Il lenzuolo di Lucento

«Nonno?».
«Sì».
«Cosa fate?».
«Riparo questo telaio».
Silenzio.
«Dimmi, Zino».
«Non voglio disturbarvi».
«Oramai l’hai già fatto». Emidio si interruppe e fissò il nipote con falsa severità. Il piccolo era timido, ma curioso come un gatto, di tanto in tanto si presentava dal nonno per farsi raccontare qualcosa, dato che lo considerava un pozzo di storie.
«Cosa vuoi che ti racconti?» incalzò il nonno.
«Alla fontanella ho sentito parlare di un lenzuolo che è passato di qua».
Emidio rise, poi tornò a fissare il piccolo Zino e gli porse uno sgabello. «Siediti qui, così mentre ti racconto vado avanti col lavoro».

Il filatoio era in piena attività, affacciato sulla Dora, che scendeva a valle verso Torino, era dominato soltanto dal Castello di Lucento, che vegliava sulla manifattura come un guardiano. Tutto intorno fiorivano case e botteghe, si muovevano carretti e uomini, scorrazzavano animali di vario tipo e bambini scalzi. I tessuti che partivano da Lucento servivano la capitale del ducato e anche i dintorni, mentre alle porte arrivavano i francesi. In quel momento, però, nessuno aveva voglia di pensarci.
La vita scorreva operosa come sempre, anche se a pochi chilometri già si insediavano le guarnigioni nemiche. Emidio lo sapeva ma confidava nel duca e anche nel Principe Eugenio, dato che si vociferava di un suo arrivo a guidar le truppe in fase di riorganizzazione. Il suo vasto patrimonio di storie era una manna dal cielo per tener buoni i nipotini, Zino soprattutto, lasciati in affidamento alla madre Luisa, la figlia maggiore di Emidio, mentre il padre di quei tre nanerottoli, Gianni, era stato arruolato e spedito a Staffarda. Luisa lavorava al filatoio tutto il giorno e riusciva di solito a tenere con sé i figli, in accordo con le altre operaie che avevano gli stessi problemi, ma quel giorno il piccolo Zino aveva accusato un po’ di febbre ed era rimasto a casa, perché Emidio aveva pensato di restare lì a riparare i telai che gli mandavano dalla manifattura. Poco male, Zino era il più curioso dei tre fratellini e sovente si avvicinava al nonno per farsi raccontare qualcosa.

«Se ho capito cosa mi hai chiesto – esordì Emidio, mentre esaminava il telaio – penso di poterti raccontare una storia». Al bambino tornò il sorriso.
«Dobbiamo tornare indietro di più di cento anni, quando il castello che vedi da qui, il Castello di Lucento, non apparteneva ancora al duca».
«E di chi era?».
«Un tale Beccuti, però non lo conosco, non ti so dire. Sta di fatto che il duca si comprò questo castello perché gli piaceva, pensava di farci una riserva di caccia e così fece. Lo acquistò e fece fare alcuni lavori, il parco che vedi qua intorno l’ha deciso lui. Poi si fece portare i cervi e le volpi, anche qualche leprotto, così da avere qualcosa a cui tirare».
«Ma il duca era cattivo, uccideva gli animali».
«In un certo senso sì, ma cosa vuoi farci, i nobili pare che si annoiassero molto, un tempo, e avere una riserva di caccia personale era un po’ come dire: guardate, sono uno importante. Che ti devo dire, Zino, i nobili son fatti così, tutti presi dalla smania di far vedere quanto sono importanti».
«Io se divento nobile non faccio nessuna riserva di caccia».
Emidio rise, mentre armeggiava con i suoi attrezzi. «Bravo Zino. Ad ogni modo il duca si comprò questo castello, ma mentre che si metteva lì a far sistemare il parco, devi sapere che la capitale era diventata Torino solo da pochissimi anni, una quindicina».
«E prima dove stava?».
«A Chambéry, di là dalle montagne».
«Dai nemici?».
«Dai nemici».

Una carrozza entrò in cortile, interrompendo il racconto. Emidio si alzò e raggiunse il cocchiere. Aveva sbagliato strada, capitava spesso perché in quella fase concitata molti smarrivano la via per Torino e si andavano a incastrare nel borgo di Lucento. Emidio diede le indicazioni corrette, il cocchiere ringraziò e il nonno tornò al suo racconto.
«Eravamo alla capitale, era diventata Torino da pochi anni, ma il duca voleva che anche il Signore Iddio desse un qualche riconoscimento a questa scelta, così da ingraziarsi anche il clero e di conseguenza il popolo. Perché spostare la capitale fu una mossa azzardata. Quindi decise di portare in città un segno divino che stava proprio a Chambéry. Nessuno nella Savoia voleva, però, così dovette aspettare un’occasione».
«Quale?».
«Tu sai che cos’è un vescovo, Zino?».
«No».
«Allora il vescovo è un signore molto importante della chiesa, uno che comanda tutti gli altri preti».
«Come il Papa?».
«Subito sotto il Papa».
«Ho capito».
«Allora c’era il vescovo di Milano, Carlo Borromeo, che era molto anziano e voleva fare un pellegrinaggio fino a questa reliquia, per chiedere al Signore Iddio di far smettere di ammalare la popolazione, che all’epoca stava morendo. Quindi il duca disse: non ti preoccupare, non ti facciamo mica fare un viaggio così lungo, te la portiamo a metà strada. E convinse i preti di Chambéry a dire che andava bene. Mi passi quel martello?».
«Eccolo».
«Grazie. Quindi la reliquia partì, a Chambéry non furono proprio felicissimi, ma vorrai mica dire di no a un vescovo importante? La reliquia viaggiò, viaggiò tanto, andò a Pinerolo, andò a Vercelli, e poi un bel giorno arrivò qui».
«A Lucento?».
«Esatto».
«Che bello!».

Due papere irruppero nel cortile e iniziarono ad azzuffarsi, qualcuno aveva lasciato un tozzo di pane per terra. Emidio si alzò a scacciarle, afferrò il pane e lo lanciò lungo la strada, così da riportare la calma in quell’angolino. Poi riprese il suo racconto.
«Pensa che c’erano i soldati schierati all’ingresso del Castello, venti carrozze entravano lentamente e su quella centrale era conservata la reliquia, chiusa in una teca. Che fu portata nel salone più grande e più bello. Cento paggi accompagnavano il duca, cinquanta ufficiali gli facevano da scorta. Poi la gente del borgo venne a raccogliersi qui davanti, tutti insieme a pregare, per ringraziare di quell’evento».
«E poi?»
«Ci furono dieci giorni di preghiere e benedizioni. Il borgo fece una grande festa del ringraziamento, il duca passò tra il popolo a salutare, fu ringraziato anche lui, furono tutti felici».
«Perché solo dieci giorni?».
«La reliquia doveva raggiungere il vescovo di Milano, ti ricordi? E lui attendeva a Torino. Così dopo dieci giorni, il 14 settembre 1578 partì un grande corteo solenne, che da Lucento attraversò la piana, seguì il corso della Dora e arrivò a Torino. Ci furono tante altre feste e la reliquia trovò posto alla Chiesa di San Lorenzo, dove il vescovo poté pregarla per giorni, chiedendo al Signore Iddio di far guarire i milanesi».
«E guarirono?».
«Sì».
«E la reliquia era il lenzuolo?».
«Esatto, proprio così. Fu quel lenzuolo a passare da qui, da quel momento il Castello di Lucento fu benedetto, per questo, finché sarà in piedi, continuerà a proteggerci. Anche perché il lenzuolo sacro è rimasto a Torino».
«Ma ci proteggerà anche dai nemici?».
«Certo, soprattutto dai nemici».
«Meno male».

Emidio sorrise, anche Zino fu più sereno e iniziò a distrarsi con qualche altra papera che faceva capolino nel cortile in cerca di cibo, segno che la sua febbre era ormai scesa. In cuor suo, Emidio davvero sperava che quel castello li avrebbe protetti dall’avanzata del nemico. Poi le preoccupazioni passarono e tornò a concentrarsi sul telaio.

Tepore #1

1.

Gli avvenimenti si agganciano ai ricordi che così giudicano il presente. Quella mattina le spigolature degli edifici erano addolcite da una sottile patina biancastra, ora si estendeva rapidamente sulle superfici piatte, ora scivolava leggera lungo i profili delle case. Distorceva la portata dei fasci luminosi prodotti dai lampioni, intercettandone i riflessi e trasformandone il riverbero in un manto a tinte seppia, come fosse un film noir.

«Pensa te», disse Enzo, scostando la tenda che adornava la finestra della sua camera da letto. Poi si rivolse a sua moglie, «vieni a vedere». Chissà perché svegliarsi con la visione della neve gli dava una sensazione di calore. Enzo osservava i fiocchi depositarsi sulle automobili, sui marciapiedi, anche sulle persone che si spostavano di fretta. Una tipica immagine da cartolina invernale, ma Enzo, mentre appannava il vetro fissando l’esterno, si rese conto di aver perso l’abitudine a quel momento. «Oggi c’è Greta Thunberg e nevica» esclamò. «Sarà un segno», gli rispose sua moglie. «Si vede che s’è sbagliata – ironizzò lui – perché parla di riscaldamento globale, clima impazzito, invece oggi è una mattina d’inverno e nevica».

Disgelo.

«Nevica!»
Enzo urlava alla finestra, mentre suo padre a sua volta gli urlava di calmarsi. La neve aveva fatto esplodere le urla in quella casa della periferia torinese che si era risvegliata, così come accaduto in tanti altri quartieri, con il giardino interno del condominio completamente bianco. Il ragazzino si emozionava, si agitava più per scherzare che per reale agitazione, perché quel momento, da anni, era un appuntamento fisso. Il tredicenne, per quanto in piena crisi puberale, era ancora a tutti gli effetti un bambino. Voleva costruire il pupazzo di neve e temeva che, per chissà quale assurdo motivo, la nevicata si interrompesse troppo presto. Finì velocemente di fare colazione, poi andò a vestirsi, seguendo le precise indicazioni per combattere il freddo impartite da sua madre, poi si affrettò a uscire di casa.

Suo padre metteva i guanti spessi e la sciarpa pesante, indossava il giaccone e scendeva con lui in giardino. Enzo sentiva lo scricchiolio ruvido della neve che si compattava sotto gli scarponi a ogni passo. Aveva sempre i guanti indosso ma di solito li sfilava dopo poco tempo, perché la neve si ammucchiava tra le mani e non gli permetteva di costruire alcunché. Andava a finire che i guanti tornavano in tasca, anche se suo padre non voleva e sua madre, dal balcone, gli gridava di rimetterseli. Quante urla in quella mattina di neve. Con le mani rosse, brucianti, intirizzite, Enzo ammucchiava la neve mentre suo padre cercava qualche ramo spezzato per fare le braccia del pupazzo. Poi un rametto più piccolo per il naso, mentre la neve continuava a scendere copiosa e si infilava tra la sciarpa e la giacca. Quando i fiocchi scendevano lungo il collo, Enzo provava un brivido fastidioso che rapidamente scompariva mentre lui, intento a realizzare la sua opera, si adoperava per terminare la testa. Non sceglieva mai un nome per quel bianco ometto – un pupazzo è un pupazzo, poi c’era il rischio di affezionarsi – ma lo controllava ogni giorno dalla finestra, finché l’inverno che terminava non se lo portava via ai primi caldi.

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Statue che scappano

Imprescindibile, quasi una regola che, volente o nolente, tutti i torinesi devono in qualche modo subire. Accadde anche a Irene, che quando frequentava la quarta elementare fu portata in gita al Museo Egizio. La maestra di storia, tale Turco, era emozionata come una bambina nel varcare la maestosa soglia di quell’imponente palazzo. I bambini, invece, erano emozionati come adulti, nel senso che dai loro volti non traspariva nessuna emozione, se non la voglia di essere da un’altra parte. A differenza degli adulti, però, non avevano altri impegni oltre alla scuola, quindi niente scuse. Irene e i suoi compagni dovettero sorbirsi tre ore a spasso fra statue, papiri e soprattutto mummie. Tante, tantissime, poste nelle teche, a volte a due a due, a volte singole, a volte di animali e di bambini, a volte semiscoperte, con parti del volti rinsecchiti che emergevano dalle bende sudicie, a volte talmente ben fasciate da sembrare dei bambolotti di pezza.

Irene ascoltava la spiegazione della maestra Turco con sincera noia, mentre si guardava intorno cercando di trovare qualcosa di interessante. A dire il vero, qualche suo compagno di classe aveva innalzato il proprio livello di attenzione, ad esempio Luca, che però era strano e studiava sempre, ma anche Elisa, che di solito se ne stava sempre per conto suo e prendeva sempre «sufficiente» nelle verifiche. Irene evitò di sbuffare come facevano alcuni maschi, che apparivano maleducati, ma a un certo punto non riuscì a trattenere uno sbadiglio. La Turco se ne accorse. «Irene – si interruppe – vuoi aggiungere qualcosa alla mia spiegazione?». «No, maestra» disse lei, mentre cercava di riprendersi. «Allora mi sai dire di che cosa ho appena parlato». Il silenzio, il panico. Luca, che nel frattempo si era avvicinato a lei, sussurrò: «I monili». Irene ripeté. «Brava Irene – commentò la Turco – e che cosa dicevo a proposito dei monili?». Un altro sussurro e Irene proseguì. «Che li mettevano tra le bende come buon aspicio». «Auspicio», corresse la maestra, che comunque apparve soddisfatta, facendo finta di non notare i suggerimenti, e riprese a spiegare. L’aveva scampata, Irene guardò Luca e sussurrò: «Grazie». Lui sorrise, poi tornò a concentrarsi sulla spiegazione.

Però lei stette vicino a Luca, non voleva rischiare di incappare in un’altra interrogazione lampo e apparire distratta. Lui era strano, portava gli occhiali spessi e sembrava appassionarsi agli Antichi Egizi. A Irene annoiavano, preferiva la parte sull’Impero Romano, ma a Torino non c’era un Museo Romano e di conseguenza le toccava il giro all’Egizio. Stando vicina al compagno di classe, però, in qualche modo fu costretta ad ascoltare. Geroglifici, altri monili, oggetti vari, poi di nuovo geroglifici, geroglifici, gerogligici. Non riusciva nemmeno a ripetere la parola «geroglifici» e si chiedeva per quale motivo avessero scelto una parola così complicata per indicare quei segni a occhio così semplici. La visita terminò, con grande sollievo di buona parte della classe, ma una volta usciti la Turco annunciò che avrebbe fatto una verifica su quella piccola gita. Maledizione. Luca si avvicinò a Irene e la rassicurò. «Ho preso degli appunti – disse – e se vuoi te li faccio ricopiare». Irene restò colpita, sia dalla genorosità di Luca, sia dal «tradimento» della Turco. Antichi Egizi, gioie e dolori, insomma.

La verifica, tutto sommato, andò bene, ma qualcosa era cambiato. Un giorno, infatti, mentre suo padre la accompagnava in un negozio di abbigliamento, dal finestrino dell’auto vide una enorme sfinge, che troneggiava al centro della rotonda al fondo di corso Giulio Cesare. Non l’aveva mai notata, eppure non era la prima volta che passava da lì. Fu leggermente turbata. «Papà – chiese – ma hanno messo una sfinge?». «Una che?» disse lui. «La sfinge, la statua egizia». «Ah, quella! Ma c’è da anni». Irene avrebbe giurato di non averla mai vista prima di quel giorno. Non fu l’unico episodio. Qualche settimana dopo uscì per una passeggiata in centro con sua zia e sua cugina e, in piazza Castello, vide la sagoma di Ramesse II che troneggiava alle spalle di Palazzo Madama. Seduto, anzi «assiso», incorniciato dai simboli del potere, sereno e imperscrutabile. Irene non se n’era mai accorta. Ma da dove spuntava anche quello? E poi il colpo finale. Piazza Savoia, ancora qualche settimana dopo, si trovava lì con la madre per una commissione. Al centro della piazza campeggiava un enorme obelisco. «Oddio, ma questo quando l’hanno messo?». La madre sorrise. «Credo da poco, forse meno di trecento anni», rispose ironica.

Era evidente che qualcosa fosse uscito fuori dal Museo Egizio e si fosse diffuso in città. Irene non ci credeva, non era possibile che tutti quei simboli egizi fossero sempre stati sotto i suoi occhi. Non era possibile, non era semplicemente possibile. E chissà quanti altri ce n’erano! E poi piazza Savoia, ma cosa c’entravano i Savoia con gli Antichi Egizi? Ma dai. Però il cerchio andava chiuso, c’era sicuramente un buco nelle pareti del Museo Egizio che faceva scappare statue e simboli. L’unica soluzione era tornare lì, scoprire il buco e chiuderlo per sempre. Irene, quindi, convinse sua madre a riportarla al museo, lei ne fu stupita, dato che sapeva della pessima esperienza vissuta dalla figlia, ma acconsentì. Le due entrarono, Irene si guardò intorno, avida di scoperte, mentre la madre si perdeva a leggere le targhette, a osservare anfore e gioielli, a scoprire le storie dietro ogni statua. Irene si muoveva per le sale, cercava il buco, non lo trovò, sua madre la osservava con curiosità. Dov’era il buco? Dov’era? Da dove erano uscite tutte quelle statue? Da dove era passato quell’obelisco?

«Serve aiuto?». Una guida avvicinò Irene. «Sto cercando un… un… un buco», rispose lei. «Che buco?» ribatté la guida, una giovane laureata, incuriosita da quella risposta. «Quello che ha fatto uscire le statue». Nel frattempo, la madre di Irene si era avvicinata, rassicurando la guida. «Ah, ho capito!», disse la giovane, «vieni con me». E condusse Irene in una parte nuova del museo, che raccontava il museo stesso. «Ecco da dove sono uscite», le disse. Irene ritrovò tutto, l’obelisco, le immagini delle statue che si spostavano, che arrivavano in città sotto la guida degli esploratori, che si facevano spazi tra gli edifici di Torino. «Quindi ce le avete messe voi» commentò, rivolta alla guida. «In un certo senso sì, ma in un certo senso ce le hai messe anche tu». Irene non capì. «Lasciamo questa ragazza al suo lavoro? Non può star dietro solo a te» intervenne la madre, che liberò la guida. Quella visita finì, ma Irene uscì dal museo elettrizzata. «Non avevi detto che non ti piaceva?» chiese sua madre. «Sì, più o meno, ma devo scoprire da dove arrivano le statue, chi ce le ha messe. Torniamo un’altra volta?». «Certo – rispose la madre – tutte le volte che vuoi».

Tricolori

«Verde, bianco e rosso. In quest’ordine, da sinistra a destra, tutti verticali e tutti uguali».
«Sì, ok».
«Hai capito, sì?».
«Sì, sì, ho capito».
Giorgio disegnava, si destreggiava fra quei tre colori e di tanto in tanto utilizzava anche la matita nera per segnare i contorni. Ogni matita riportava un’etichetta con su scritto il colore corrispondente.
Giulia osservava il fratello con serietà, sorvegliando la sua esecuzione. Nel frattempo dava un’occhiata al bancone, dove il barista non aveva ancora provveduto a mettere il suo caffè in macchina, si stava attardando a chiacchierare con certe persone eleganti, che parevano essere clienti abituali del bar.
«Ho finito!». Giorgio annunciò la conclusione del suo lavoro con orgoglio, Giulia restò dubbiosa e prese tra le mani il foglio bianco. «Ma che hai fatto?», commentò sorpresa.
Il Tricolore disegnato dal fratellino era arrotondato, pieno di ghirigori sui contorni e aveva sì i tre colori nell’ordine giusto e in verticale, ma pareva un palloncino più che una bandiera. «La bandiera è rettangolare!» disse lei. «Non me lo avevi detto!» protestò il ragazzino. Nel frattempo arrivarono finalmente il caffè e il succo di ananas.

Giulia era andata a prendere suo fratello a scuola, aveva finito presto di lavorare e ne aveva approfittato per stare un po’ con lui. In quei giorni, infatti, l’istituto che frequentava Giorgio si stava preparando ai festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Del resto, tutta Torino si stava vestendo di verde, bianco e rosso. Piazza Castello era diventata una grande platea, attrezzata per l’occasione, perché di lì a poco sarebbe arrivato il Presidente della Repubblica, tra eventi e festeggiamenti le persone in giro erano tantissime. E poi le Frecce Tricolori! Giorgio aspettava solo quelle. Però c’era un problema, il ragazzino proprio non riusciva a disegnare un Tricolore. La professoressa di arte aveva dato quell’esercizio a tutti gli alunni e si era molto sorpresa delle sue difficoltà, al punto da aver convocato i suoi genitori per chiedere se ci fossero dei problemi. Ma niente, non c’era nessun problema, Giorgio non sapeva concentrarsi e sbagliava sempre qualcosa. Una volta l’ordine dei colori, una volta le dimensioni, un’altra volta, addirittura, aveva disegnato tutto in orizzontale. La versione «a palloncino», creata al tavolino di un bar tra via XX Settembre e via Barbaroux, era del tutto nuova.

Mentre sorseggiava il suo caffè, Giulia impose al fratello una nuova esecuzione. Lui appariva sfinito, ma si prestò ancora una volta. «La bandiera è rettangolare, mi raccomando», ripeté la ragazza, prima di tirar fuori dalla borsa gli appunti di un corso che stava seguendo, a distanza, all’Università, barcamenandosi tra lavoro e studi. «Finito!» annunciò il fratellino, prima di gettarsi nuovamente sul suo succo d’ananas. Giulia prese il foglio e lo guardò con delusione. Il Tricolore era corretto, i colori giusti, l’ordine giusto, i contorni giusti, ed era anche rettangolare. Peccato che fosse orientato in verticale – anche se, a voler essere precisi, era decisamente storto, ma comunque più verticale che orizzontale – e lo fece notare al fratello. Lui pianse, lei lo accarezzò, era stata crudele nel fargli notare l’ennesimo errore, ma solo così lui avrebbe potuto imparare.

Una targa ricordava che in quel palazzo, moltissimi anni prima, Goffredo Mameli e Michele Novaro avevano composto l’inno. Uscendo dal bar, Giulia decise di raccontare quella storia a Giorgio, mentre uscivano dal bar. Sperava così di tirargli su il morale. «Quindi – commentò il ragazzino – ho bevuto un succo dove hanno scritto l’inno?». La sorella sorrise. «Non proprio – rispose – ma è bello pensarla così».

Arrivò poi il 17 marzo. Stipati nella folla di piazza Castello, Giulia e Giorgio osservarono le Frecce Tricolore e le loro evoluzioni nel cielo sopra Torino.
«I colori sono giusti?» chiese Giorgio.
«Sono giusti» confermò Giulia.
«Visto che sono verticali?».
«Cosa vuol dire?»
«Guarda, gli aerei vanno dal basso verso l’alto, sopra di noi, i colori sono verticali come li avevo disegnati io».
La ragazza sorrise. Finito lo spettacolo, tante bandiere sventolarono tra la folla.
«Giulia, guarda – disse Giorgio – questo qui davanti a noi ha la bandiera al contrario!». Era solo la prospettiva, vista da dietro, la bandiera sembrava al contrario. Ma Giorgio, inaspettatamente, se n’era accorto.
«Hai ragione, è al contrario!» confermò la ragazza.
«Che bello che l’ho vista!» ripeté il ragazzino. Giulia lo strinse a sé.

Verde e blu

Gli occhi di Gianluca non erano mai stati così vivaci. Il piccolo, mentre era costretto a letto da una fastidiosa influenza, era diventato intrattabile. I suoi genitori facevano di tutto, compatibilmente con i turni di lavoro, per farlo stare bene, ma solo quell’idea, maturata durante un pranzo con un amico, aveva dato tregua alla convalescenza del bimbo. Nella sua cupa cameretta, resa triste dalla febbre e dal maltempo, era comparsa una grande e variegata macchia di colore: un meraviglioso acquario.

Nella teca di vetro che troneggiava su un mobile basso c’era proprio tutto. Le alghe, le conchiglie vuote che costruivano un accogliente habitat per i pesci, la ghiaia di fiume. Ma c’erano soprattutto alcuni pescetti, i cosiddetti «pulitori», che sembravano come attaccati alle pareti. Al centro dell’acquario nuotavano spensierati altri pesci colorati, i cui nomi erano ignoti perché il padre di Gianluca, quando li aveva acquistati al negozio di animali, aveva dimenticato di prendere appunti. Poco male, suo figlio avrebbe pensato a rinominarli uno per uno. Il piccolo sorrideva, osservava ogni giorno quella sorta di miracolo che si muoveva a pochi metri da lui.

La convalescenza passò in un battibaleno, il bimbo tornò a scuola in forma e guadagnò, da quell’esperienza, un nuovo piccolo mondo di cui prendersi cura. È vero, qualche pescetto non sopravvisse, ma purtroppo era una cosa da mettere in conto, avendoli tolti dal loro habitat naturale. Man mano che il tempo passava e che Gianluca cresceva, il bambino poi diventato un ragazzo iniziò a rendersi conto che quel bellissimo oggetto pieno di vita era in realtà una costrizione. Dalla sua finestra, attraverso la quale poteva intravedere i contorni eleganti del Ponte Isabella, osservava lo scorrere del Po e le sue acque. Si chiedeva se anche nel fiume ci fossero dei pesci, magari diversi dai suoi, che avevano la fortuna di vivere in libertà.

Gli anni passarono, Gianluca cresceva e continuava a curare il suo acquario, sempre più dubbioso. «E se liberassi i pesci?» disse un giorno a suo padre. «Che dici?», gli rispose, «poi muoiono». Sempre vissuti al sicuro tra i vetri quotidianamente ripuliti, i suoi «amici», come li chiamava lui, erano cresciuti senza difficoltà, solamente in attesa di un po’ di cibo dall’alto. Ma come avrebbero potuto procurarsi da mangiare in un ambiente libero? Perché libertà, in effetti, vuol dire anche pericolo, responsabilità individuale, selezione naturale. Gianluca avrebbe dovuto «allenare» i suoi pesci ad affrontare il mondo.

Il piano, quindi, fu tanto cruento quanto vicino alla realtà. Gianluca avrebbe diminuito gradualmente il cibo nell’acquario, per indurre i suoi pesci a diventare più cattivi, voraci, pronti a vivere da soli nelle acque agitate di un fiume. Terminato questo crudele addestramento, avrebbe liberato i più forti nel Po. Era un piano ingenuo, a ben vedere, ma era l’unico modo che aveva per restituire quegli animali alla loro vita. Del resto erano pesci d’acqua dolce.

Dopo qualche settimana alcuni pesci erano morti, un po’ per gli stenti, un po’ perché attaccati dagli altri pesci. Gianluca si dispiacque, ma si disse che in natura sarebbe stato molto peggio. L’addestramento continuò, il cibo diminuì ancora e altri pesci scomparvero. Gianluca iniziò a tentennare, ma poi si disse che in natura sarebbe stato molto peggio. Dopo qualche settimana rimasero soltanto tre pesci, che dopo aver eliminato tutti gli altri si guardavano in cagnesco (o meglio, questa era l’impressione) cercando di mangiarsi a vicenda. Il ragazzo si disse che era arrivato il momento. Svuotò parte dell’acqua dentro una capiente vaschetta alimentare, poi catturò, con difficoltà, i tre pescetti con un retino, per trasferirli nel contenitore. Lo chiuse accuratamente con il coperchio e lo infilò nello zaino. Tutto questo avvenne quando i suoi genitori non erano in casa. Gianluca uscì, attraversò il parco del Valentino, giunse in riva al Po e aprì il recipiente. I tre pesci erano vivi e affamati, li salutò per l’ultima volta e rovesciò tutto il contenuto della vaschetta nel fiume. I suoi amici presero confidenza con la corrente, svanirono nel buio del fiume insieme a qualche pezzo di alga che, nel cercare di togliere i pesci dall’acquario, si era impigliato nel suo retino ed era finito nel contenitore.

Gianluca tornò a casa pensieroso, chiedendosi se avesse fatto bene, forse sarebbero morti, ma forse no. In ogni caso sarebbero tornati finalmente al loro habitat. Più sicuro di sé, il ragazzo tornò a casa e iniziò a ripulire l’acquario ormai vuoto. Quando rientrarono, i suoi genitori gli chiesero spiegazioni, il giovane rispose che i pesci erano morti e lui, dispiaciuto, aveva buttato tutto. «Non vorrò più nessun acquario», disse lui. I genitori si dispiacquero, ma oramai Gianluca era grande, andava bene così.

Mesi dopo, al telegiornale, il ragazzo vide un servizio che parlava di una nuova piaga che affliggeva il suo amato Po. Un’alga infestante si era diffusa nelle sue acque, grosso modo tra il Ponte Isabella e il Ponte Vittorio Emanuele I, di fronte alla Gran Madre. Un grande manto verde che sorgeva dagli abissi stava soffocando tutto, tutto. Gianluca si chiese se i suoi pesci sarebbero sopravvissuti, poi sentì il nome dell’alga: si chiamava Myriophyllum. Stando alle prime analisi, si trattava di un genere molto utilizzato negli acquari, che negli acquari sarebbe dovuto rimanere.

Nella media

Ci sono quei due bulletti, per lo più innocui, che comunque sono sufficientemente rognosi per incutere timore. Il più alto è anche il più placido, mentre quello basso… oh, quello basso… Dio solo sa quanta cattiveria possa esserci in un bullo basso che sa di essere basso. Perché se sei alto non hai granché bisogno di urlare, fare casino, minacciare, perché ti si nota lo stesso e, se vuoi, ti basta poco per fare paura. Però se sei basso cambia tutto, perché un bullo basso è poco credibile e rischia di diventare vittima di altri bulli più alti. Così il bullo basso è il peggiore, perché per mantenere il suo status di bullo deve diventare cattivo, ma dico, cattivo vero.

E così c’erano questi due che ci fissavano, quello alto ghignava, quello basso no, era serio serio. Però, insomma, non fissavano noi due ma solo il mio amico, a me sembrava che manco mi vedessero. Eravamo dal tabaccaio, anzi no, era una cartoleria. Cioè, una cartoleria-tabaccaio, o forse una specie di negozio. Sta di fatto che vendeva i Chupa Chups e noi andavamo al mercato coperto di via delle Verbene per comprarli, perché il mio amico diceva che lì costavano meno. Forse costavano 500 lire, mentre dalle altre parti costavano di più, forse 600, non lo so.

In ogni caso eravamo lì in coda perché davanti a noi c’era una signora col cane che parlava con la negoziante, si conoscevano, parlavano dei figli, della scuola, dei nipoti, di quella volta che si sono incontrate ad Alassio. Insomma perdevano un sacco di tempo e il mio amico iniziava a spazientirsi, io invece sorvegliavo i due bulletti. Quello alto era grosso, arrivava all’estintore appeso vicino all’ingresso, ma a parte il gnigno che avevo visto all’inizio sembrava avesse perso interesse per il mio amico e si faceva gli affari suoi, giocava con un Tamagotchi e ogni tanto guardava il telefono, aveva una sigaretta infilata sull’orecchio. Quello basso però continuava a guardare il mio amico, sembrava lo conoscesse. A un certo punto ho pensato «boh, forse lo vuole salutare».

Finalmente la signora col cane se n’era andata e il mio amico aveva pagato 1000 lire i nostri due Chupa Chups. Cioè, oddio, mi pareva fossero 1000 lire, ma è passato tanto tempo e non mi ricordo più. Facevamo per andarcene e il bulletto basso aveva iniziato a insultare il mio amico, gli insultava la mamma, la sorella, poi di nuovo la mamma. Il bulletto alto ci osservava svogliatamente, ma non ci perdeva mai di vista. Il mio amico mi aveva dato il mio Chupa Chups e si era ficcato in bocca il suo, poi aveva detto al bulletto basso una roba tipo «sei un tappo» e quello si era infuriato. Al mio amico volevo dire di non farlo, di non provocarlo, ma niente, era troppo tardi. Quello alto si era avvicinato e ci aveva sbarrato la strada.

Tuttavia quella scena, in un mercato coperto, non attirava l’attenzione di nessuno. Dico, ci sono quattro ragazzini. Uno che trema come una foglia (io), l’altro incazzoso, urlante e bellicoso (il bullo basso), uno urlante ma tranquillo (il mio amico) e uno alto e grosso con la faccia da bullo. Sono ingredienti sufficienti per richiamare un adulto che dice «oh, cosa succede?». Ma niente, la gente andava e veniva, il mercato era pieno, le mamme con i bambini, gli anziani, le compere, la cedola per i libri scolastici, e noi lì a farci minacciare. Perché nel frattempo anche quello alto era intervenuto, ma il mio amico non mollava, restava strafottente e rispondeva per le rime. Volevo dirgli di smetterla ma non riuscivo. Poi i bulletti si sono accorti della mia esistenza e mi hanno guardato ridendo. «Questo da dove è uscito?» hanno detto. «Lasciatelo stare o vi prendo a calci nel culo» ha risposto il mio amico. I due, quindi, hanno detto cose tipo «è il tuo fidanzato», e poi anche «da quanto state insieme?». Il mio amico li ha mandati a quel paese ma stando fermo, quei due, a un certo punto, si sono stancati e se ne sono andati.

E niente, mentre uscivamo dal mercato coperto e andavamo verso piazza Montale avevo paura. Sotto i portici dell’anagrafe mi sono fermato e gli ho detto «grazie». Il mio amico mi ha detto «vai tranquillo, sono due scemi». Però mentre tornavamo verso casa mi guardavo intorno, si sa mai che ci seguissero. Comunque al mercato coperto da solo non ci sono più andato per un po’.

Enzo passeggiava al mercato coperto di via delle Verbene, nella sua vecchia zona, Le Vallette, mentre andava a un appuntamento. A quell’ora, mattino presto, era quasi deserto, un po’ per l’orario, un po’ perché le vetrine, con il passare degli anni, si erano gradualmente svuotate. Anche la vetrina di quella specie di cartoleria-tabaccheria che vendeva i Chupa Chups. Dal vetro sporco, tuttavia, Enzo riusciva a sbirciare all’interno. Era rimasto solo il bancone, poi qualche cavalletto e nulla più. Prima di distogliere lo sguardo, però, notò il vecchio gancio al quale, una volta, c’era appeso l’estintore. «Che buffo – pensò – adesso mi arriva al petto». E dire che Enzo non si poteva certo definire un uomo alto, diciamo che era nella media, niente di che. Anche il bullo grosso, in effetti, era nella media, niente di che.

Lezioni di piano

Correva, correva come se dovesse acciuffare il vento. Correva come una diligenza, saltava ostacoli e persone come se fosse inseguito da un nemico, correva urtando donne e uomini senza distinzione, schivando i bambini e raccogliendo insulti. Gianni era in ritardo, ritardissimo, ma per sua fortuna conosceva a menadito vie e viuzze di Torino, sapeva muoversi agilmente tra carretti e carrozze, persino tra i banchi del mercato di piazza delle Erbe, giù dalla chiesetta del miracolo fino all’albergo. Era lì che si dirigeva, al Dogana Nuova dove aveva iniziato a lavorare come facchino da un mesetto, guadagnando qualche soldo utile a sostenere la famiglia giù in Borgo Dora, dove mamma e papà facevano i mercatali e gli altri fratelli, chi più e chi meno, raggranellavano qualcosa in giro con qualche lavoretto. Gianni all’albergo era una notizia che aveva rallegrato mezzo quartiere, ma il solo pensiero di perdere quel lavoro per un ritardo gli aveva letteralmente messo le ali ai piedi.

E pensare che il direttore dell’hotel si era raccomandato giusto il giorno prima. «Domani arriveranno ospiti importanti – aveva detto – quindi vi voglio puliti, profumati, in ordine e soprattutto puntuali». Ecco. Gianni arrivò quasi a schiantarsi alla porta d’ingresso, la spalancò e si fiondò dal concierge, sperando di non farsi vedere. In quell’esatto momento arrivò il direttore. «Tempismo perfetto – gli disse ironicamente, mentre Gianni ansimava dalla corsa, madido di sudore e paonazzo in viso –, i nostri ospiti stanno per arrivare. Vada a rendersi presentabile».

Gianni si cambiò, bevve un po’ d’acqua da una brocca, poi si diede velocemente una rinfrescata e indossò la divisa bordeaux a bordi dorati dell’albergo, poi il cappellino e i guanti bianchi. Era pronto e aveva salvato il lavoro. Perfetto. Tutto impettito, si fece trovare all’ingresso dell’hotel mentre una elegante carrozza si fermava. Andò ad aprire la porta, sorvegliato dal direttore. Ne scese un uomo distinto, severo nell’aspetto, che non lo degnò di uno sguardo e fu immediatamente preso in custodia dal direttore. Poi scese una ragazza, che avrebbe potuto avere la sua età, dolce ma dall’espressione contrita, gli occhi tristi che incrociarono i suoi, il viso impostato. Ma Gianni fu subito redarguito. «Va’ a tirar giù i bagagli – ammonì il direttore dell’hotel – non star lì impalato». Il garzone si arrampicò sulla carrozza e iniziò ad armeggiare con borse e valigie, ma poté notare un ragazzino, timido, troppo austero per la sua età, giovanissimo ma già adulto, che scese per ultimo e raggiunse il gruppo. Il direttore fu ossequioso, Gianni fu incuriosito ma continuò a cercare lo sguardo della ragazza. Il trio di ospiti veniva dall’Austria, da Milano, e pareva dovesse incontrare il re.

Gianni, nei giorni successivi, cercò in tutti i modi di avvicinarsi nuovamente al gruppo, ma quell’uomo severo, probabilmente il padre dei due giovani, pareva un cane da guardia, molto attento a mentenere le distanze fra i suoi figli e il resto del mondo. Gianni riusciva soltanto a origliare le loro lezioni di piano, scoprì così che lei, la sorella maggiore, si chiamava Maria, o forse Marianna, non capì bene.

Gianni, però, nell’origliare quelle lezioni, scoprì una passione per quella musica mai sentita. Così forte, a volte furente, ma allo stesso tempo regolare, controllata, ragionata. Ne aveva parlato con i suoi genitori, che tuttavia non vi avevano dato troppo peso, ci mancava solo che un loro figlio volesse studiare pianoforte! Chissà quanto sarebbe costato, non se ne parlava nemmeno. Giù a Borgo Dora c’era un uomo che riparava pianoforti, a volte lavorava per il Teatro Regio, si chiamava Pinin. Gianni ogni tanto lo incrociava quando andava a Torino, era un uomo cordiale, chissà se sapeva qualcosa di quel curioso trio? Ma soprattutto di Maria o Marianna che fosse.

Passarono un paio di settimane, sempre nella speranza di incrociare nuovamente la ragazza o scoprire qualcosa di più su di lei. Il direttore dell’albergo si guardava bene dal raccontare qualcosa al facchino, ma una volta gli scappò che gli austriaci erano stati al teatro. A Gianni venne l’idea, così, di chiedere qualcosa a Pinin. Lo incontrò prima di andare all’albergo. «Signor Pinin – gli disse – sapete mica degli austriaci che alloggiano alla Dogana Nuova?». Pinin scosse la testa, ma era di fretta. Quella mattina, però, il ragazzo scoprì di aver perso troppo tempo. Giunto all’albergo, intravide l’uomo elegante e austero dal concierge, stava saldando il dovuto in presenza del direttore, che si profuse in elogi e saluti cordiali. Era finita.

Gianni salì alle stanze per recuperare i bagagli. In quel momento incrociò il giovane Amedeo, così serio e concentrato, ma tuttavia gentile, gli sorrise e lo ringraziò. Dietro di lui Marianna dagli occhi tristi, lo guardò. «Grazie per il vostro lavoro», disse lei. Gianni tolse il cappello e accennò un inchino. «Grazie a voi – disse – ma… tornerete a trovarci?». La ragazza fu sorpresa, quasi imbarazzata. Mentre sorvegliava con lo sguardo il fratello, che si avvicinava alle scale per raggiungere il padre, disse, cercando di smorzare il forte accento tedesco. «Dipenderà da mio fratello, se l’anno prossimo scriverà per il re o no». Poi lo salutò, forse pentita di quella piccola rivelazione, ma era troppo tardi.

Caricata la carrozza, aperta la porta e salutato ancora una volta gli ospiti, senza essere ricambiato da quell’arrogante e benestante signore, Gianni osservò la piccola diligenza allontanarsi, subito redarguito dal direttore dell’hotel che gli intimava di tornare al lavoro. Ma tutto sommato fu contento di aver strappato un minuscolo scampolo di vita a quella dolce ragazza dagli occhi tristi. La sera, tornato in Borgo Dora, incrociò di nuovo Pinini. Quella volta fu lui a fermarlo. «Ho indagato in teatro – gli rivelò – e può essere che tornino il prossimo anno per il re, forse il ragazzo scriverà un’opera per lui». Gianni si fermò, emozionato dalla possibilità di rivedere Marianna. «Chi è il ragazzo?», chiese. «Ma come – ribatté Pinin – voi ospitate Volfango Amedeo Mozart e nemmeno lo sapete?». Gianni la buttò sul ridere, fece finta di essersi dimenticato, ma tornando a casa continuò a chiedersi chi fosse questo Volfango Amedeo. «Magari entro il prossimo anno lo scoprirò», disse ad alta voce, mentre rientrava in Borgo Dora.

Se almeno si vedesse l’autostrada

Le case erano rade, distanti dai bordi della strada, un’ultima macchia verde e gialla accoglieva salutava da lontano il fiume che scendeva dalle montagne, ora placido, ora più irruento. Tra le fronde dei tigli scivolava leggero il Föhn, mentre Mario sceglieva con cura un gradino su cui sedersi. Riparato ma non troppo, defilato ma comunque non troppo distante dai sentieri, sempre di fronte al laghetto sul quale troneggiava il vecchio binario della monorotaia. Da lì  osservava distrattamente i corridori sportivi e amatoriali che frequentavano con più o meno assiduità il Giardino della Liberazione (il nome era Giardino del Corpo Italiano di Liberazione, ma tant’è). Ogni giorno, di buon mattino, l’uomo si trascinava con fatica fino all’area verde, attraversando con audacia via Ventimiglia. Poi, non contento, entrava nel parco e arrivava fino all’estremo opposto, su corso Unità d’Italia, seguendo un percorso non troppo pianeggiante.

«Cosa gli prende? Perché va fino lì?» era il dubbio che assaliva Serena, che quasi ogni giorno, mentre portava a spasso il suo buffo yorkshire, incrociava quel curioso signore zoppo. Un giorno lo fermò e tentò di attaccar bottone. «Buongiorno – gli disse – le piace camminare?». Mario sorrise. «In realtà no», rispose con un’espressione ingenua. Scoprì la sua gamba destra e mostrò la protesi. «Oh, mi dispiace», disse Serena, in imbarazzo. «Non si preoccupi – la rassicurò lui – mi piace solo questo lato del parco». Poi la salutò e andò a cercare un gradino. Gli incontri si ripeterono, i due avevano grosso modo gli stessi orari, ma il ghiaccio era rotto, così presero a salutarsi. «Buongiorno». «Buongiorno a lei».

Quella primavera era insolita, scossa soltanto da qualche tenue alito di vento e segnata da una pressoché totale assenza di precipitazioni. Passeggiare al parco, tra la natura che lentamente si ripendeva quegli scampoli di decadente modernità, era già piacevole. Le margherite precocemente in fiore adornavano i prati, mentre gli alberi producevano polline con una generosità inconsueta. Mario continuava imperterrito, sempre più affaticato dall’incedere dell’età, nella sua sistematica ricerca dell’altro lato del parco. Va detto che l’uomo si sedeva, si guardava bene intorno e osserva soprattutto gli alberi, poi si alzava e ritornava a bordo strada, sempre su corso Unità d’Italia. Restava impalato per un po’, poi rientrava al parco, sceglieva un altro posticino e restava seduto ancora qualche minuto, quindi ripeteva l’operazione più volte. A volte si avvicinava a qualche tiglio e ne scrutava la corteccia da vicino, ma lo faceva sempre più raramente

Serena era sempre più incuriosita da quell’uomo bizzarro, panciuto, ingrigito dal tempo ma soltanto nell’aspetto, i cui occhi azzurri erano sempre vivaci, il sorriso sempre largo, i gesti sempre ampi e teatrali. La ragazza, però, non aveva mai abbastanza tempo per aprire una conversazione con lui, si limitava a salutarlo, mentre lo osservava a distanza, guidata dai movimenti del suo cane.

Passò altro tempo, finché Serena vinse il proprio imbarazzo e, al momento del consueto «buongiorno» fece subito una domanda a Mario. «Le devo chiedere scusa – disse con timidezza – ma ogni volta mi chiedo come mai lei faccia avanti e indietro dal parco alla strada». L’uomo sorrise come sempre e la guardò fissa, Serena si pentì immediatamente di quella domanda. «Mi scusi…». «No, macché, venga con me, le faccio vedere una cosa». La prese delicatamente per il braccio, come fanno i padri con i figli quando vogliono spiegare loro qualcosa. Serena ubbidì e trascinò il piccolo yorkshire che, invece, era già proiettato verso un giardino. Tornati a bordo strada, Mario indicò in direzione Moncalieri. «Vede?» disse, ma Serena non capì, così lui decise di essere più chiaro. «Se ci fa caso – aggiunse – da qui si vede l’autostrada». Serena restò interdetta, Mario la salutò. «Ma che vuol dire?» disse la ragazza ad alta voce.

Fu l’ultima volta che Serena vide Mario. Subito non si fece troppe domande, ma con il passare dei giorni (la primavera stava già diventando un ricordo), iniziò a preoccuparsi. Il tempo passava e passava, così iniziò a chiedere a qualche frequentatore abituale del Giardino, altri padroni di cani e qualche corridore, nessuno ne sapeva nulla. Una sera, con un immane sforzo di memoria, cercò di ricordare la data del loro ultimo incontro facendo appello a impegni precisi di quella giornata. Le tornò in mente un’email importante che aveva inviato per lavoro e corse a spulciare la posta inviata della sua casella email: era il 23 marzo. Cercò su internet le notizie di quei giorni e dopo poco tempo lo vide, era proprio lui. Mario Guglielmi, agronomo, nato a Sanremo il 25 ottobre 1933, morto a Torino il 26 marzo 2019. L’articolo trovato online proseguiva con frasi come «a lungo giardiniere per il Comune, ha seguito le celebrazioni di Italia ‘61», «malato da tempo», «rimasto ferito da bambino, durante il conflitto» e poi «vedovo di Luisella Ferrino, sepolta a Sanremo». Serena pianse, non seppe nemmeno perché, del resto quell’uomo era poco meno che un conoscente, ma i suoi occhi, i suoi occhi, i suoi occhi. Erano occhi d’amore, forse per Luisella? Ma era morta nel 2009 – così c’era scritto – e di certo non si trovava al Giardino della Liberazione.

Ci volle molto tempo prima che Serena riuscisse a capire. Ciò avvenne quasi un anno dopo, in gennaio, quando con alcune amiche aveva deciso di concedersi una gita al mare in giornata, per assaporare un pallido sole iodato in attesa dell’estate. La destinazione era Finale Ligure, dove i genitori di una di loro avevano una casetta. Insieme, in auto, imboccarono la Torino-Savona a Moncalieri. Per quale motivo prendere la Torino-Savona se non per andare al mare? Certo, si poteva andare a Carmagnola, si poteva andare a Cuneo, ai concerti di Barolo, tutto quello che volete. Ma Serena aveva percorso quella tratta, in vita sua, quasi solo per andare al mare. E anche un’altra volta, quando per lavoro dovette andare a Villastellone e passò da lì, si rammaricò di non poter proseguire verso il mare. Ecco, la Torino-Savona, l’imbocco della Torino-Savona a Moncalieri, tra concessionari d’auto, palazzoni e benzinai, era il mare. E lungo il viaggio, poco prima di uscire alla volta di Finale, fece in tempo a scorgere una delle prime indicazioni per Sanremo. «La Torino-Savona è Sanremo – disse ad alta voce, attirando la curiosità delle sue amiche – e da corso Unità d’Italia si vede Sanremo». «Sere, ma che dici?» le chiese un’amica, stranita. «Niente, una scemenza» si schermì. Tutte scoppiarono a ridere, ma lei sorrise, come Mario.

Dove c’era un architetto

«Che diavolo gli è preso? Che cos’è quella roba? Che cos’è? Che cos’è?».
«State calmo, Rav…».
«Non sto calmo proprio per niente! Ma dico, ci rendiamo conto? Chiamatelo immediatamente e fatelo venire qui!».

Ishmael sospirò, rassegnato, l’ennesima sfuriata del rabbino capo lo avevo stancato. Non tanto per lui, che tutto sommato aveva anche ragione, quanto per la situazione. Il problema era che nessuno della comunità aveva controllato bene i progetti al momento opportuno. Fiducia totale all’architetto e via, ma sarebbe stata solo questione di tempo. Toccava a Ishmael, ora, andare a chiamare quel bizzarro uomo che abitava in una casa ancora più bizzarra di lui. Stretta e lunga, per far passare il letto avevano dovuto abbattere un muro per poi ricostruirlo. Certo, forse gli indizi sulla sua stravaganza erano già sufficienti per lasciare intendere che forse non sarebbe stato la persona giusta. O forse sì, chi lo sa.

Ishmael bussò alla porta.
«Chi è?».
«Sono…».
«Ah sì sì, entrate, entrate». La porta sì aprì e di fronte a lui comparve una donna scapigliata, elegante e trasandata allo stesso tempo. Le sue origini nobili erano evidenti, per questo a Ishmael continuava a sfuggire il motivo per cui si fosse perduta con quell’architetto. Quest’ultimo, invece, sedeva al tavolo della cucina, di fronte a lui un cumulo di fogli, disegni, matite e righelli.
«Buongiorno, architetto». Disse Ishmael.
«Buongiorno a voi, venite». Rispose l’architetto.
Così il ragazzo poté dare un’occhiata ai progetti, vedere disegni cancellati, rifatti, modificati, con aggiunte e segni incomprensibili.
«Vedete – illustrò l’architetto – se noi aggiungessimo due montanti su questa parete, con un paio di tiranti qui, potremmo salire ancora di più».
«Ecco, vorrei parlarvi proprio di questo, signore».
«Ci ho lavorato tutta la notte».
«Non lo metto in dubbio, ma vedete…».
«E poi questi marmi vanno sostituiti, non reggono».
«Certo, ma il rabbino capo vuole vederla».
L’architetto si zittì e lo guardò perplesso. «Ma io devo lavorare», obiettò.
«Sono sicuro che potrà concedergli un’ora del suo prezioso tempo», ribatté Ishmael.
«Se vuole vedermi – aggiunse l’architetto alzandosi in piedi con irruenza – che venga lui al cantiere».
Ishmael fu spiazzato, ma l’architetto fu irremovibile. «Riferirò», disse il ragazzo.

Nell’ufficio del rabbino capo volavano fogli e fermacarte, mentre il calamaio rovesciato aveva imbrattato il pavimento e il tavolo. Solo le urla del rabbino erano più forti della paura di Ishmael di essere colpito da qualche oggetto volante. «Come si permette? – urlava il rabbino – Come si permette? Chi crede di essere?».
«Mi scusi…» provò a dire Ishmael.
«Lo prendo a calci! Giuro che lo prendo a calci! Cosa vuole fare salire ancora? Cosa? Dobbiamo arrivare fino in cielo? Questa è pura blasfemia! Io lo caccio! Lo caccio!».

Il progetto per quell’edificio sacro era sfuggito di mano, l’architetto era un visionario e continuava a cambiare i disegni, aggiungendo centimetri alla costruzione e prosciugando tutti i risparmi della comunità. Ma la situazione era troppo grave, il rabbino capo dovette mettere da parte l’orgoglio, si calmò e decise di correre al cantiere. La decisione era presa, il consiglio aveva stabilito la revoca del progetto.

«Architetto!». Ishmael lo intravide mentre parlava con il capomastro, richiamò la sua attenzione e gli chiese di avvicinarsi. L’architetto, notato il rabbino capo, quella volta ubbidì.
«Buongiorno», disse l’architetto.
«Buongiorno», disse il rabbino capo.
«Siete venuto a controllare i lavori? Ho qui dei disegni che vorrei mostrarvi».
«Architetto…».
«L’ho già detto al ragazzo, pensavo di aggiungere due montanti, ma ci ho ragionato, ne serviranno otto».
«Architetto, dovete interrompere i lavori».
«Scusi?».
«Non abbiamo più soldi, questo progetto è completamente un’altra cosa, ci è sfuggito di mano e la colpa è vostra».
L’architetto scoppiò a ridere.
«Sapevo che la vostra comunità avesse un grande senso dell’ironia – commentò – ma questa era veramente grossa, ci stavo credendo!».
«Ritenetevi sollevato dall’incarico, il progetto si ferma qui, vi pagheremo il dovuto e poi addio». Il rabbino capo girò i tacchi, l’architetto rimase di sasso, Ishmael cercò di incrociarne lo sguardo, voleva dirgli qualcosa, ma fu richiamato dal rabbino.

Le lacrime dell’architetto bagnarono i suoi disegni, ma durò poco, la rabbia prese il sopravvento. Cacciò tutti, capomastro, operai, gettò in terra alcuni trabattelli, strappò i disegni e prese a calci inutilmente un sacco di sabbia. Nessuno lo aveva capito, un’altra volta.

Pochi giorni dopo il rabbino capo ricevette la visita di un messo comunale. Fu un colloquio breve, concluso da una stretta di mano. Il rabbino ritrovò il sorriso e convocò il consiglio. Ishmael fu invitato ad assistere, perché avrebbe dovuto riferire tutto all’architetto. Anche il ragazzo fu contento e corse da lui, non vedeva l’ora di annunciargli che il Comune di Torino avrebbe acquistato l’edificio per completarne la costruzione.

«Architetto! Architetto!».
L’architetto non gli aprì.
«Ho una buonissima notizia per voi!», insisté Ishmael.
La porta si mosse e restò socchiusa.
«Che volete?» disse l’architetto facendo capolino, era scuro in volto.
«Il Comune comprerà tutto».
«Tutto che?».
«L’edificio, il vostro progetto, tutto!».
«Cosa se ne fa il Comune di una sinagoga?».
«Non sarà una sinagoga, credo, ma ho qui tutti i documenti».
«Chi si occuperà del progetto?».
«Voi».

L’architetto non ci credeva, prese subito la copia dell’atto di acquisto da parte del Comune per leggere il nome dell’architetto designato. C’era scritto: Alessandro Antonelli. Un raggio di sole entrò in quel momento dalle finestre di Casa Scaccabarozzi.

Birdwatching

«Vorrei fare il birdwatching».
«Che cos’è il birdwatching?».
«Osservare gli uccelli, vedere come mangiano, cosa fanno, come sono fatti, insomma cose così».
«Basta che guardi fuori».
«Ah, certo, piccioni e cornacchie, ogni tanto un gabbiano che con il suo verso ti illude di essere al mare, invece sei a Torino».
«E come facciamo a fare il birdwatching?».
«Ho letto che a Racconigi lo fanno, ci sono anche le cicogne, ho visto le foto, è bello».
«Poi ci andiamo».
«Dici sempre così, ma non andiamo mai da nessuna parte».

Eppure il desiderio di portare Rino a fare birdwatching era forte, ma c’era quell’impedimento, quella cosa che non si voleva mai nominare e che lo stesso Rino faceva finta che non esistesse. Come biasimarlo, del resto?

Pietro lasciò cadere la discussione, passò in cavalleria quella richiesta, insieme alla lunghissima e infinita lista di desideri, cose da fare, luoghi dove «poi ci andiamo», città da vedere, spiagge, cascate, sentieri. Era difficile, ma quella parola, «birdwatching», aveva incuriosito anche lui. Non si chiese dove suo figlio l’avesse letta vista l’immensa quantità di libri che leggeva, abbinati a una intensa attività di ricerca sul web. Ma mentre Pietro usciva per andare a lavorare, dopo aver accolto Luisa, una giovane laureanda che si era offerta di far compagnia al suo figlioletto mentre lui non era in casa, gli tornò in mente quella parola. Con una rapida ricerca sul suo smartphone, scoprì cosa fosse il birdwatching, cioè l’osservazione sistematica delle varie specie di uccelli nel loro habitat, all’interno di postazioni apposite. Tutto chiaro, ma come avrebbe potuto portare Rino a Racconigi?

L’idea arrivò un altro giorno, quando aveva oramai smesso di pensare a quella richiesta, perché subito rimpiazzata da altri desideri del figlio. Mentre si deprimeva pensando che non sarebbe mai stato in grado di portarlo a vedere il Muro di Berlino, Pietro intercettò una discussione in panetteria, dove un uomo raccontava a un conoscente del bellissimo acquario di pesci tropicali che aveva appena costruito a casa sua.

Comprò dei pezzi di legno e li portò in cantina, si accorse così di aver bisogno di un seghetto e di una lima. Uscì di nuovo e corse a comprare anche quegli attrezzi, insieme a guanti, mascherine e occhiali protettivi. Dopo aver chiesto a Luisa di fermarsi ancora un paio d’ore, promettendole un piccolo aumento, Pietro iniziò a lavorare. Proseguì la sua attività per qualche giorno, poi l’oggetto che stava creando iniziò a prendere forma. Andò a comprare della carta vetrata, poi un impregnante per il legno e uno smalto all’acqua rosso, il colore preferito di Rino. Suo figlio iniziò a domandarsi come mai Luisa si fermasse più a lungo del solito, ma Pietro fu evasivo, disse che stava facendo straordinari e che presto avrebbe smesso.

Una settimana dopo, in effetti, il lavoro fu completo, ma mancava ancora qualcosa. Pietro uscì per andare in un negozio di animali, comprò un enorme sacco di semi, quindi entrò in una libreria per acquistare un manuale illustrato. Tornato a casa, portò tutto da suo figlio. Rino dormiva, Luisa vegliava a pochi metri da lui mentre studiava, Pietro la liberò e le pagò il dovuto. Approfittando del sonno del piccolo, l’uomo uscì sul balcone e posizionò accuratamente la nuova casetta per uccelli che aveva costruito, in maniera tale che potesse essere ben visibile anche dall’interno, poi la riempì di mangime. Per fortuna il balcone era piuttosto grande e si estendeva dalla portafinestra della cucina fino alla grande finestra della cameretta di Rino. Pietro, concluse le operazioni, rientrò e sedette accanto al piccolo, con il manuale di ornitologia sulle ginocchia. Attese.

Il primo giorno non successe nulla, nessun uccellino si avvicinò al balcone e Rino cadde in depressione, aveva sfogliato il manuale di ornitologia con entusiasmo ma poi, preso dalla rabbia, lo aveva scaraventato per terra. Si sentiva preso in giro: nessuna visita a Racconigi, nessun birdwatching, solo un manuale inutile e una casetta disabitata. Oltre al danno la beffa. Pietro continuò ad aspettare, gestendo come poteva gli umori di suo figlio. Il secondo giorno fu la stessa cosa, il terzo giorno anche. Passò un’altra settimana, sempre con quella casetta irrimediabilmente vuota, in compenso Rino aveva smesso di lanciare il manuale e, talvolta, lo sfogliava distrattamente. Ma il balcone continuava a non essere frequentato da nessuno, Pietro pensò di aver commesso un grosso sbaglio e fu sul punto di sbaraccare tutto.

Una mattina, mentre preparava la colazione, il figlio urlò. «Una cinciallegra! Una cinciallegra!». Pietro corse da lui, ma l’uccello era fuggito e Rino era già sul punto di disperarsi. «Piano, Rino, dobbiamo fare piano», gli disse. Ci fu silenzio, i due attesero ancora, poi un altro uccellino si avvicinò con diffidenza, zampettando sulla ringhiera. «Una cinciallegra?» chiese Pietro. «No, questa è più piccola, è una cinciarella!» rispose il figlio, che guardò il padre e gli sorrise. «Grazie, papà», disse, cercando di abbracciarlo. «Fai piano – disse Pietro – spaventi gli uccellini e ti si sposta il respiratore, te lo sistemo». Poi lo accarezzò, ma Rino era già assorto nel suo birdwatching.