Le stanze di piazza Castello

C’era molto fumo, contribuiva a rendere la stanza ancora più angusta, tra i vapori che uscivano dalle ampolle e l’atmosfera di segretezza. Tutto sembrava come ovattato, incupito dalla mancanza di finestre mentre intorno al tavolo, ricoperto di ogni genere di armamentario chimico e contenitori in vetro, fornelletti e aggeggi per misurare, i grandi saggi barbuti si alternavano nell’osservare quel misterioso materiale. Da un bicchiere, a seguito di un complicatissimo procedimento, era comparso quel sassolino bitorzoluto, nero lucente. Nulla di straordinario, se non fosse che prima dei maneggi magici di qualche cosiddetto esperto, quello era bottone d’oro.

I saggi barbuti discutevano animatamente, c’era chi accusava di aver messo un ingrediente di troppo, chi invece sosteneva non ci fossero stati ingredienti a sufficienza. Chi parlava della temperatura, del fumo, della mancanza del sole, della presenza di troppa luce per via delle candele. Luigi non capiva nulla, sapeva soltanto che quello scherzetto gli avrebbe fatto perdere l’intera giornata. Una volta risalito in superficie, infatti, si sarebbe dovuto confrontare con il Marchese per concordare una versione credibile da offrire alla Madama Reale, Cristina, perché le si spiegasse in maniera convincente perché quel bottone d’oro si fosse trasformato in un sasso senza valore. Soprattutto al pensiero che, stando alle intenzioni, quel gruppo di saggi chimici avrebbe dovuto trovare il procedimento per ottenere l’esatto opposto.

Le urla si fecero più forti, ora i chimici si accusavano fra di loro in maniera più feroce. Si metteva in dubbio la reale necessità di utilizzare un bottone d’oro per verificare una parte del complicatissimo procedimento. In quella fase, Luigi pensò non fosse il caso di precisare a chi appartenesse quel prezioso oggetto. Toccò a lui, come intermediario reale, urlare più forte di tutti per riportare la calma. «Signori – intervenne – vi prego di mantenere un contegno e concentrarvi, non si può più fallire!». Di colpo, fu il silenzio. «Cercate di capire che cosa è successo – proseguì Luigi – perché ho perso la pazienza. Sono stanco di passare le mia giornate a inventare scuse per Sua Altezza». I chimici accennarono un inchino, si scusarono, dopodiché si sparpagliarono nella stanza e ripresero ad armeggiare con fiammelle e ampolle. Uno di loro, il più anziano, mise nelle mani di Luigi il sasso bitorzoluto e si scusò ancora. Luigi lo guardò con fastidio, poi lo infilò in tasca e uscì.

Scale, stanze intermedie, fiaccole, altre stanze più o meno grandi. Mentre risaliva in superficie, Luigi ricominciava gradualmente a respirare. Quando gli avevano detto, anni prima, che uno dei fronti del Regno sarebbe stato sotto terra certo non si immaginava una cosa del genere. Dopo la lunga scarpinata spuntò tra i cespugli del giardino reale, con il palazzo alla sua sinistra. Su una panchina, ad attenderlo, c’era il Marchese. Luigi fu sorpreso. «Ho intuito ci fosse qualcosa di strano – disse l’uomo, mentre sfogliava distrattamente un volume – e così sono venuto qui ad accogliervi». Chiuse il libro e gli sorrise, poi lo condusse all’esterno. «Ebbene?» domandò il Marchese, mentre una carrozza si fermava a prelevarli. «Ancora nulla, mi dispiace», rispose l’intermediario. Una volta a bordo del mezzo, consegnò al nobile quel sassetto orribile. Si confrontarono brevemente e andò meglio di quanto previsto da Luigi, il nobile sembrava già preparato al nuovo fallimento. La carrozza fece un giro molto largo, per depistare eventuali segugi, poi si fermò di fronte al palazzo di Madama Reale, a pochi metri di distanza da dove erano partiti. Scese solo il Marchese, che portò con sé il sasso, poi la carrozza proseguì verso la collina dove avrebbe lasciato Luigi in un posto sicuro.

Non sapeva cosa inventarsi, ma il confronto con Luigi aveva suggerito al Marchese di adottare la linea della sincerità. Quel processo era troppo complesso, del resto, se da secoli l’umanità si interrogava su quella annosa questione chimica, di certo i nuovi studi, avviati da pochi mesi, non avrebbero potuto dare risultati migliori in così breve tempo. Inoltre l’errore con il bottone è un normale imprevisto che può capitare. Serviva verificare una parte del processo, non il processo intero, altrimenti non sarebbero partiti da un bottone d’oro. La strategia difensiva era pronta.

Cristina sedeva su una poltrona, severa e assertiva nella sua posa regale. Dall’espressione del Marchese intuì le cattive notizie. «Ancora nulla, vero?», esordì lei, una volta fatto entrare l’uomo nel suo studiolo. «Altezza – disse il Conte – gli intoppi consentono ai nostri esperti di affinare il metodo». Madama Reale teneva tra le mani una tazza di tè, guardava fuori dalla finestra, osservando l’ampia piazza che si apriva di fronte ai palazzi del potere. «Non abbiamo molto tempo, Marchese, voi ve ne rendete conto, vero?» aggiunse lei, senza distogliere lo sguardo dalla piazza. «Avete ragione – ribatté l’uomo – ma le assicuro che stanno facendo il massimo». «Sanno già cosa accadrà loro in caso di fallimento?» incalzò lei, questa volta guardando il Marchese negli occhi. Lui distolse lo sguardo. «No, signora», disse. «Bene – concluse lei – continuate a non dire nulla, non vorrei tentassero la fuga, ora andate». Il Marchese salutò e si congedò.

Una volta lasciato il palazzo, tornò verso i giardini del re. Mentre si spostava, facendo attenzione a divincolarsi nel fitto viavai di carretti e cavalli, pensò che sotto di lui, proprio in quel momento, alcuni esperti chimici, probabilmente i migliori del regno, erano impegnati in una lotta contro la morte. Se avessero fallito, non sarebbero mai più usciti. Se l’avessero saputo, sarebbero fuggiti e avrebbero fallito, quindi sarebbero stati ricercati per questo e fatti sparire. Nessuno avrebbe dovuto sapere. Gli corse un brivido lungo la schiena al pensiero che, con ogni probabilità, anche del Marchese nessuno avrebbe più sentito parlare. Meglio, pensò subito dopo, non avrebbe dovuto dare spiegazioni.

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