È molto difficile considerare un libro qualcosa di «semplice» nel momento in cui ci si trova davanti Nessun amico se non le montagne (Add editore, 2019). L’opera di Behrouz Boochani è tagliente, forte, cruda e terribile, ancora di più se si considera quanto siano contemporeanee le vicende raccontate. Ora l’autore è in Nuova Zelanda, ma per sei anni è stato prigioniero sull’Isola di Manus, dove l’Australia, nel territorio della Papua Nuova Guinea, ha costruito una prigione. La colpa di Boochani? Essere un immigrato clandestino che ha cercato di raggiungere l’Australia, cioè la libertà, la possibilità di avere una nuova vita lontano dalle persecuzioni in Iran, a bordo di un barcone.

In tantissime occasioni, purtroppo, leggiamo queste storie con distacco, le osserviamo fra una notizia e l’altra al telegiornale. Raramente, però, abbiamo la possibilità di entrare così dentro. Behrouz Boochani ci porta con lui sul barcone a lottare contro l’acqua che lo invade, mettiamo le mani sul buco nello scafo, ci spacchiamo le dita a forza di gettare l’acqua in mare con i secchi. Sentiamo l’odore di umanità impaurita, ammassata sul pontile, vediamo le guardie che per un momento – uno soltanto – rappresentano la nostra speranza di arrivare nell’altrove, nel nuovo mondo, ma in poco tempo capiamo essere il nostro ultimo, invalicabile limite. Compagni di viaggio persi, svaniti nell’acqua, zaini e scarpe che galleggiano. L’autore ci fa letteralmente vedere tutto. Fa lo stesso anche nella prigione, dove, per alcuni passaggi, pare di trovarsi fra le righe di Se questo è un uomo di Primo Levi, o dei numerosi resoconti dell’orrore della Seconda guerra mondiale. Invece siamo nel 2016 sotto la giurisdizione della «civilissima» Australia, una nazione figlia di immigrati che proprio dagli immigrati si difende.

Tuttavia non è la sede per affrontare il tema della gestione di questo fenomeno. Grazie al libro di Boochani posso fare quattro considerazioni estremamente banali ma da tenere bene a mente: il fenomeno delle migrazioni riguarda tutto il mondo; a spostarsi clandestinamente sono i più poveri, appartenenti a classi sociali oppresse e non dominanti; ogni nazione è disposta ad arginare questi movimenti schierando le forze militari contro persone sfatte, senza più nulla, dai vestiti stracciati e dalle facce disciolte nella disperazione; tutto ciò che accade con i migranti, tendenzialmente in mare, non si deve sapere in patria.

Di fondamentale importanza, sebbene di non agevole lettura, è il saggio finale del traduttore Omid Tofighian, dove si capisce come è stato elaborato questo libro. Oramai si sa, quindi non sto svelando nulla, ma è sempre sconvolgente ricordarsi che Behrouz Boochani ha scritto tutto tramite messaggi, sfuggendo alle perquisizioni – non sempre – e alle punizioni. È questa, forse, una condizione talmente tragica da risultare quasi inimmaginabile. Anche in questo, l’autore ci porta con sé fra gli ambienti sudici di quella prigione.

Questo libro è di fatto un reportage giornalistico dall’interno, ed è il motivo per cui ha vinto svariati premi in questo settore, come il Premio Anna Politkovskaja. Proprio grazie ai riconoscimenti, del resto, l’autore è riuscito, in qualche modo, a raggiungere qualcosa di simile al suo obiettivo.

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