Il nostro Borgo Rossini stories continua a vivere e a crescere e, a distanza di un anno da questa specie di sogno diventato realtà, è uscita la seconda edizione, aggiornata e ampliata, sempre edita da Graphot. La trovate in vendita in libreria e naturalmente online. Cosa è cambiato? Ci sono nuovi racconti e nuove immagini, ma soprattutto una nuova veste grafica, che rende uniforme la copertina all’altro lavoro realizzato quest’anno, Barriera stories. Entrambi questi volumi fanno parte della collana Stories, curata da me e da Rocco Pinto. All’interno ci sarà anche Porta Palazzo stories, per il quale stiamo continuando a raccogliere racconti (avete qualcosa da inviarci? Scrivete a pontidiparole.to@gmail.com).

Ora torniamo anche in presenza. Domani, martedì 16 novembre, alle 18.30 saremo al QuBì di via Parma 75. A ben vedere, fra lockdown e zone rosse, non abbiamo mai fatto una presentazione vera e propria del libro, che tuttavia ha già venduto centinaia di copie. Domani ci saremo noi, i curatori, Paolo Morelli e Rocco Pinto, per condividere storie e ricordi del quartiere. Ci accompagneranno le schegge musicali di Alberto Bozzolan, anche lui fra gli autori di questo volume.

E poi, nelle ultime settimane, Borgo Rossini stories è sbarcato anche su Tellingstones. Si tratta di una app che offre suggerimenti di approfondimento su vie e palazzi in base al punto geografico in cui vi trovate. Se passeggerete lungo la Dora, con questa app attiva, potrete scoprire alcune delle storie del nostro libro. Provare per credere!

Infine un piccolo regalo. Qui di seguito c’è un racconto totalmente inedito, scritto da Doriana Giambelluca, che ringrazio moltissimo, autrice di una vera lettera d’amore a questo quartiere.

Mai soli
di Doriana Giambelluca

«È un quartiere in forte riqualificazione, sa, un tempo non era così, è tutto cambiato», raccontava un elegante agente immobiliare mentre mi conduceva verso quella che sarebbe diventata la mia nuova casa, nel tentativo di introdurmi al meglio nel quartiere in cui adesso abito e che vivo da un anno, dopo essermi trasferita da circa 8 a Torino.

Per quanto apprezzassi lo sforzo di rassicurarmi sulla bellezza di questo posto allora per me poco conosciuto, quella presentazione così lucidata che stava pericolosamente scivolando nella logica del mercato non avrebbe mai potuto eguagliare l’immediato senso di appartenenza che ho provato durante quel percorso, la certezza indimostrabile che avrei affondato qui parte delle mie radici, e la consapevolezza che avrei avuto tempo e modo di chiedere la storia di questo quartiere a chi ha vissuto veramente in queste strade, a chi le ha percorse ogni giorno nella quotidianità dei piccoli gesti, nella straordinarietà di grandi conquiste, nella fatica e nella gratificazione del lavoro. A chi, tra le vie che separano e uniscono, ha trovato conforto, facce amiche, discorsi impegnati e sul tempo che fa.

Così, dopo estenuanti balletti tra banche, notai e venditori in giacca e cravatta, mi insediai in questa grande casa senza muri. Entrai in punta di piedi ma con le scarpe in mano, come chi le toglie varcando la soglia perché è già a proprio agio, e cercai sin da subito, mantenendo il rispetto di chi un po’ ospite si sente ancora, non solo di memorizzare i volti, ma di essere io per prima una di quelle persone che incontri per strada e che ti è familiare, chissà come e chissà perché, di conoscere gli sconosciuti, di non essere “nessuno” per chiunque, ma di essere, almeno per qualcuno, «qualcuno».

La risposta è stata tanto veloce quanto naturale: non so se siano i luoghi che fanno le persone o le persone che fanno i luoghi, ma so per certo che è nei sorrisi regalati per una gentilezza ricevuta, nei saluti elargiti negli incontri fortuiti, nelle parole scambiate nei giorni alcioni che delineo sempre più la fisionomia di questo borgo, fatta da palazzi che restituiscono la dimensione più umana di una grande città, ma soprattutto dalle persone che non dimenticano di fare, di quella dimensione umana, il proprio tratto più distintivo.

Immagino la tenerezza che potrò provare per me stessa se, tra qualche anno, rileggerò questo racconto, ricordandomi nell’incertezza dei primi passi in una nuova vita. Immagino anche come potrei rivivere le sensazioni che riaffioreranno ripensando, invece, ai tempi in cui scrivo questo racconto, inquinati da una nuova incertezza che attanaglia le ore che trascorrono in casa, dove i muri stavolta ci sono veramente, anche se è sufficiente aprire la finestra per dimenticarli e per sentire che in questo borgo, anche se isolati, non siamo mai soli.

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