell’obiezione. «Va bene, dammi il biglietto». Arturo sorrise. Il gestore dell’emporio gli riempì la borsa, mettendo tutto quello che era segnato sul biglietto, poi fece il conto. Arturo pagò soddisfatto. «Adesso, però – ammonì il negoziante – vai subito a casa e non uscire». L’uomo annuì, ma sapeva che sarebbe dovuto andare in tintoria.

Con lo sguardo fiero, una volta rientrato, Arturo posizionò la spesa sul tavolo della cucina, poi disse alla moglie, prima che lei potesse obiettare nulla, che la tintoria avrebbe aperto al pomeriggio. «Strano – disse lei – ma non importa, ci puoi andare anche domani, oggi fa caldo».
«Eh no – aggiunse lui, sempre più tronfio – un impegno è un impegno! Oggi intendo chiudere la faccenda, domani porterò il televisore da Giustino a riparare».

Il piccolo schermo che troneggiava su un mobile nella piccola cucina, in effetti, era rotto da tempo. Per seguire i notiziari, Eleonora andava dalla vicina, ma da due settimane non lo poteva più fare perché l’amica era andata in vacanza, sarebbe rientrata quel giorno stesso e in serata, finalmente, avrebbero potuto guardare di nuovo il notiziario insieme. Arturo era così, aveva i suoi tempi.

Dopo pranzo, l’uomo uscì di nuovo, fatto il suo consueto sonnellino, diretto in tintoria. Il clima, però, era cambiato. L’aria era secca, quasi irrespirabile, gli animi caldissimi. Si affacciò su corso Traiano e fu quasi travolto dalla folla. Urla, strattoni, pietre e bottiglie volavano. Arturo si buttò contro un muro, cercando di appiattirsi il più possibile. Riuscì a togliersi dalla folla ma oramai si era spostato già di diversi metri. Quel caos era una scusa più che sufficiente per non aver portato a termine il compito della tintoria, perciò poteva «tranquillamente» rientrare a casa. Tutto stava nel ritornare al cancelletto che dava l’accesso al cortile, che era già distante.

Prese coraggio e fece a spintoni tra giovani e meno giovani, che urlavano insulti alla Polizia.
Arturo non capì niente, ma a un certo punto la folla arretrò e si ritrovò libero. Li guardò correre e sorrise, finalmente sarebbe potuto rientrare. Si voltò, più sereno, ma si trovò di fronte una massa di poliziotti armati di scudi e manganelli, che inseguivano i manifestanti.
L’uomo fu scaraventato per terra, prese anche una manganellata, ma in quel disastro non riuscì a capire bene cosa fosse accaduto. Calpestato, strattonato, riuscì a strisciare verso il cancelletto, mentre alle sue spalle scoppiava la guerra.
A fatica, tornò in piedi, dolorante e sanguinante. Si pulì i pantaloni, aprì il cancelletto tenendo le chiavi con estrema difficoltà, perché le mani tremavano. Tornò a casa, guardò Eleonora e sorrise. Lei si portò le mani sul viso. «Che ti è successo?» urlò, cercando con affanno il proprio dispositivo acustico, che infilò alle orecchie per poter sentire la voce del marito.
«Eh niente – disse lui, appoggiandosi a una antica credenza che dominava l’ingresso –, sono uscito dal cancelletto e sono caduto, uno è passato correndo e mi ha buttato per terra. Ma sto bene, magari mi faccio una doccia».

Eleonora corse a prendere medicamenti e garze, lo fece sedere e gli disse di non preoccuparsi di niente. «Posso andare domani in tintoria?» disse lui. La donna lo guardò con tenerezza. «Ma certo, anzi, domani ci vado io, tu riposati. Vuoi che andiamo all’ospedale?».
«Magari domani se sto ancora male, ma adesso mi passa» rispose Arturo.
«Che cafone quello che ti ha buttato per terra!».
«Eh già».
«Hai visto chi era?».
«Non lo conosco».

La sera, dalla vicina, Eleonora guardò il notiziario e vide la guerra. Le botte, i manganelli, le pietre, le urla, gli arresti di corso Traiano. Chinò la testa e pianse.
«Eh lo so – disse la vicina commentando le immagini – è veramente una cosa triste».
«Triste, già», aggiunse Eleonora, asciugando le lacrime.

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