Insolito giaciglio

Fresco ma si sta bene, pure comodo, non è male casa nuova. C’è pure quest’angolo bello riparato, ma cos’è questa roba che vibra. Aspetta che sposto il braccio, che fastidio la giacca, meno male che non ho messo quella pesante. Il cuscino però è comodo, qui sotto è durissimo ma di lato è bello morbido, appoggio la testa qui, anzi la giro. Anzi no, resto così, allungo solo una gamba, non ci passa, ah certo sta sotto l’altra gamba, meglio che la sposti perché inizia a formicolarmi il piede.

Quanto tempo è passato? Non lo so, ho tanto sonno, anche se stanotte ho dormito, cioè, mi pare, non mi ricordo se ho dormito oppure ho sognato di dormire. Però se sognavo allora dormivo, quindi in ogni caso ho dormito. Sono sicuro, ho dormito, anche se ho ancora sonno. Vuol dire che non ho dormito abbastanza, meglio continuare a dormire, sono proprio stanco. Ma perché c’è questa roba che vibra. Ora la gamba la sposto, oppure sposto il braccio. Devo sistemare il cuscino, la parte morbida è comoda però punge, provo a spostare due cose, anzi no, va bene così.

Sento dei passi, ma non ero solo? Boh, forse sto sognando, o forse no. No, però scusa, se sto dormendo allora sto sognando. C’è uno che mi tocca, mi dice «ehi». Che razza di sogno. Ora mi giro dall’altra parte. Non sento più niente, sposto la testa, ecco ora va meglio. Fresco, molto fresco, quasi freddo, anzi no, fresco. Sì, fresco. Ora mi giro, ah, sì, benissimo. Bello, c’è poco spazio ma è comodo, mi sembra di essere infilato in una fessura, come se ci fosse un’intercapedine in cui mi sono intrufolato. Ecco, se dico «intercapedine» vuol dire che non sto neanche troppo bene. La bocca è secca, ora mi alzo e vado a bere un bicchiere d’acqua, poi torno a dormire. Sì, ma ora no, dopo.

«Tutto bene?». Ah, di nuovo, ma chi è? Ah no, sono io che sogno. Ancora quella cosa che vibra, devo aver lasciato il telefono acceso, si sarà ficcato sotto il materasso. Anzi, sotto il cuscino. No, però lo sento sulla gamba, sarà tra le lenzuola. Sì, perché stavo messaggiando con Marti, mi sarò addormentato mentre aspettavo una sua risposta. Quella, pure, ci mette sempre due ore a rispondere. «Tutto bene?», ma di nuovo, ma basta, ma fammi dormire, ma cazzo vuoi. Ah già, sono io che sogno. «Dorme». Certo che dormo, ovvio che dormo, sposto la gamba, sì, ma dormo. «Chiamo io». Chiama tu, chiama chi vuoi, io continuo a dormire. C’è il cazzo di telefono che vibra, ora mi sveglio e lo spengo, anzi no, mi sveglio e rispondo, forse è Marti, forse è quello scassacazzi di Pigi.

«Sì siamo in via Catania, angolo lungo Dora Firenze». Eh, grazie lo so, lo so dove abito adesso, lo so dove sono venuto ad abitare. Anzi, tu che ci fai qui, io sto dormendo, esci. Ah già, sono sempre io che sogno, però è tutto buio, cioè, sembra il cielo, diciamo che sembra buio. Che sogno del cazzo. «Sì, va bene, restiamo qui». Boh, non ho capito con chi parlano. Io mi giro, vah, che adesso sono scomodo, magari riesco a spostare il telefono dalla gamba. Provo ad aprire gli occhi, no, non ci provo, anzi sì, anzi no. «Tutto bene?». Oh, ma basta. «Sarà andato alle Panche». E a te cosa frega? Sì, ci sono andato, ma sono andato anche in piazza Santa Giulia, al Rossini e in piazzetta, cosa te ne frega? Madonna ‘sto telefono.

Una sirena. Una sirena? «Sì, buonasera, siamo noi. L’abbiamo trovato così, dorme tra le macchine parcheggiate». Ma chi è che sta male? «No, non lo conosciamo, passavamo di qua per caso e l’abbiamo trovato qui». Mi sa che c’è uno che sta male, forse sotto casa, per questo mi sembra di averceli in camera. «Eh non sappiamo, forse ha bevuto». «Va bene, ce ne occupiamo noi, grazie». Una voce diversa, forse è l’infermiere, quasi quasi mi affaccio a vedere. Anzi no, chissenefrega.

Un uomo mi sveglia, mi acchiappa per le spalle e mi mette seduto. Apro gli occhi, sono seduto tra due macchine. Questo tizio mi guarda, prende una pila e me la punta nelle pupille. «Sto bene – dico – stavo solo riposando». «Ha bevuto?», mi chiede. «Una birretta», rispondo. «Sicuro?», mi dice, poi mi aiuta ad alzarmi e mi fa salire in ambulanza. Prendo il telefono, ci sono 4 chiamate di Pigi, 12 di mia mamma, 8 di mio padre e pure 2 di Martina. Chi chiamo per primo?

Un cortile grande grande

Il cortile a primavera è l’anticamera delle vacanze. Per i ragazzini della scuola elementare Fratelli Cervi, però, era anche un crocevia di storie, esperienze, volti. Era un cortile molto ampio, pieno di aiuole, alberi, sentieri asfaltati e sterrati, persino una rampa che scendeva nel seminterrato dove si trovava il refettorio. Le possibilità per inventare giochi si moltiplicavano, anche grazie al lungo tempo a disposizione nell’intervallo dopo pranzo.

In una di quelle belle giornate di sole, Pietro si ritrovò a ragionare con i compagni di classe a proposito di quel cortile. C’era chi faceva i confronti, chi diceva di possedere un cortile più grande di quello a casa propria, per poi svelare che in realtà si trattava del vialetto che attraversava i palazzi, dove ogni tanto scendeva a giocare a pallone con i vicini. Altro che cortile. C’era chi diceva di averne uno interno, ma era semplicemente l’androne del palazzo, e chi, più onesto, diceva di non possedere nessun cortile. Poi c’era Romano. Era un bambino strano, appariva così diverso dagli altri, spesso veniva a scuola senza cartella o portava soltanto il diario e una penna, non aveva mai libri, alle verifiche andava discretamente, ma prendeva voti che si appiattivano verso il basso. Pietro lo osservava con curiosità, anche perché molti suoi compagni lo tenevano alla larga, ma Romano se ne infischiava, strafottente com’era. Quel giorno si inserì nella discussione e disse di avere «un cortile grande grande, non come questo della scuola, questo è più grande, ma il mio è comunque grande». Gli altri bambini risero ma lui restò serio. «Guardate che è vero – aggiunse lui – e se non ci credete peggio per voi». Poi se ne andò a giocare con altri come lui.

Tornando in classe, i compagni di Pietro proseguirono lo scherno. Parlavano di roulotte, docce che non c’erano, figuriamoci il cortile, «il suo cortile sarà Porta Palazzo», e giù risate. Pietro, però, non rideva, continuava a cercare Romano con lo sguardo, ma si era perso nel marasma dei bambini che riempivano scale e classi. Dopo l’intervallo, il suo compagno strano non rientrò. Quell’anno ebbe poche altre occasioni per parlargli, perché Romano era sempre sfuggente, finché la questione passò in cavalleria. L’anno successivo la scuola fu chiusa e gli alunni trasferiti, di Romano si persero le tracce.

La questione del cortile fu un cruccio che, tuttavia, restò nella mente di Pietro, che quando crebbe iniziò a frequentare il centro di Torino per lavoro. Spesso gli capitava di infilarsi in qualche androne aperto, magari tra via Po e via Roma, per osservare i palazzi dall’interno, entrando nei cortili. Si scoprivano tanti altri mondi, quieti e sospesi, a pochi metri da vie trafficate e caotiche. Fu durante uno di quei pellegrinaggi lavorativi che Pietro ritrovò il suo vecchio compagno di classe. Era entrato in una pizzeria al taglio in via Po, doveva risolvere velocemente il pranzo per poi incastrare un altro appuntamento. Il titolare della pizzeria, mentre prendeva l’ordine di Pietro, chiamò un ragazzo per fare arrivare altre bottiglie d’acqua. «Romano, muoviti!» disse. Apparve il giovane, oramai uomo, con l’occhio vispo che aveva da bambino e la stessa espressione strafottente, messa su come autodifesa più che per reale dimostrazione di prepotenza. Pietro lo riconobbe, lo chiamò, gli disse chi era, Romano non capì, gli rispose in maniera frettolosa e andò a recuperare l’acqua. Pietro ne fu deluso, ma del resto era passato talmente tanto tempo che sarebbe stato difficile ricordarsi di un bambino. Prima di uscire, una volta terminato il suo trancio di pizza, Pietro incrociò ancora Romano e tentò l’ultimo approccio. «Non mi hai mai fatto vedere il tuo cortile grande grande» attaccò. Il ragazzo si fermò a fissarlo con curiosità, poi sul suo volto comparve un’espressione di sorpresa. «Non mi ricordo il tuo nome – si scusò Romano – però ho capito dove ci siamo visti, è passato tanto tempo». Si strinsero la mano come vecchi amici. «Ora devo lavorare – tagliò corto Romano – ma il mio cortile è alla Continassa, domani sono lì».

Pietro decise di andarlo a trovare, la Cascina Continassa era proprio vicino casa sua alle Vallette. Il giorno successivo andò lì. Da fuori, quella cascina sembrava completamente abbandonata. Pietro pensò di essere stato raggirato e decise di liquidare tutto con un’alzata di spalle, pensando a quanto fosse stato stupido. Decise di andarsene ma fu preso da uno dei suoi costanti attacchi di curiosità. Parcheggiò l’auto, scese e si diresse verso la cascina. Un luogo dismesso, pericolante e sporco, che trasmetteva una sensazione di insicurezza, al punto che più volte Pietro si voltò per guardarsi le spalle. Andò avanti, arrivò all’ingresso, un grande arco di qualche secolo prima che dava l’accesso a un grande cortile. C’erano dei bambini che giocavano, biciclette rotte, copertoni e stendibiancheria, poi scatole ammassate, robaccia varia e spazzatura. Tre donne sedute urlarono, Pietro si spaventò e davanti a lui comparve in pochi secondi un grande omone baffuto, che lo guardò malissimo. «Che vuoi?» gli urlò. «Scusate, cercavo Romano» rispose Pietro. «Chi è Romano?» ribatté l’uomo, sempre più bellicoso. «Niente, ho sbagliato casa, scusate ancora» disse Pietro, mentre si voltava per darsela a gambe, maledicendo se stesso.

«Roman!» sentì chiamare Pietro, quando aveva appena varcato la soglia del cortile per uscire,. «Guarda che forse questo cerca te, chi è?». «Un mio compagno di scuola, papà». Pietro si fermò, Romano lo raggiunse velocemente. «Ma… Ti chiami Roman o Romano?» chiese il ragazzo spaventato. «Roman, ma fuori da qui mi faccio chiamare Romano così nessuno fa domande tipo da dove vieni, da quanto sei in Italia, cazzate così». Romano, anzi Roman, viveva in quella cascina con la sua famiglia e tante altre famiglie, erano rom, quelli che Pietro era sempre stato abituato a chiamare «zingari». Le donne urlanti e l’uomo bellicoso si placarono e diventarono sorridenti, gli offrirono succo di pesca e biscotti confezionati. Pietro si sentiva a disagio, ma il sorriso delle persone era sincero. Roman indicò l’ampio cortile in cui si trovavano. «Guarda – disse – lo vedi quanto è grande?». In effetti era parecchio grande, per quanto pieno di cianfrusaglie. «Adesso la mia famiglia ti conosce – aggiunse, sempre con quel sorriso strafottente – così puoi tornare quando vuoi, se vuoi». Pietro ringraziò, fece ancora due chiacchiere e salutò tutti, promettendo di tornare la settimana dopo.

Non fece in tempo. Il giorno dopo, in quel freddo dicembre del 2011, Pietro sentì al telegiornale di uno stupro. Una ragazza denunciava di essere stata violentata da due «zingari». Subito, il ragazzo non collegò le cose, ma passarono ancora 24 ore prima di una fiaccolata che partì dal quartiere. Era nata come forma di solidarietà alla giovane, ma in poco tempo si trasformò in un assalto alla Continassa. Urla, gente che scappava, bastoni e vetri rotti, poi il fuoco, sacro e atavico rituale di insensata pulizia. Pietro corse a vedere, era tutto transennato, chiese di Roman, la Polizia gli intimò di andarsene, lui tornò a casa sconsolato e preoccupato. Non lo rivide più, neanche alla pizzeria al taglio, dove aveva smesso di lavorare. La cascina restò abbandonata per un po’ prima di diventare il centro sportivo della Juventus. Ogni tanto, però, quando passava in via Po, Pietro tornava a pensare a Roman. «Chissà – si chiedeva – se adesso ha un altro cortile grande grande».

La foto in copertina è di museotorino.it

Osserva il giardino

La tristezza. Solo tanta tristezza. Nella mente e nel cuore di Teo c’era solo tristezza. Quel voto basso, quel «sufficiente» scritto di fretta, quasi con sdegno, con la penna rossa, campeggiava sul foglio protocollo a quadretti che era stato, suo malgrado, il teatro di una disastrosa verifica di matematica. Oddio, disastrosa, tanti suoi compagni di classe avrebbero pagato per avere quel voto, ma Teo andava bene in quella materia, gli piaceva sommare e sottrarre numeri, spostare le virgole, risolvere le equivalenze. Al punto che se le inventava pure, nel senso che qualche volta, durante l’intervallo, aveva passato il tempo a creare problemi matematici da risolvere, osservato con ribrezzo da qualche suo compagno.

Quel giorno, però, il voto ottenuto nella verifica fu come una pugnalata. Li vedeva, li vedeva bene i suoi compagni che ridevano, sogghignavano nella consapevolezza di aver visto Teo scendere al loro livello. Nella constatazione che Teo, in realtà, era un mediocre alunno come loro, che non rappresentava nessuna minaccia, non era più in grado di mostrare a ogni valutazione quanto loro fossero inetti e scadenti. No, Teo era scadente esattamente come loro. E la regola vuole che se tutti sono incapaci, allora nessuno è incapace. Per questo nel marasma di inettitudine viene guardato con odio chi si solleva e ottiene risultati.

Teo non riusciva a spiegarselo. Come aveva potuto commettere quegli errori? Come aveva potuto deludere la sua maestra? Come aveva potuto prendere lo stesso voto di altri compagni che faticavano ancora con le tabelline? Furono inutili le frasi di conforto pronunciate da altri bambini, pochi in verità, che avevano compreso lo stato d’animo di Teo e cercavano di incoraggiarlo. «Può capitare», dicevano, «vedrai che andrà meglio la prossima volta, sei bravo, non succede niente».

Uscito da scuola, Teo camminava a testa bassa, la tristezza non se ne andava. Ma quel suo camminare senza guardare avanti lo portò a sbattere contro un albero, non lo aveva visto e cadde rovinosamente nel prato. I suoi compagni risero, alcuni lo presero in giro, una maestra invece corse ad aiutarlo. Era «quella di matematica». Lo guardò intensamente, quasi si sentì in colpa per il voto deludente, gli sorrise, lo aiutò ad alzarsi e si inginocchiò di fronte a lui. «Teo – gli disse – lo sguardo deve essere più alto. Lascia perdere la verifica, osserva il giardino». Il piccolo non capì, ma l’umore migliorò.

I giorni passarono, la primavera esplose e il giardino che circondava la scuola, nel cuore del quartiere, era sempre più verde. Le Vallette erano così, un gruppuscolo di edifici cresciuti tra i giardini. Tutto intorno le persone, i bambini, gli anziani, i bottegai, gli artisti, gli immigrati dal Sud Italia. Teo sembrò quasi nutrirsene, così prese a distrarsi. Dalla sua classe, infatti, lo sguardo volgeva sempre verso l’esterno, perché attraverso le finestre riusciva a vedere bene il giardino. Il rendimento tornò a essere quello di sempre, il «sufficiente» alla verifica di matematica restò un lontano ricordo, ma più della valutazione, più dello scherno subito da parte dei suoi compagni – che in breve tornarono nella loro malmostosa mediocrità – faceva male la botta presa sulla testa quando era uscito da scuola guardando per terra. Decise che non lo avrebbe più fatto.

Guardare più in alto ma senza superbia, guardare ad «altezza uomo», per vedere che cosa c’è davanti e goderne. Godere dei volti, delle sensazioni, dei riflessi di luce, degli sguardi, anche delle ombre.

Le scuole finirono, il quartiere si allontanò, Teo crebbe e si trasferì altrove, diventò uomo, diventò adulto. Passò tutto, restarono le ferite dell’infanzia, gli schiaffi della vita che lo fecero crescere, le sensazioni e i ricordi che formarono il carattere. Ma restò anche il giardino, che gli ricordava dove tenere gli occhi, gli ricordava di fermarsi per guardare in terra, così da poter osservare senza andare a sbattere e farsi male, o di guardare all’altezza giusta se voleva spostarsi, così da poter verificare dove si trovasse e avere rispetto di alberi e fiori. Le Vallette, ogni volta che tornava, nascondevano il verde tra le case, ed era la natura, sebbene costretta nei confini artificiali di un giardino, a indicargli la strada. «Osserva il giardino», pensò molti anni dopo, e a quel punto capì.

La foto in copertina è di museotorino.it

Borgo Rossini love #2

Certo il tempo nuvoloso non aiuta. Si dice sempre così quando ci si sente tristi o stressati e fuori piove, o semplicemente non c’è il sole. Ma è chiaro che si tratti di una scusa, l’entusiasmo resta entusiasmo anche se diluvia.

Corso Verona è grigio, pesante, però mantiene la sua certezza: le auto parcheggiate a centro strada, che in vita mia ho visto sanzionare raramente. Lo ammetto, sì, anche io ho parcheggiato in mezzo alla strada, ma è accaduto solo una volta, lo giuro, ero di fretta, «solo 5 minuti». Insomma quelle classiche frasi che servono ad autoassolversi. Del quartiere, comunque, colpisce il vento libero di attraversare le strade e accarezzare i palazzi senza ostacoli, rallentando appena solamente in corrispondenza delle code davanti ai negozi e ai supermercati.

Le uniche testimonianze di vita socialmente accettate, in questo momento, sono diventate le code davanti ai negozi. Mi rendo conto io stesso di farmi inconsciamente la domanda «ma questo che ci fa in giro?» quando incrocio un passante. Poi capisco che anche l’altra persona avrebbe potuto pensare la stessa cosa di me, senza considerare che sto andando in giro senza mascherina perché ne possiedo solo una da bricolage. È pressoché inutile, oltreché palesemente imbarazzante in quanto inutile. Altrettanto imbarazzante è quella che mi sono procurato stamattina, una di quelle «lavabili» che il farmacista è stato così gentile da regalarmi. Scaccio dalla mente il pensiero degli altri che vanno in giro e mi dirigo ad acquistare pane e altro cibo.

In coda al panificio cerco di indossare la mia nuova mascherina, imbarazzante ma sensata. Ho i guanti di plastica e una busta in mano con altri farmaci arrivati oggi (continuo a far presente che non è colpa mia, davvero si tratta di una assurda combinazione di eventi che mi ha portato a frequentare la farmacia come mai prima d’ora). In ogni caso tiro fuori la mascherina, capisco come funziona, ha delle fessure ai lati dove infilare le orecchie. Non ci entrano, anzi sì, ma bisogna tirare, con i guanti faccio fatica, nel frattempo tocca a me e devo entrare mentre sto ancora armeggiando con la mascherina, in qualche modo ce la faccio. Però la mascherina mi copre mezza visuale e fatico anche a infilare pane, grissini e il resto nella busta. Fuori, intanto, si è materializzata una coda di cinque o sei persone che mi fissano con odio o con scherno. Alla fine sono uscito e, con calma, ho sistemato tutto altrove. Ma ho riscoperto il concetto di ansia che credevo di aver lasciato da parte, speriamo che resti fuori dalla porta di casa.

Fuori si sta di nuovo bene, pazienza se non c’è il sole. I grissini sono buoni, ho degli yogurt per me e persino una mascherina. La mattinata è stata stressante ma ho potuto di nuovo concentrarmi sul mio quartiere lanciando un nuovo progetto, si chiama Borgo Rossini Stories e la partecipazione è aperta a tutti. Chi l’avrebbe mai detto che, un giorno, questo quartiere non solo mi avrebbe ispirato numerosi racconti, ma mi avrebbe anche tenuto per mano in un momento del genere? Ora, a differenza del passato, mi accorgo che sto quasi assaporando ogni passo, ogni momento, ogni angolo di questa zona. Corso Verona, corso Regio Parco, via Foggia. Il tram fermo al centro della rotonda, il grigio che si abbina al grigio dei palazzi e al grigio del cielo. È il «grigio Torino», forse, quel famosissimo e odiosissimo colore che sembra caratterizzare la città, che la rende famosa nel mondo. O almeno questo è ciò che si dice in città. Io lo odio, l’ho sempre odiato, ma adesso mi rendo conto che anche il grigio è un colore.

Miracolo al Monte dei Cappuccini

«Adesso ci mettiamo qui seduti e mi raccontate di nuovo tutto, dall’inizio».
«Comandante, vi prego».
«Non dite quella parola, soldato, limitatevi a riportare i fatti».
Il soldato prese un respiro profondo, si sedette davanti al comandante e riprese il suo racconto. «Come vi ho detto – esordì – siamo saliti al Monte dei Cappuccini e abbiamo avviato le trattative, come ci era stato indicato».
«Bene».
«Dopo poco tempo, siamo riusciti a convincere gli svizzeri a passare con noi. A quel punto ci sono state aperte le porte della chiesa, anche perché la nostra superiorità numerica era diventata evidente».
«D’accordo, andate avanti».
«Quindi siamo entrati, con l’idea di lasciare il segno, ma abbiamo rilevato delle resistenze da parte degli spagnoli e dei torinesi».
«Ecco!».

Il comandante si alzò in piedi, afferrò una coppa di vino e iniziò a sorseggiare, mentre diede un’occhiata al calamaio e al foglio bianco. «Vedete – disse – il punto è proprio questo. Cosa intendete quando parlate di “lasciare il segno”?».
«Be’, ecco…».
«Non ho finito! Rispondente a questo dubbio ma anche al secondo che sto per porre. Che cosa significa “resistenze” da parte di spagnoli e torinesi?».
Il soldato si imbarazzò, volse lo sguardo distrattamente sugli oggetti che adornavano l’ufficio del comandante nel quartier generale. Cercava un appiglio, qualcosa che gli desse sicurezza per trovare un senso alle sue parole. Il comandante intuì l’imbarazzo e intervenne.
«Allora – disse, tornando a sedere al suo tavolo e posando la coppa di fianco al calamaio –, io penso che vi siate fatti prendere la mano e che ne sia nato un conflitto a fuoco. È corretto?».
Il soldato non rispose.
«Lo prendo come un sì. Detto ciò, a me non interessa cosa abbiate fatto lì dentro, mi interessa solo che non ne restino tracce, siamo intesi?».
«Signorsì».
«Molto bene. Per prima cosa, quali segni avreste lasciato?».
«Ecco… l’altare».
«L’altare cosa?».
«Credo abbia dei buchi, dei proiettili».
«Maledizione!». Il comandante diede un pugno sul tavolo, facendo traballare pericolosamente il vino. Poi si alzò di nuovo in piedi. Era nervoso, prese a fare su e giù per la stanza, fissando il soldato, di tanto in tanto, con odio.
«Statemi a sentire – disse il comandante dopo un po’ – dovete far sparire quell’altare, intesi?».
«Ma come facciamo?».
«Come avete fatto con i corpi».
«Quelli li abbiamo seppelliti».
«Allora seppellite anche l’altare!».
«Ma non sappiamo dove, non c’è spazio lì intorno. Se lo spostassimo nella cripta?».
«Va bene purché non si veda più, poi ci penseremo, fatelo subito».
«Agli ordini».
«Bene».
«Comandante?».
«Ditemi».
«Come spiegheremo l’assenza di un altare in una chiesa?».
Il comandante sbuffò, odiava chi poneva problemi, ma in quella situazione gli pareva la minore delle questioni. «Nessuno entrerà in chiesa finché non avremo costruito un altare nuovo, lo scriverò al Cardinale, mi inventerò qualcosa».
«D’accordo».

Il soldato si alzò, fece il saluto militare e si voltò verso la porta.
«Aspettate!» disse il comandante.
«Scusatemi».
«Non mi avete detto la cosa più importante, che fine ha fatto de Lorraine».
Il soldato restò in piedi e guardò in terra.
«Un cecchino l’ha colpito davanti al tabernacolo, un napoletano che stava con gli spagnoli».
«Cosa ci faceva de Lorraine davanti al tabernacolo?».
«L’aveva aperto con un colpo di moschetto».
«Immagino perché volesse “lasciare il segno” anche lì dentro. Mi sbaglio?».
«No, signore».
«E poi?».
«Lo sparo del cecchino deve aver acceso la polvere che portava al collo. È morto avvolto dalle fiamme».
«Mon Dieu».
«Lo abbiamo detto anche noi».
«Cosa?».
«Mon Dieu, prima di fermarci. Qualcuno ha detto “Mon Dieu”, ma non so bene chi».
«Me ne frego di chi l’ha detto».

Ci fu silenzio. Il soldato rimase in piedi, poi il comandante riprese il discorso.
«Allora, per capirci, de Lorraine ha valorosamente sconfitto alcuni soldati spagnoli che volevano ucciderlo».
«Come?».
«Una volta sconfitti, si è avvicinato al tabernacolo, attirato dal riflesso che emanava».
«Ma…».
«A quel punto, delle lingue di fuoco sono spuntate da lì e l’hanno avvolto, uccidendolo».
«Comandante, ma…».
«Un miracolo! Soldato, è stato proprio un miracolo, non trovate?».
«Veramente…».
«Un miracolo, è stato un miracolo, le lingue di fuoco, la luce».
«S-sì. Certo».
«Soldato, cosa è accaduto?».
«Un miracolo, signore».
«Molto bene. Sono sicuro che anche gli altri soldati saranno d’accordo, giusto?».
«Certo, signore».
«Bene, ora andate».
«Buona giornata, signore».

Il soldato uscì, quindi il comandante riprese in mano il vino, ne bevve alcuni sorsi e poi si sedette a scrivere il resoconto di quanto avvenuto il 12 maggio 1640 a Torino.

Borgo Rossini love #1

«Spettrale» è un aggettivo di cui si fa un largo uso, ma a me personalmente non piace, diciamo che non mi sembra mai adatto a descrivere una situazione. Eppure è una parola con la quale mi confronto ogni volta che devo uscire di casa. Dico «devo» uscire di casa, non dico «esco di casa». Anche questo cambiamento linguistico è rilevante, perché sembra quasi di doverti giustificare ogni volta che esci. Attraversi la strada sospettoso, con una fretta innaturale che fa a pugni con la desolazione che ti si staglia di fronte. Corso Palermo, corso Regio Parco, via Catania, tutto vuoto come un tempo era Torino a Ferragosto. La mente corre così ai ricordi da bambino, quando una volta, con mio padre, inforcammo la bicicletta per esplorare la città e fu strano percorrere i grandi viali senza temere per la propria vita. Dalla periferia arrivammo in centro con una semplicità che raramente ho provato.

Scacciata la sensazione di fretta resta il quartiere. È un buon momento per osservarlo e scovare qualche dettaglio che fino a qualche settimana fa sarebbe stato sommerso dalla routine. Ora gli spostamenti non servono più per andare da un posto all’altro, ma sono il motivo stesso dell’uscita. Questo risvolto potrebbe piacere moltissimo a Giacomo Leopardi, ma restiamo in Borgo Rossini. Il tragitto dalla casa alla farmacia non è mai stato così interessante, anche perché, a pensarci, non sono mai andato così spesso in farmacia. Ci ho ragionato, non mi sono inventato nulla, nel senso che per una strana combinazione di eventi ho «dovuto» andare in farmacia, già due volte per gli antistaminici. Perché sì, il mondo umano si ferma, ma la natura no, e così la primavera arriva lo stesso. Gli alberi che costeggiano la Dora, di fronte al relitto dell’ex ospedale Maria Adelaide, sono carichi di polline. Così come sono carichi quelli lungo corso Regio Parco e lungo via Catania, te ne accorgi quando dai una pulita al balcone. Per poter respirare come si deve e non indurre i passanti a pensare male di me ho bisogno degli antistaminici, per combattere l’allergia al polline. Altrimenti passerei il tempo a starnutire e tossire, che di questi tempi non è proprio il massimo.

Però l’aria è pulita. Mentre attraverso corso Regio Parco per costeggiare il benzinaio e affacciarmi su Lungo Dora Firenze, nei pressi della casa in cui abitavano i miei genitori quando sono nato, sento nei polmoni un’aria diversa. Mi accorgo che è sparita la tosse. Quella fastidiosa tosse secca di cui soffrivo da mesi e della quale ignoravo la ragione. Forse il polline, forse il fumo, forse un’allergia ad altre cose. Invece vuoi vedere che era l’inquinamento? A dire il vero avevo già avuto questo sospetto, perché ogni volta che lasciavo Torino, specialmente quando l’auto si muoveva in maniera così delicata e deliziosa verso la Torino-Savona in direzione mare, la tosse regolarmente scompariva, per poi ritornare puntualmente una volta rientrati su corso Unità d’Italia.

La farmacia di Borgo Rossini si affaccia sull’esedra che normalmente riporta, di giorno, i residui bellici della serata precedente. Bicchieri di plastica, sostanze non meglio identificate che chiazzano alcune parti del selciato, cannucce (anche quelle sono di plastica) e bidoni stracolmi. Segnali di una vita notturna che la sera, qui, è pressoché l’unica padrona degli spazi. Ma sono discorsi da bigotti, da «gente che vuole dormire» solo se abiti da un’altra parte. Osservo le finestre che si affacciano sulla piazzetta e noto i doppi vetri, gli infissi nuovi anche dove, qualche anno fa, c’era stato un incendio. L’occhio, però, riconosce ancora qualche segno lasciato dal fumo sulla parete esterna del palazzo. Un edificio che pulsa vita, che trasmette respiro ed emozioni racchiuse negli appartamenti, che nell’assurdità generale di tutto questo riescono almeno a godere di un po’ di pace alla sera. Magra consolazione, ma tant’è.

La farmacia è deserta. Ora, prima di entrare in ogni posto ho come un riflesso: mi affaccio all’interno per capire se ci sia già qualcuno, se non c’è nessuno entro, altrimenti aspetto fuori in maniera diligente. Nuove abitudini che entrano nella quotidianità, anche questo è un aspetto interessante. Sono comparsi dei pannelli di plexiglass in corrispondenza del bancone, il farmacista è tutto imbardato, impacchettato dentro guanti, camice e mascherine. Acquisto il mio antistaminico, saluto e sotto la sua mascherina spunta un sorriso, che ricambio volentieri. Io non ho la mascherina, non ho fatto in tempo ad acquistarne una prima della razzia, onestamente non ci ho nemmeno provato. Però ho i guanti, degli scomodissimi guanti di lattice che contengono una specie di talco, una cosa che non ho ben capito a cosa serva ma che lascia aloni di bianco su pantaloni e giacca in corrispondenza delle tasche. Mentre esco si attiva la bilancia elettronica della farmacia che mi dice «Vuoi sapere il tuo peso ideale?». Quasi quasi lo faccio, anzi no, meglio un’altra volta, grazie comunque per il pensiero.

Torno a casa pensando quanto sia bello, almeno adesso, respirare l’aria di Borgo Rossini. Pare quasi di sentire il profumo del quartiere, c’è quell’aria frizzante che si respira durante le gite in montagna o le passeggiate in campagna. C’è quell’aria che sa di aria e non di tubi di scappamento. Potrebbe essere questa, in effetti, l’unica cosa che mi mancherà quando riprenderemo a invadere le strade.

Dalla Colletta al Delta del Po

Il volante va girato con delicatezza, accompagnando la sterzata con un adeguato controllo del pedale dell’acceleratore, in maniera tale da percorrere la curva a velocità sostenuta senza sbandare. Se la svolta è troppo veloce, si stringe la curva in maniera eccessiva, se la svolta è troppo lenta, l’auto invade la corsia opposta. Stesso discorso per l’accelerazione, che deve essere commisurata all’angolazione della strada. Troppo debole? Curva stretta. Troppo energica? Si finisce in contromano. Una questione di equilibrio, insomma.

Per imparare a dosare i movimenti, Nino si esercitava nel parcheggio alle spalle della piscina della Colletta. Quando la struttura era chiusa quello spazio era praticamente vuoto, circondato soltanto da prati, alberi e di tanto in tanto qualche runner. L’auto si spostava agevolmente fra le linee dei parcheggi, evitando ostacoli inesistenti e simulando viaggi verso destinazioni lontanissime. Verso il mare, verso il Sud, verso la Francia. Anche se in Francia non c’era mai stato.

Nino, in ogni caso, sembrava padroneggiare il veicolo. Il sorriso di suo padre confermava l’ottima prestazione alla guida che stava portando avanti. Sullo sfondo c’era il fiume, la Dora che scorreva placida e rassicurante e che, poco più in là, si gettava nelle accoglienti acque del Po. Sognava, Nino, di seguirne il corso durante un futuro viaggio in auto, partendo da Torino per arrivare fino al Delta, quello che aveva visto molte volte sul libro di geografia. Noncurante delle indicazioni dell’insegnante, Nino sfogliava regolarmente le pagine del manuale per andare a sbirciare il capitolo sul Delta del Po. Ne ammirava la conformazione, ne immaginava la flora e la fauna, si perdeva nell’osservare le immagini del fiume che entrava nel mare. Un posto che si trovava a qualche centinaio di chilometri di distanza dal Parco della Colletta, dove Nino, piano piano, imparava a guidare l’auto che un giorno l’avrebbe portato lì.

Il Delta del Po era solo una scusa per viaggiare, come tante altre, mentre l’automobile era un mezzo, uno strumento che consentiva di accorciare velocemente le distanze e che gli dava il potere di farlo. Non sarebbe dovuto dipendere dagli orari di un treno o di un aereo, dai vincoli di spazio e di fermata di un pullman, sarebbe potuto partire all’orario preferito, portando con sé tutto ciò che gli pareva. Per questo era così importante imparare a guidare, perché possedere quella competenza significava, nella testa di Nino, diventare artefice del proprio destino.

L’auto faceva inversione, cambiava senso di marcia, si spostava da un lato all’altro con precisione quasi millimetrica, mentre Nino maneggiava il volante con maestria. Era felice, quella cosa gli riusciva talmente bene che si sentì pronto per partire. Ma sapeva benissimo che non avrebbe dovuto farsi illusioni, perché non appena il suo sguardo si perse all’orizzonte, seguendo idealmente il percorso della Dora, suo padre non mancò di redarguirlo. «Dove guardi? – lo ammonì – Devi tenere gli occhi incollati alla strada, non devi distrarti mai». Nino si sentì in colpa e non staccò più lo sguardo dall’asfalto, che come un tapis roulant scorreva sotto le ruote dell’auto e gli dava una sensazione di sicurezza.

All’imbrunire, Nino scovò una levetta che spuntava dal cruscotto e accese i fari, poi suo padre decise che era ora di smetterla. Disse che era tardi e interruppe quella meravigliosa esperienza che tanto gli stava dando. L’auto si fermò al centro del parcheggio, la porta del guidatore si aprì. Nino scese dalle gambe di suo padre, che per tutto il tempo era rimasto alla guida, come se fosse stato egli stesso il sedile sul quale il figlio aveva potuto guidare, con Nino in grembo.

Fu in quel momento che Nino si ricordò di avere sette anni e che, per poter guidare l’auto, avrebbe dovuto attendere di arrivare ai pedali. «Hai guidato tu, vero?», chiese Nino, tornato sul sedile del passeggero, mentre l’auto si avviava verso casa. «Che dici – rispose il padre – guarda che hai guidato tu». «Sei sicuro? Avevi la mano sul volante», ribatté il bambino. «L’ho tenuta lì per sicurezza, ma non ho dovuto fare niente, hai guidato tu». Nino decise di crederci.

Tepore #3

Quando c’è non si vede.

«Nebbia!».
Guidare la sera dà una sensazione di libertà, soprattutto se hai appena preso la patente, magari da un paio di settimane, e poter uscire per conto tuo ti fa sentire adulto. Quella sera, poco più che maggiorenne, Enzo rientrava da una delle prime serate passate fuori in autonomia con gli amici. Aveva potuto muoversi per conto proprio grazie all’automobile gentilmente concessagli da suo padre, non senza mille raccomandazioni, anziché attendere il passaggio e dipendere da qualcun altro. Ora il destino era suo.

Lo sguardo notturno alla città era una cosa che a Enzo mancava, solo da pochissimo tempo aveva iniziato ad affacciarsi su quel mondo. Prendere la patente e avere a disposizione un’automobile nel fine settimana sanciva definitivamente il suo ingresso nell’età adulta. Almeno, questo era ciò che pensava in quei momenti.

Ma il nuovo mondo era tanto attraente e seducente quanto colmo di insidie, che più semplicemente erano punti di vista insoliti su fenomeni già noti. Fu in un una di quelle prime uscite che Enzo scoprì la nebbia notturna in città. Al suo rientro in quartiere si ritrovò avvolto da un abbraccio di quella materia indefinibile, sfuggente e al tempo stesso tangibile. A lungo andare si abituò alla sua presenza, perché quella cosa fluttuante era uno spartiacque tra gli ultimi ambienti cittadini e la periferia. Era come attraversare un confine ed entrare in un mondo diverso, il suo, quello che l’aveva creato e dal quale desiderava fuggire il prima possibile. Una nebbia spessa ma gentile, che cambiava le forme delle case, che trasformava l’ambiente in un quadro astratto, dove i colori che rappresentavano le luci uscivano dai margini ricoprendo ogni cosa. Una nebbia, che, in realtà, lo faceva sentire al sicuro su quelle strade che conosceva a menadito. Era una nebbia che disegnava dei limiti.

4.

Una volta terminato l’evento, Enzo partecipò all’applauso convintamente. Non aveva capito nulla del discorso di Greta Thunberg, ma aveva letto i suoi discorsi e l’aveva vista in televisione talmente tante volte da riuscire a immaginare cosa avesse detto. Insomma le cose eran quelle e a lui stava bene. Si tolse i guanti perché aveva caldo, poi si avviò lentamente verso casa godendosi un po’ di tepore.

Mentre rientrava insieme a sua moglie, oramai entrambi scarichi di impegni lavorativi, Enzo si ritrovò a osservare i tetti. Era un’operazione che non faceva mai e che riservava sempre delle sorprese. Nessuno si fermava mai a guardare verso l’alto in città, ma farlo consentiva di avere una prospettiva diversa sui percorsi quotidiani, scoprendo così qualcosa di nuovo all’interno del già noto. Forse per via delle nuvole, che continuava a osservare con amarezza, Enzo restò con il naso all’insù per un po’, con le dovute cautele per evitare di finire contro un lampione o cadere da un marciapiede. Fu in quel momento che si accorse delle spigolature delle case. «Che strano – mormorò – stamattina non le avevo notate». «Io sì», gli rispose Gloria, sua moglie, che come sempre aveva già visto tutto quello che Enzo non afferrava al primo colpo. «Sono affilate», concluse, poi aprì il portone del palazzo in cui abitavano, inondando l’androne di riflessi estivi. «Certo che per essere inverno oggi si sta proprio bene», commentò Enzo, rallegrandosi di quel sole senza limiti di calendario.

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La giovane olandese alla finestra

Soglio era un ragazzo piuttosto colto, di quell’intelligenza cresciuta solo allo scopo di sviluppare sufficiente furbizia. Da lì in avanti, poi, lui sfoggiava un grande bagaglio di cultura che utilizzava per compensare le carenze umane di cui ora soffriva, ora si vantava. Nella sua costante ricerca di cose da sapere era disposto a passare sopra relazioni e amicizie, era capace di dimenticare il rispetto solo per costruire la sua ascesa sociale a colpi di nozioni, collegamenti, approfondimenti estetici nutriti da una filosofia scopiazzata da testi recuperati chissà dove. Libri rispettabili, per carità, anche portatori di senso, ma che lui piegava ai propri scopi, al solo fine di giustificare la propria inedia.

Non so per quale motivo, ma quel personaggio sbucato dal nulla mi attraeva. Ne pativo il carattere e le conoscenze, mi nutrivo delle sue nozioni e delle sue spiegazioni, come un assetato che si abbevera a una fontana. Continuavo a bere, ma non mi dissetavo. In quel flusso di pillole culturali ben radicate, sostenute da solidi studi e utili ad aprirmi la mente, mi sfuggiva il senso, mi sfuggiva la possibilità di poter trovare attraverso la cultura una strada per emanciparmi, per soddisfare il mio bisogno di crescere.

Qualcosa avvenne quando Soglio mi portò alla Galleria Sabauda. Un edificio cupo e massiccio, incastrato tra piazza Carignano e via Accademia delle Scienze, che ogni giorno faceva a spallate con il Museo Egizio (che piano piano si preparava a sbarazzarsi dell’ingombrante coinquilino). Soglio mi salutò appena, era già concentrato sul percorso da fare all’interno della galleria, dato che lui era almeno alla quinta visita e conosceva quegli spazi a menadito. Con fare da docente universitario mi fece da guida.

Un po’ mi piacque, mi era sempre mancata una persona che mi insegnasse qualcosa di culturale e fui grato a Soglio per avermi fatto scoprire la Galleria Sabauda. L’enorme quadreria che intimoriva i visitatori, una tappezzeria di cornici che si arrampicava sulle pareti, pareva incombere su di me, severa e silenziosa. Ma con le spiegazioni della mia guida personale quei quadri iniziarono a parlare. Mi parlavano i re, mi parlavano le regine, mi parlavano anche i pittori, che attraverso le loro opere d’arte si rivolgevano all’ignaro osservatore con messaggi vecchi di secoli eppure ancora da interpretare del tutto.

Con le mani ossute e allungate, Soglio mi indicava i dettagli, i particolari che facevano la «firma» dell’autore, mi apriva il percorso tra le stanze e mi guidava da un’opera all’altra. Mi teneva al riparo dai lavori di qualità più scarsa, che improvvisamente mi apparvero in tutta la loro approssimazione, al punto che, ingenuamente, chiesi «ma perché questo quadro così brutto si trova in un museo?». Soglio sorrise, forse si rendeva conto di stare insinuando dentro di me la capacità di critica, che è la base di un pensatore, di un uomo di cultura, che fonda l’essere umano come elemento attivo della società. Il problema, capii molto tempo dopo, è che la differenza fra la persona di cultura e il colto arrogante sta nella capacità di modulare il proprio livello di critica in base al contesto.

Lui, intanto, pareva condurmi lungo un percorso già delineato, che in un crescendo di bellezza intendeva concludersi alla summa di quelle sensazioni, che venivano raccolte nella estrema precisione di un minuscolo quadro. Era lì, appeso con noncuranza, in una posizione anonima. Giovane olandese alla finestra fu dipinto da Gerrit Dou nel 1662. Al centro di questa minuta opera d’arte c’è una ragazza, intenta a raccogliere un grappolo d’uva da una vite che si arrampica intorno alla sua finestra. Forse è stata colta di sorpresa, una sorpresa piacevole, forse aspetta il suo astante e quella del grappolo è una scusa. Impossibile saperlo.

Mi colpì la cura del dettaglio, il tratto essenziale ma esaustivo, i lineamenti dolci e delicati della ragazza, che con altrettanta delicatezza compiva i suoi gesti. Ne rimasti impressionato, fu un regalo che Soglio mi concesse e ne fui emozionato. Mi informai sul quadro, sul pittore, scoprii che l’opera fu registrata nell’inventario di Palazzo Reale, a Torino, dal 1754. Poi fu prestata al Louvre insieme a un altro quadro di Gerrit Dou nel periodo della Rivoluzione Francese, ma nel 1815 tornò soltanto questo. A Parigi rimase La donna idropica e mi ritenni fortunato che quella «giovane olandese» avesse fatto ritorno a Torino, così da permettermi di osservarla, quasi di innamorarmene.

Anni dopo eliminai Soglio dalla mia vita. Le motivazioni furono diverse e tutte profonde, estrememente legate al suo uso delle conoscenze per scavare nelle anime delle persone e poi, dopo averle svuotate, gettarle vita. Il suo unico scopo era scavalcarle, ergersi a paladino del sapere e con questo sottomettere gli altri al suo servizio. Decisi di cancellare tutto di lui, ma subito dopo capii che non era giusto nei miei confronti. Così conservai qualcosa, la sete di cultura, l’ansia di sapere, liberandomi dall’uso che ne faceva. Le conoscenze erano mattoni per crescere, non strumenti per offendere.

Così conservai la Giovane olandese alla finestra e, quando la Galleria Sabauda si spostò a Palazzo Reale, diventando parte integrante del percorso dei Musei Reali, tornai a cercarla. Ma la sete di cultura che avevo mantenuto mi impedì di ritrovarla. La cercai distrattamente, perdendomi tra i quadri della nuova galleria, tra le stanze più ariose, bianche e accoglienti, che non intimorivano più ma anzi invitavano a sostare, a osservare, a perdersi. Quindi mi perdetti, passai alcune ore all’interno del museo e solo quando fu tardi mi ricordai di Gerrit Dou. Cercai velocemente il suo quadro ma non lo trovai, la fretta mi impose di lasciar perdere. Me ne andai sentendomi quasi in colpa nei suoi confronti, ripromettendomi che sarei tornato, che avrei rivisto quell’opera. Con la certezza che l’avrei trovata lì ad attendermi, senza alcuna arroganza, ma la piacevole sorpresa di una ragazza che apre la finestra, alla ricerca di un grappolo d’uva, e trova di fronte a sé una persona che l’ama.

Tepore #2

2.

Il caffè ribolliva nella moka e sbuffava vapore caldo, mentre i doveri iniziavano ad accavallarsi nella mente. L’idea era quella di sbrigare le corvées il prima possibile, incluse le incombenze lavorative, per ritagliare un paio d’ore e andare in centro per ascoltare Greta Thunberg, che aveva scelto Torino per la sua prima visita in Italia.

Fu così che, mentre già sistemava le prime faccende e risolveva le prime questioni legate al lavoro, la coppia non si accorse che là fuori, dove prima le tinte seppia parevano descrivere un altro mondo, tutto era tornato alla normalità. Quando Enzo uscì di casa attraversò velocemente la strada, ma solo dopo aver superato un paio di isolati si accorse che la neve non c’era più. «Dove è andata a finire?», disse ad alta voce, guardandosi intorno e attirando l’attenzione di un passante che lo scrutò con curiosità. Niente, sulle auto non c’era, sulle case nemmeno, i marciapiedi erano appena inumiditi mentre le strade, a guardarle distrattamente, davano addirittura l’idea di essere del tutto asciutte. La neve era sparita e a Enzo parve quasi di averla sognata.

Nessun trucco, le infami gocce di una pioggia leggera e senza motivazioni avevano spazzato via l’atmosfera di cioccolata calda e regali, suggerita dal candore improvviso di una mattinata d’inverno che sembrava normale ma che, in realtà, era normalmente strana. Dopo aver cancellato le tracce dei fiocchi, poi, la pioggia aveva immediatamente tolto il disturbo. Il primo pallido sole fece capolino dalle nuvole mentre Enzo si trovava già in ufficio, questo contribuì a rimuovere ogni flebile ricordo di quell’inverno breve, ingannevole.

3.

Piazza Castello era piena ma non troppo, ma al cospetto di Greta Thunberg si presentava comunque un raggruppamento dignitoso, tale da intimorire quella semplice ragazzina che in realtà, quando parlava, sembrava più adulta degli adulti. Un sole fuori luogo, splendente seppur pallido, riversava sulla piazza un impercettibile tepore, tale da rendere inutili i guanti e il cappello. Greta parlava ma Enzo non la sentiva, però riusciva a intuire le parole. Gli applausi, gli slogan, i cartelli, le facce, tutto era come annebbiato, ma di una nebbia che non c’era, non come quelle che oramai si vedevano solo fuori città e che, un tempo, annunciavano l’arrivo dell’autunno.

«Cosa ha detto?», gli chiese sua moglie, ma Enzo non seppe rispondere. Anche le persone intorno a lui erano in difficoltà. Qualcuno urlò «voce!», ma era l’impianto di amplificazione a mancare del tutto, oltre al fatto che l’attivista usava un volume di decibel piuttosto contenuto. «Nemmeno un tenore ce la farebbe», disse Enzo ad alta voce, qualcuno lo rimproverò con un sonoro «shhh!». Si capì poco, ma si intuirono gli slogan, del resto erano ben noti.

Poi il cielo si ingrigì di nuovo e le nuvole offuscarono il sole. Nuvole chiare e nemmeno piovose, inutili nel loro insperato candore, fuori luogo anche quello come se i canoni classici delle caratteristiche stagionali fossero stati già messi in discussione in altre sedi. La giovane sul palco cedette il microfono agli urlatori che l’avevano introdotta, grazie alle loro qualità vocali erano in grado di farsi sentire anche senza l’amplificatore. Le nuvole, però, restarono lì e a Enzo tornò in mente l’annebbiamento che aveva provato all’inizio. Probabilmente perché una volta, anni prima, si era ritrovato in alta montagna durante una gita, alla congiuzione fra cielo e terra. Aveva passeggiato lungo un piccolo altopiano, chissà dove, offuscato dalla fitta umidità dell’aria, ma solo dopo diverso tempo si era reso conto di trovarsi all’interno di una nuvola letteralmente appoggiata sulla montagna. Eppure gli era sembrata semplicemente nebbia.

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