Le mani e la geografia

Carino il cagnolino! È grigio, il pelo luccicante e morbido. Con le zampe piccoline sembra buffo, mi fa ridere, mentre scondinzola appoggiato a quella porta a vetri. Il suo padrone gli fa delle foto, ride pure lui.

Ho tanti compiti da fare e ho chiesto alla mamma di uscire, lei non voleva, però io volevo andare alla piazzetta, perché non mi piace stare a casa quando fuori fa bello. E poi ho già fatto un bel po’ di esercizi di matematica, ho fatto una comprensione del testo e ho letto dieci pagine di geografia. La prof dice che non dobbiamo «leggere» ma dobbiamo «studiare», però non ho capito bene la differenza, quindi se mi dice di studiare io leggo con più attenzione, tanto poi le cose me le ricordo. E poi di geografia stiamo facendo il Piemonte, quindi è facile. C’è Torino che è il capoluogo ed è anche la mia città, perciò se mi chiede cose di Torino le so, tipo i fiumi: Po, Dora Riparia (che poi c’è anche la Dora Baltea ma sta ad Aosta), Stura di Lanzo e Sangone. Poi mi ricordo a memoria le altre province, allora, sono Cuneo, Asti, Alessandria, Vercelli, Novara e Biella. Ah sì, poi c’è Verbania che non si chiama Verbania ma si chiama Verbano-Cusio-Ossola. Comunque le so, anche perché la televisione le ripete sempre.

La geografia però mi piace, è facile, devi imparare le regioni e i capoluoghi. Io di solito apro il libro e guardo anche le pagine che non dobbiamo studiare, guardo le immagini e vedo i posti. Dico alla mamma che mi piacerebbe andare a vedere Ancona, Trieste, Isernia, Caltanissetta, Carbonia-Iglesias. Lei mi dice che Carbonia e Iglesias sono due città diverse, poi mi dice perché ci vuoi andare? Di solito si va a Cagliari, in spiaggia, nelle grandi città d’arte. Io invece voglio vedere come sono fatte Carbonia e Iglesias e tutte le altre città, perché se sono scritte in un libro vuol dire che sono importanti. Mamma mi dice non perdere tempo, studia le pagine che devi studiare. Ma io leggo con attenzione così faccio prima, tanto poi i compiti sono facili.

In pratica ci danno delle schede via email, io me le stampo e poi le compilo a penna, poi faccio la scansione e le mando. Papà mi ha fatto vedere come si fa. La prof poi ci dà i voti, l’ho già fatto due volte per scienze e arte, ho preso 8 e 9 e papà era contento. Ha detto alla mamma che sono brava. Le schede sono comode però mi annoiano, vorrei farne di più, perché a leggere i libri da sola mi stufo. Ogni tanto vado nello studio a chiedere a papà o alla mamma di leggere qualcosa insieme, loro mi dicono che lo facciamo dopo, che adesso non possono perché devono lavorare. Sono sempre al computer o al telefono, fanno tanto rumore, parlano a voce alta e a volte li sento litigare. La mamma dice che papà fa troppe telefonate, papà dice che lei non può dirgli quante telefonate deve fare e che al massimo lui si alza e le fa in cucina, lei gli dice no mi alzo io che tanto non riesco. E vanno avanti così. Poi ogni tanto vengono da me e mi fanno una carezza, mi danno un bacio, mi chiedono se voglio una fragola o un mandarino.

Prima ho chiesto alla mamma di andare alla piazzetta perché a stare sempre in casa mi rompo, lei mi ha detto di no e allora mi sono messa a piangere apposta. Mi ha detto che facevo i capricci come quando ero piccola, che adesso sono grande e devo fare la grande. Poi sono andata da papà a urlare, ho visto che parlava al telefono fitto fitto, ho urlato lo stesso, lui si è molto arrabbiato, ha chiuso la telefonata e mi ha sgridato. Poi ho visto che la mamma lo ha preso da parte, si sono chiusi un attimo nello studio, hanno parlato e forse che ne so, si sono convinti. Comunque poi mamma è uscita e mi ha detto dai andiamo a prendere un gelato ma stiamo poco, dobbiamo lavorare tanto. Ero contenta! Contenta!

Così finalmente siamo usciti e ho visto quel bellissimo cagnolino, la gelateria però era chiusa, che palle. Allora la mamma mi ha portato in cartoleria e mi ha comprato una scatola di pennarelli di tanti colori diversi. Il cartolaio mi ha salutata, mi ha chiesto se mi ero lavata le mani e mi ha sorriso, anche la mamma mi ha sorriso. Le mani, sì, le ho lavate, le ho lavate. Che palle che me lo chiedono tutti.

Intermittenze

La tazzina segnata dai residui di caffè giaceva nell’acquaio, tutto intorno un cimitero di stoviglie. Un distratto risciacquo aveva scostato appena gli ultimi residui della cena, che si erano allargati lungo la superficie della vasca a testimoniare un pasto, consumato rapidamente, a base di verdure riscaldate e affettati. Le briciole puntellavano quell’accozzaglia di materiali e anche il bordo del lavello, sparse da una tovaglietta di vimini intrecciati sbattuta alla bell’e meglio. Poco più in là, sul tavolino di servizio, torreggiava una bottiglia di vetro semivuota, imperlata dalla condensa che man mano si faceva più liquida, stimolata dallo sbalzo termico fra il freddo dell’acqua che conteneva e l’avvolgente tepore dell’ambiente. Il clima ballerino, strapazzato dagli stravolgimenti termici del pianeta, comunque richiedeva l’intervento dei termosifoni per rendere accogliente l’abitazione.

Poco più in là, in salotto, Guido sprofondava nella sua comoda poltrona di fronte ai 60 pollici di luce del suo televisore. Combatteva con il sonno, che ora lo accarezzava senza insistenza, ora lo afferrava per il colletto della camicia e cercava di tenerlo stretto. Ma Guido sobbalzava, riapriva gli occhi e si schiaffeggiava le guance con poca convinzione. L’impulso, alla sua età, sarebbe stato quello di infilarsi nel letto e spegnere tutto, ma quella sera Loredana era in libera uscita con le amiche, perché al Teatro Regio c’era la «Tosca» e non aveva nessuna intenzione di perdersela. Lei che amava l’opera, lui che invece la odiava e mal tollerava le obbligatorie comparsate alla prima di stagione, utili a mantenere buoni i rapporti con l’alta borghesia della città ma che, una volta in platea, si trasformavano in una lotta lacerante contro la pesantezza delle palpebre. Guido voleva godersi una serata da single. Non che pensasse di fare chissà che, intendiamoci, chiedeva soltanto la libertà di fare quello che gli pareva senza dar conto a nessuno. Fosse anche passare un paio d’ore davanti alla tv senza nemmeno infilare i piatti in lavastoviglie.

L’amica poltrona, però, si trasformò in breve in un’acerrima nemica. Dopo una mezz’oretta in cui riuscì a malapena a seguire il telegiornale, Guido si alzò e si affacciò alla finestra, per prendere un po’ d’aria e osservare dall’alto la magnifica piazza San Carlo. Era, quella, una visuale invidiabile, perché non tutti, a Torino, potevano godere di una vista del genere dal salotto di casa. Quella sera, poi, c’era anche un capannello di persone dal lato di via Santa Teresa, all’altezza dell’imbocco di via Roma. Avevano persino montato un palco. Dalla finestra, Guido vide i flash e intuì la presenza dei fotografi. «Ci sarà qualcuno», pensò. Poi si attardò a osservare ancora la piazza e nel frattempo, da quel palco, iniziarono a dire delle cose. Guido ascoltò distrattamente, sentì la parola «domotizzazione», sentì qualcosa a proposito della «città del futuro», di lampadine e cavi elettrici. Non capì, o meglio, non ebbe voglia di star lì a capire e chiuse la finestra. Poi si affacciò in cucina, diede un’occhiata all’acquaio e sbuffò, prima di andare a stendersi sul divano con l’idea di rinunciare alla serata.

Fu in quel momento che il suo cellulare iniziò a squillare con insistenza. Squillò e squillò ancora, ma Guido impiegò qualche minuto a riemergere dal torpore. Sulle prime pensò a un fastidiosissimo call center e decise di ignorare la chiamata, finché l’aggeggino infernale non riprese a squillare. A quel punto decise di alzarsi, con lentezza, e dirigersi verso la camera da letto, dove sul comodino aveva lasciato il telefono. Ma non lo raggiunse in tempo e mancò la chiamata. Poi toccò al telefono di casa, Guido si preoccupò e allungò il passo verso il salotto, ma anche questa volta non fece in tempo, la chiamata si interruppe prima che lui raggiungesse la cornetta. Fu di nuovo il momento del cellulare, Guido iniziò ad agitarsi e corse verso la camera. Uno, due, tre, cinque, dieci passi che divennero falcate, alla sua età era ancora piuttosto atletico. Ma ancora nulla, squilli troppo brevi e di nuovo attaccò a squillare il telefono di casa. Guido corse, su e giù per la casa come un cagnolino festoso, finché riuscì a prendere la maledetta cornetta del telefono fisso.

«Pronto!» urlò.
«Guido, le luci!». Era Loredana.
«Che?».
«Le luci, maledizione!».
«Ma quali luci?».
«Devi spegnere le luci! Mi stanno chiamando dal Comune! Veloce!».
E a quel punto Guido si ricordò. Quella sera avrebbero inaugurato le Luci d’artista e proprio su piazza San Carlo era stata allestita una maestosa installazione, che prevedeva lo spegnimento progressivo di tutte le luci della piazza. Serviva, però, la collaborazione dei cittadini, perché con le luci accese nelle case non si sarebbe mai avuto il buio completo cercato dall’autore di quel lavoro. Ecco a che servivano tutti quei biglietti sparsi per casa.
«Criste!» urlò Guido.
«Muoviti!» urlò a sua volta Loredana.

Lanciò la cornetta alla base del telefono, che carambolò sul pavimento. Guido inciampò nel divano ma restò in piedi, si infilò in cucina e fu preso da un’altra amnesia nel cercare l’interruttore della luce. Riprese a squillare il suo cellulare. «Ma va a caghé!». Guido imprecò e fu preso dal panico, nel voltarsi alla ricerca disperata del pulsante urtò la bottiglia di vetro, che finì in frantumi sul pavimento. Altre imprecazioni, poi la visione: l’infame interruttore! E via al buio in cucina, con i vetri della bottiglia che crepitavano sotto le sue pantofole, Guido si lanciò in salotto, il suo cellulare squillò ancora e l’uomo fu preso dal dubbio. «Chi sarà a quest’ora?», ma almeno in quel frangente il suo cervello non cedette all’amnesia. «Badòla!», si disse ad alta voce, ricordandosi che si trattava di Loredana che stressava sulle luci. «Le luci!», urlò Guido, dandosi una manata in fronte. Guardò l’ora, erano le 20.12 e vicino all’orologio scorse un biglietto con una scritta: «Spegnere tutto entro le 20.10». «Boja faust!», urlò ancora, smanacciando sul muro alla ricerca dell’interruttore. Lo trovò, lo premette, le luci si spensero. E fu buio.

La calma fu surreale, il cellulare smise di squillare, probabilmente Loredana era stata avvertita. Guido, ansimante per l’agitazione, si mosse a tentoni per trovare la sua poltrona, sprofondò di nuovo. Diede uno sguardo alla finestra, vide strani lampi e poi il buio, anche lì. Pochi secondi dopo la luce tornò, ma Guido evitò accuratamente di cercare di nuovo gli interruttori. Il cuore palpitava, lentamente rallentò, poi tornò a un ritmo normale. Nel frattempo il sonno era tornato, lui si lasciò prendere.

Il rumore delle chiavi nella toppa fece sobbalzare Guido sulla sua poltrona, ma era Loredana, che si sincerò delle condizioni di suo marito, comprese il trambusto e intuì il disastro della cucina.
«Come stai?», gli chiese a voce bassa.
«Bene, scusa».
«Non è successo niente».
«Era bella la Tosca?».
«Stupenda». Loredana gli diede una carezza, notò che si era ricordato del Teatro Regio. C’era ancora qualcosa, nel cervello di suo marito, che non si spegneva mai del tutto, piuttosto lavorava a intermittenza, come le luci di piazza San Carlo. Guardò l’ora, era mezzanotte.

«Metti le scarpe e una giacca», gli disse, «ti porto a vedere una cosa». Lui ubbidii senza far domande. La coppia, a braccetto, scese sotto i portici, si lasciò alle spalle il Caval d’brons e si posizionò sul bordo della piazza, dal lato di via Santa Teresa. «Guarda verso le chiese», disse Loredana a Guido. I due osservarono, era mezzanotte e un quarto e la piazza iniziò a spegnersi gradualmente, come fosse un blackout, poi fu completamente buia, poi si riaccese.
«Ti piace?», chiese Loredana.
«Carino», rispose Guido, «ma l’avrei fatto durare di più. Che cos’è?».
«Una luce d’artista».
«Ah, non ci avevo mai fatto caso. Bella». Lei gli strinse forte la mano.

L’immagine in copertina è un rendering diffuso dall’ufficio stampa del Comune di Torino, perché non ci sono foto in grado di immortalare l’installazione di piazza San Carlo con sufficiente fedeltà.
I personaggi di questo racconto, in un certo senso, sono anch’essi un rendering.

Di rabbia e libertà

1982

Il grigio che tende allo scuro è come una tela nuda da dipingere, il cui effetto migliora se sfumato dalla penombra di tendoni neri, almeno tolgono dalla mia vista la Villa della Regina o gli alberi che sorgono dal Po. Troppo, veramente troppo bella quella vista. Mi distrae, mi entra nella testa e da lì – è un attimo – finisce sul quadro. Non posso permetterlo perché sulla tela, nelle mie mani, nei miei lavori, devo esserci solo io. Altrimenti chi potrei essere? Un essere senziente dotato di intelletto e idee oppure una carta copiativa?
La mia vita è una guerra di trincea, dove gli squarci che apro in queste camere d’aria sono come gli sbuffi di terra sollevati dai proiettili che non riescono a colpirmi. Striscio, mi muovo sui gomiti e con precisione, quando decido io, colpisco. Che siate maledetti, infami sanguisughe. Non avrete i miei colori, né i quadri, gli oggetti, i doni di Man Ray, di Mollino, di Casorati. Al buio solo io posso trovare quel che serve per esprimere ciò che sento.

1997

Il tram sferraglia lungo via Napione. Dicono che quando passa vibrino i muri, tremino i vetri delle finestre. Mi devo fidare dei racconti perché, nella mia bolla, raramente intuisco cosa accada ai piedi del palazzo. Che poi, a volerla dire tutta, non mi riguarda nemmeno. Sento la distanza degli altri, mi temono, pensano che chissà di quali nefandezze sia capace, ma io faccio solo quadri, borse, collage, cose che poi i galleristi chiamano «opere d’arte». Forse sono brutti, ma «nefandezze» proprio no.
Un po’ mi rattrista che mi tengano a distanza, solo perché continuo ad andare in giro truccata come se fossimo negli anni Settanta, almeno così una volta ho sentito. Ma a me gli anni Settanta piacciono, sono luce, colori, amicizie, persone. Poi è arrivato il buio, poi tutto si è spento e questa città si è ripiegata su se stessa, ricoperta dal grigiume delle fabbriche che, anche loro, hanno chiuso una dopo l’altra. Mi rattrista, ma un po’ mi attrae, perché questa distanza dagli altri mi fa sentire libera. Posso dire e fare quello che mi pare, in fin dei conti, perché quando gli altri ti ritengono pazza ti è concesso tutto. Posso annegare nel profumo, chiudermi in casa per settimane, mangiare uova e gelato. Nessuno verrà a dirmi niente e potrò lavorare in pace. Però mi fa rabbia pensare che per essere davvero libera debba essere pazza.

2003

L’ho messo sul tavolino della camera vicino alla finestra rivolta a sud. Mi pare stia bene voltato verso la parete. È un animale, in fondo, e gli animali vogliono la libertà. Il suo problema, però, è che ha il corpo fatto d’oro, perciò non potrebbe andarsene in giro come gli altri leoni, verrebbe catturato, magari fuso, o più semplicemente rinchiuso in una teca. Sta meglio su quel tavolino ad annusare gli spifferi d’aria, mentre brama quella libertà che sa benissimo gli sarebbe letale.
Che strano. Ricevere un premio così mi commuove e mi fa arrabbiare. Dico, solo adesso mi danno questo cosino qui? Forse pensano che stia per morire e vogliono mettersi in pace la coscienza, per non sentirsi dire in eterno che non avevano mai riconosciuto il mio valore. Se le cose stanno così, bene, farò vedere che non sto affatto per morire, anzi, ho ancora talmente tante cose da fare che proprio non posso morire. In ogni caso il mio timore, in fin dei conti, è che non mi meriti quel premio, ogni giorno mi vien voglia di buttarlo in magazzino, perché mi ricorda che probabilmente me l’hanno assegnato solo perché sono vecchia e non brava. L’età avanzata, da queste parti, è considerata una sorta di pregio, forse per riconoscere la bravura di non essere ancora morti.

2015

Un soffio, un alito di vento, muove le fronde dei platani. Dentro, il buio mi avvolge, mi accompagna nel distacco e senza troppi convenevoli. Un saluto solo ad alcuni, gli altri possono anche sparire.

2019

Fa effetto rivederla aperta. La casa sembra rimasta identica, anche se non sono proprio sicura che alcuni oggetti siano rimasti come li avevo lasciati. Ho preso in prestito gli occhi nocciola di questa graziosa ragazza riccia, così posso sbirciare, forse per l’ultima volta, questo tiepido antro. La penombra è rimasta, ma non del tutto, pare dovessero lasciar filtrare un po’ di luce per le foto. Le foto, per Dio! Le foto! Cosa importa delle foto? Piuttosto cercate di non spostare niente. Cristina, mi fido di te.

«Ehi, stai bene?».
«Sì, perché?».
«Avevi lo sguardo perso nel vuoto, sembrava stessi male».
«Non me ne sono nemmeno accorta».
«Dai, sei stanca, tanto il giro è finito. Ti va un caffè sull’altra sponda del Po? C’è un bel bar».
«Sì, dai. Andiamo».

Il caffè fumava sul tavolino, sullo sfondo il fiume, oltre il fiume via Napione, in uno dei primi palazzi, in alto, la casa-museo di Carol Rama.
«Piaciuta?».
«Molto».
«Ma davvero non ti eri accorta di esserti, come dire, incantata?».
«No, che strano».
«Molto strano».
«Comunque è straordinaria, un po’ inquietante ma straordinaria».
«Cosa?».
«Carol Rama».
«Intendi la casa di Carol Rama».
«Sì, scusa, la casa».
«Peccato non averla conosciuta».
«Già, peccato».