Foto in copertina: il Po a Torino nei giorni scorsi (credits: Il Messaggero)
Il Piemonte ha dichiarato lo stato di emergenza regionale per deficit idrico e incendi boschivi, esattamente come Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Lo Stato ha nominato un commissario straordinario per gestire la siccità, che però terminerà il mandato prima della fine dell’estate
Sta piovendo, finalmente, ma l’Italia resta in difficoltà dal punto di vista idrico e le regioni devono fare da sé. Il Piemonte, il 3 agosto, ha dichiarato lo stato di emergenza regionale per via del deficit idrico e degli incendi boschivi (prima in alcune province, poi esteso a tutta la regione). Può muoversi in autonomia dallo scorso 9 giugno, quando ha istituito – con una apposita legge regionale attesa da anni – lo stato di emergenza regionale con durata di 12 mesi, prorogabili al massimo per altri 12. È solo una delle regioni italiane a prevedere questa possibilità, allo stesso modo o in maniera simile. Si aggiunge a Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia (che lo prevede dal 1986, essendo a statuto speciale), Toscana, Emilia-Romagna e Liguria.
Qual è la necessità? Tagliare la burocrazia senza attendere che il Governo attivi uno stato di emergenza, sbloccando dei fondi e attivando procedure più veloci per gli interventi della protezione civile. Inoltre, lo stato di emergenza regionale si applica a un ambito più locale. Ora, però, ci sono più regioni che, negli ultimi mesi, hanno attivato lo stato di emergenza regionale per lo stesso problema.
Il 1° luglio, il Veneto ha decretato lo stato di emergenza regionale per deficit idrico. Pochissimi giorni fa, il 14 agosto, il Friuli Venezia giulia ha decretato lo stato di emergenza regionale per incendi e siccità: dall’inizio dell’anno la regione ha gestito 60 focolai che hanno colpito circa 450 ettari. Alla questione siccità si aggiunge il recentissimo accordo Italia-Svizzera per erogare più acqua al Lago Maggiore, consentendo così di irrigare le coltivazioni che dipendono da quel bacino.

Oltre agli stati di emergenza ci sono poi tanti provvedimenti legati al monitoraggio degli incendi boschivi e al razionamento dell’acqua, come sta accadendo in Lombardia, Toscana, Sicilia e Sardegna (anche in Piemonte l’acqua è razionata in oltre cento comuni). Insomma, se è vero che lo stato di emergenza regionale serve a facilitare le procedure sul territorio, è anche vero che nei casi in cui un fenomeno riguarda una porzione ampia del nostro Paese si dovrebbe intervenire a livello nazionale. Il Nord Italia sta vivendo una crisi idrica con pochi precedenti, oltre ad aree storicamente in sofferenza come alcune parti del Sud Italia e le isole.
Il Governo ha nominato un «Commissario straordinario nazionale per l’adozione di interventi urgenti connessi al fenomeno della scarsità idrica», il Capo della Protezione civile Fabio Ciciliano, con un decreto del Presidente del Consiglio datato 9 aprile. La nomina, poi, è stata prorogata fino al 22 giugno. Ciciliano, nel frattempo diventato Prefetto, è già stato Commissario straordinario per il risanamento del Comune di Caivano. Per quanto riguarda la siccità, si è occupato del Dissalatore di Porto Empedocle e della gestione delle acque reflue a Montesilvano, ma a parte queste cose, spesso, i territori locali hanno criticato la lentezza degli interventi, come sul Lago Trasimeno. Mancano gli interventi strutturali e anche la proroga di Ciciliano fino al 15 settembre è stata giudicata poco utile, dato che il suo incarico per occuparsi di siccità finirà, di fatto, prima della conclusione dell’estate.
A spingere verso una direzione nazionale è di nuovo il Piemonte, che lo scorso 6 agosto ha avviato le procedure di richiesta dello stato di calamità naturale per la siccità, portando il tema a Roma. A Tolmezzo (Ud), intanto, il viceministro all’Ambiente, Vania Gava, ha aperto alla possibilità di accedere allo stato di emergenza nazionale per gli incendi nella zona della Carnia. Tuttavia, un vero intervento integrato per gli effetti della siccità ancora non si vede all’orizzonte, ma la sensazione è che le regioni stiano cercando di fare da sé. La speranza è che le piogge di questi giorni non facciano dimenticare la crisi, perché occorrono interventi strutturali e soprattutto una visione di lungo termine.
Intanto Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, aveva già avvisato mesi fa sul calo delle riserve idriche, che nel 2025 sono state inferiori del 7% rispetto alla media annua registrata dal 1951. Inoltre, aveva rilevato, il 42% dell’acqua immessa nella rete si disperde a causa delle infrastrutture vecchie o inadeguate, con una perdita di circa 157 litri ad abitante. Sono dati ripresi da Legambiente nei giorni scorsi. Mancano anche gli invasi, i micro-invasi e manutenzioni efficaci alla rete idrica. Se le regioni sono impegnate a vivere nell’emergenza per fronteggiare incendi e mancanza di acqua, oppure gli ultimi nubigrafi, chi si occupa del quadro generale?
